Banca Etruria, Maria Elena Boschi e i parricidi

Banca Etruria, Maria Elena Boschi e i parricidi
I Graffi di Damato

Con la bufala, come l’ha giustamente bollata Michele Arnese, dei 68 mila in più lasciati impunemente morire d’inquinamento ambientale in un anno anche dal governo dell’odiato Matteo Renzi, i grillini chiudono in bellezza, sia fa per dire, questo 2015.  In cui le polveri sottili hanno evidentemente intossicato anche il dibattito politico.

Fra le stravaganze prodotte, per esempio, dalle polemiche sul salvataggio governativo della dissestata Banca Etruria, e simili, c’è il ricorso al criminologo, addirittura, per la lettura delle Repubbliche succedutesi in quasi settant’anni di storia italiana. Si è infatti sostenuto che con il caso appunto della Banca Etruria si sia passati dai figli che inguaiavano le carriere politiche dei padri ai padri che inguaierebbero le carriere politiche dei figli.

Come esempi di parricidio, per fortuna solo colposo, sono state ricordate soprattutto due vicende. Quella di Attilio Piccioni, il più degasperiano dei candidati alla successione di Alcide De Gasperi negli anni Cinquanta, messo fuori gioco dal coinvolgimento del figlio Piero nel processo per il delitto di Wilma Montesi. E quella di Giovanni Leone, costretto a dimettersi nel 1978 da presidente della Repubblica, sei mesi prima della scadenza ordinaria del mandato, per campagne di stampa e voci su atteggiamenti controversi attribuibili in buona parte alla famiglia.

Come esempi possibili d’infanticidio – possibili perché allo stato delle cose tutto è nelle mani dei tanti che, a vari livelli, già indagano o potrebbero farlo – sono state indicate le vicende del presidente del Consiglio Matteo Renzi e della sua ministra delle riforme, e dei rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, già ribattezzata sarcasticamente Maria Etruria all’anagrafe pseudo-satirica del solito Marco Travaglio. L’uno e l’altra sono sotto tiro mediatico e politico per un procedimento a carico del babbo, nel caso di Renzi, e per un’indagine che, nel caso della Boschi, potrebbe coinvolgere il papà già consigliere d’amministrazione e vice presidente della banca aretina assurta ai disonori della cronaca.

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Vedremo se, quando e come assisteremo davvero a infanticidi politici, cioè a figli uccisi, sia pure metaforicamente, nelle promettenti carriere dai loro padri incauti, o inconsapevoli. Ma sui parricidi, riguardando il passato, e vicende sulle quali può contare, per quel che vale naturalmente, anche la modesta memoria di chi scrive, consentitemi di levare alta e forte una protesta. E ciò per il rispetto dei fatti, e non solo delle persone, già riabilitate di loro per sopraggiunti verdetti giudiziari. Che sono stati favorevoli sia al figlio del povero Piccioni, assolto dall’accusa di avere concorso al delitto Montesi, sia alla famiglia tutta intera del povero Leone. La cui diffamazione procurò la condanna della giornalista d’accusa Camilla Cederna. Cui seguirono le scuse, una ventina d’anni dopo, dell’uomo politico che incredibilmente, data la sua storia di garantista, si era più esposto cavalcando la campagna denigratoria: il radicale Marco Pannella.

Altro che per la disavventura giudiziaria a lieto fine del figlio. Piccioni fu abbattuto nella partita di caccia tutta politica apertasi nella Dc con il ritiro prima e la morte poi di De Gasperi. Una partita nella quale cercò inutilmente di dargli una mano, proponendogli di formare il governo, l’allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi, al quale mancò però la collaborazione dell’interessato. Che al primo stormir di foglie, per quanto avesse un curriculum di tutto rispetto, rinunciò a combattere. E trascorse il resto della vita in una socratica attesa della morte.

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La vicenda di Leone fu per certi versi ancora più atroce.

Non fu per una campagna scandalistica che il brav’uomo ricevette al Quirinale un sostanziale ordine di sfratto politico: dai comunisti con una comunicazione del suo vecchio e imbarazzatissimo conterraneo Gerardo Chiaromonte, e dai democristiani con una visita non meno imbarazzata dell’allora vice segretario della Dc Giovanni Galloni, poi “vergognatosene” in una confessione da me raccolta, diffusa e da lui mai smentita.

No. Leone fu sfrattato dal Quirinale per avere osato mettersi di traverso, durante il tragico sequestro di Aldo Moro, sulla strada della cosiddetta fermezza pretesa da comunisti e democristiani insieme, legati dal sostegno al governo monocolore dc di cosiddetta solidarietà nazionale guidato da Giulio Andreotti. Tanto di traverso, da predisporre la grazia a Paola Besuschio, presente nell’elenco dei 13 detenuti per terrorismo con cui le brigate rosse avevano reclamato di scambiare Moro. Una grazia che i brigatisti rossi, informati con inquietante tempismo, vanificarono uccidendo il loro ostaggio prima che Leone potesse firmarla.

Questa circostanza fu negata, in verità, dall’allora ministro della Giustizia Francesco Paolo Bonifacio in una deposizione del 13 giugno 1980 alla prima commissione d’inchiesta parlamentare sul sequestro Moro. Ma fu confermata minuziosamente il 20 marzo 1998 da Giovanni Leone in persona in una intervista da me raccolta per Il Foglio, e finita tra “i filoni d’indagine” della nuova commissione parlamentare sul caso Moro presieduta da Giuseppe Fioroni. Un cui primo rapporto, di quasi 190 pagine, è stato diffuso il 10 dicembre scorso alla Camera con il bollettino ufficiale delle giunte e, appunto, delle commissioni d’indagine.

A proposito di questa inchiesta bicamerale, capisco ma non condivido lo scetticismo espresso – peraltro proprio sul Foglio, scelto nel 1998 da Leone per parlare finalmente del suo ruolo al Quirinale durante il sequestro Moro – anche da un giornalista autorevole come il mio amico Mario Sechi, diffidente di fronte alle troppe indagini parlamentari che l’hanno preceduta, sullo stesso tema e altri ancora. Ai quali sta per aggiungersi persino quello delle banche dei babbi odierni e affini.

Se molti muoiono di polveri sottili, sia pure nelle dimensioni ballistiche indicate da Grillo, gli Stati muoiono, intossicati anch’essi, dei misteri che i poteri di turno, con o senza toga, non sanno o, peggio, non vogliono chiarire perché condizionati, volenti o nolenti, dalle responsabilità passate di attori oggi ancora troppo forti, o quanto meno presenti.

ultima modifica: 2015-12-28T09:45:54+00:00 da Francesco Damato

 

 

 

 

 

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