Chi dà i numeri sull’università italiana

Chi dà i numeri sull’università italiana

Negli atenei italiani è tempo di iscrizioni, ma almeno due temi distolgono l’attenzione: è ancora utile laurearsi ed è opportuno seguire percorsi umanistici? E quanto vale una laurea conseguita in Italia visto che i nostri atenei non brillano nelle classifiche internazionali?

LE CLASSIFICHE INTERNAZIONALI

Secondo la classifica pubblicata a Ferragosto dalla Shanghai Jiao Tong University (Arwu) le università italiane si posizionano dopo il 150esimo posto su 500. Per chi desse ancora valore alla “pseudoscienza delle classifiche degli atenei” il sito Roars animato da ricercatori e accademici ha stilato, senza nessuna pretesa di scientificità, una contro classifica dell’efficienza delle università mettendo a confronto i risultati con la spesa. Bene, se si ragionasse in termini di efficienza, otto atenei italiani si posizionerebbero nei primi 10 posti, e le università “top 20” della classifica di Shanghai faticherebbero a competere.

SMENTIAMO I LUOGHI COMUNI

“Certamente non serve a consolarsi, ma a smentire alcuni luoghi comuni che media, stampa e politica alimentano”, ha scritto su Twitter Piero Dominici, professore aggregato di Comunicazione pubblica presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università degli studi di Perugia.

La morale? “Certamente c’è tanto lavoro da fare. Ma per sperare di ottenere qualcosa è essenziale partire da una analisi corretta della situazione. Altrimenti l’unico risultato è quello di chiacchierare, muovere aria e sprecare banda”, ha scritto Alfonso Fuggetta, docente presso il Politecnico di Milano che sul suo blog ha messo a confronto il suo ateneo con il Mit e Stanford.

SOLO FUMO

“Roars sparge solo fumo”, ha commentato invece Thomas Manfredi, statistico economico ed econometrico nel Direttorato di Politiche del Lavoro dell’Ocse.
“È certamente vero che la spesa universitaria sia bassa in Italia nel confronto internazionale, sebbene una volta corretto per il basso numero di iscritti le cose siano in parte diverse di quanto appaiano a prima vista. Eppure è parecchio esilarante leggere che sedici delle prime venti università mondiali – in termini di efficienza – sarebbero tutte italiane. Continuiamo a credere che le nostre università, e in generale le nostre scuole, soffrano principalmente di problemi organizzativi e carenza di qualità nelle attività didattiche. Non sarà certo un indicatore fantozziano a farci cambiare idea”, ha scritto Manfredi sul magazine Strade Online.

SIAMO MESSI MALE

“Possiamo crogiolarci nella nostra retorica (anche renziana) di essere il Paese del Rinascimento, la culla della civiltà e di Dante. Ma nella competizione internazionale siamo messi molto male. Molto. E’ chiaro che studiamo le cose sbagliate e, per aggravare la situazione, le studiamo anche male”, è la sintesi di alcuni articoli pubblicati dal vicedirettore de il Fatto quotidiano Stefano Feltri che prendono spunto dalla tesi esposta da Ilaria Maselli, una delle autrici dello studio del Ceps: “Gli studenti italiani studiano cose giudicate inutili dal mercato del lavoro”.

LA RISPOSTA DEL MONDO UNIVERSITARIO

“Ci piacerebbe se qualcuno si interrogasse dei bisogni e delle impossibilità delle future matricole, piuttosto che aprire un dibattito “salottistico” e “sondaggistico” su studi umanistici sì e studi umanistici no”, è la risposta apparsa su LINK-Coordinamento Universitario

ultima modifica: 2015-08-20T07:09:39+00:00 da Valeria Covato

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