Piccolo non è (a volte) bello. Non lo è nel caso dei comuni di piccole dimensioni che vogliono offrire alle imprese del territorio percorsi di crescita, ma non lo è neanche per le piccole e micro imprese che subiscono il peso delle multinazionali. E allora? “Non resta che collaborare”. Quello della possibile associazione tra enti territoriali è l’ultimo principio del Manifesto in 10 punti chiave redatto da I-Com, l’Istituto per la Competitività guidato da Stefano da Empoli, e presentato ieri in occasione del convegno “Non resta che collaborare”. È proprio al tema delle relazioni tra istituzioni locali e aziende che I-Com ha dedicato la seconda edizione dell’Osservatorio ORTI (relazioni territorio-impresa).

CHI C’ERA AL CONVEGNO

L’evento di I-Com, moderato dal conduttore di Agorà, Gerardo Greco, ha visto il coinvolgimento di amministratori locali e rappresentanti di impresa. Tra i relatori intervenuti per discutere i contenuti del documento c’erano Riccardo Nencini (Viceministro Infrastrutture), Chicco Testa (presidente Assoelettrica), Giorgio Merletti (presidente Confartigianato Imprese), Veronica Nicotra, segretario generale di Anci, e Carlo Tursi (general manager Uber Italia. Leggi qui il ritratto di Formiche.net).
Ecco cosa si è detto e come è stato interpretato dai vari attori presenti il principio che “Piccolo non è (a volte) bello” proposto da I-com, appoggiato da Nencini e discusso dall’Anci. Con una più moderna interpretazione fornita da Uber.

LE PROPOSTE DI NENCINI

Che ce ne facciamo di comuni con meno di 300 abitanti? È questo il punto di partenza del discorso del vice ministro alle Infrastrutture Nencini, convinto di quanto l’assetto territoriale sia fondamentale per affrontare il tema del dialogo con le imprese.
“I nostri comuni sono tagliati sulla base delle diocesi della Chiesa cattolica. L’unica eccezione è rappresentata dalla Toscana, dove per ragioni legate alla tassazione e risalenti ala fine del 700 il comune più piccolo non conta meno di 300 abitanti”, ha detto il viceministro.
Per Nencini ci sono alcune cose da fare con urgenza, “perché se non rigeneri il territorio sulla base di piattaforme socio-economiche che diventano il nuovo destino territoriale superando le diocesi, noi difficilmente saremo in grado di offrire all’impresa italiana una bretella intorno alla quale costruire, non tanto forme di concertazione tradizionali, ma forme di coinvolgimento tra tutti i soggetti”.
Come? “La mia opinione è che si debba procedere alle fusioni dei comuni più piccoli e procedere alla elezione diretta dei vertici delle città metropolitane. Servono poi norme urbanistiche uguali per tutte le Regioni”, ha detto Nencini.

LE RICHIESTE DELL’ANCI

4500 comuni sono al di sotto di 2000 abitanti. Ma, secondo l’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) metterli in rete e moltiplicare la loro forza di impatto è un percorso ad ostacoli. “Il sistema dei comuni ha superato negli anni molti tabù rispetto all’esigenza di mettersi insieme. Forse non c’è strato a nostro avviso un approccio del tutto graduale e armonico e ragionevole rispetto ad un tema che riteniamo strategico”, ha commentato Veronica Nicotra, segretario generale di Anci.
“Il sistema dei comuni vuole essere competitivo ma mettere insieme i comuni, da tanti punti di vista, politico, istituzionale, tecnico, è un percorso che necessita una stabilità del quadro normativo, che chi guida questi processi, i sindaci, non hanno a disposizione. Bisognerebbe, inoltre, agevolare questo percorso obbligando tutti gli attori istituzionali, come le Regioni, a fare la loro parte.
Ecco la proposta di Anci: “La nostra proposta è definire ambiti territoriali omogenei, dare ai comuni il potere di decidere come e se mettersi insieme e accompagnare questo percorso con un sistema di incentivi di carattere finanziario per le fusioni. Servono inoltre accorgimenti tecnici per agevolare il percorso”.

CHI RESISTE ALLA FUSIONE

La proposta di I-Com appoggiata ampiamente da Nencini potrebbe trovare la resistenza di sindaci e cittadini. Se noi lasciamo la scelta della fusione ai sindaci non andremo mai da nessuna parte. Bisognerebbe imporre la fusione ai comuni che non arrivano ad un determinato numero di abitanti”, ha commentato Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato imprese.
Non è così per Anci: “Si arriva a questa scelta con un percorso che prevede un referendum, quindi sono i cittadini dei singoli comuni che votano il superamento della loro realtà. Bisogna tenere conto che c’è una sensibilità degli stessi cittadini sull’esigenza di mettere insieme realtà che hanno già una tale continuità di interessi culturali ed economici per cui ci si arriva naturalmente ad una continuità amministrativa e politica”.

COSA FA UBER

Piccolo non è bello è anche un elemento base del modello di business di Uber, il servizio di noleggio auto con conducente presente in Italia e diffuso in tutto il mondo.
Ecco cosa lega questo servizio con l’ultimo principio del Manifesto di I-Com: “Uber arriva in Italia e offre il proprio servizio a delle realtà esistenti, ovvero a piccoli imprenditori, molto spesso imprenditori di se stessi, gli Ncc, i quali accolgono a braccia aperte questa innovazione perché di colpo la loro fatica individuale nell’accedere ad un mercato che cambia, viene superata da una tecnologia che gli dà accesso a un mercato potenziale fatto da decine di milioni di utenti che possono arrivare a Roma o Milano da qualunque ambito del mondo e che improvvisamente hanno accesso al servizio dell’imprenditore stesso”, ha spiegato Carlo Tursi, general manager  di Uber Italia.
Gli ostacoli incontrati da Uber nel nostro Paese potrebbero far pensare che l’Italia sia un mercato più difficile rispetto agli altri paesi europei.
“Dipende dal punto di vista – ha spiegato il manager – . Se guardiamo alla risposta degli italiani in realtà non lo è. E non credo neppure che Uber Italia abbia una difficoltà a relazionarsi con le istituzioni rispetto a Londra, Parigi ecc. Il problema è di chiarezza di regole del gioco. Le istituzioni con cui noi ci relazioniamo, soprattutto a livello locale, sono le prime a soffrire di un set di regole sviluppate in un’epoca in cui i telefoni non esistevano, né tanto meno si connettevano ad Internet. Il tema è di volontà di trasformare questo dialogo in cambiamento ed innovazione. C’è maggiore resistenza a riscrivere ed aggiornare le regole. Il nostro ruolo è di mantenere sempre più vivo il dialogo con le istituzioni a tutti i livelli. Lo facciamo innanzitutto per dare concretezza ad una cosa, un’applicazione su un cellulare, che altrimenti potrebbe apparire eterea, e raccontare l’impatto positivo che una città può avere in termini di riduzione del traffico, in termini di aumento della sicurezza stradale e di impatto sull’economia”.

LA RICCHEZZA DELL’ECONOMIA CONDIVISA SECONDO CHICCO TESTA

Utilizzatore frenetico di Uber, Chicco Testa, presidente di Assoelettrica, ha spiegato così la ragione degli ostacoli incontrati da Uber nel nostro Paese, applicabile anche ad altri servizi di share economy:
“L’amministrazione pubblica italiana è carica di adempimenti assolutamente non necessari che hanno il solo scopo di determinare il potere della burocrazia nei confronti dei cittadini. In buona parte questo potere si rivolge alla difesa delle corporazioni esistenti, certamente non è utilizzato per spingere verso l’innovazione”, ha commentato Testa.
“Dal punto di vista della ricchezza prodotta l’economia condivisa è un beneficio per tutti ma questo comporta la perdita di potere per alcune categorie – ha aggiunto il presidente di Assoelettrica riferendosi agli scontri e alle resistenze dei tassisti dopo lo sbarco di Uber in Italia-. I paesi che sanno affrontare queste novità come Uber o Airbnb con criteri liberali, utilizzeranno enormemente questa forza gigantesca messa a disposizione dall’economia condivisa”.
Ricapitolando per Testa in Italia “c’è una sorda resistenza all’innovazione che ci condanna, c’è poi la mancanza del diritto d’impresa e in più in alcune Regioni persiste una profonda cultura anti industriale. Buona parte del Sud vive di questa contrapposizione continua tra industria e green economy che nel Nord non è mai esistita. Le zone di maggior successo turistico sono spesso in zone di sviluppo industriale molto forte”.

Condividi tramite