Non si può ridurre questa vicenda ai gradi di parentela del ministro Boschi. Non ha nulla a che vedere con lei”. Non ha dubbi il deputato Pd Matteo Richetti, renziano della primissima ora oggi – almeno in parte – deluso (qui il link di una sua dibattuta intervista a La Stampa) che dalla Leopolda non esita a difendere Maria Elena Boschi dalle polemiche degli ultimi giorni. Il padre del ministro per otto mesi è stato vicepresidente di Banca Popolare dell’Etruria, uno dei quattro istituti di credito (insieme a Banca delle Marche, CariFerrara e CariChieti) salvati dal Governo ma con le ben note e drammatiche conseguenze per chi aveva acquistato obbligazioni subordinate.

Richetti, dunque nessun conflitto d’interessi?

Queste sono polemiche inutili. In realtà gli aspetti da considerare in questa storia sono altri due. Il primo è rappresentato dalla situazione di crisi in cui versano le aziende-banche. Una situazione rispetto alla quale bisogna agire così come si affrontano tutte le altre crisi aziendali. Il secondo è un dato grande come una casa che in molti però stanno facendo finta di non vedere. Si tratta degli incentivi per piazzare prodotti finanziari discutibili sui quali vengono pagati e misurati i dipendenti delle Banche.

Parliamo della “generazione Leopolda” presente in questi giorni a Firenze. C’è ancora lo spirito della rottamazione degli esordi?

Alla Leopolda quello spirito c’è sempre. La spinta al cambiamento qui si avverte sempre. E’ più difficile però far sì che tutto ciò venga raccolto dal partito che invece è ancora molto impermeabile al cambiamento sia sulle proposte, sia sulla classe dirigente che mette in campo.

Dove il modello Leopolda non ha funzionato?

La Leopolda doveva essere il generatore della prossima classe dirigente diffusa. L’obiettivo non era solo mandare a casa qualcuno ma crescere un senso di cittadinanza e passione civica che poi fosse un serbatoio per le istituzioni, anche a livello amministrativo e sui territori. Quello che è sotto gli occhi è che facciamo fatica a raccogliere quanto abbiamo seminato.

Tutto questo è collegato al fatto che, ad esempio, a Milano si punti su Giuseppe Sala e che a Roma in molti vorrebbero come candidato sindaco il prefetto Franco Gabrielli?

Bisogna interrogarsi su questo. Se alle elezioni devi ricorrere a un manager, a un prefetto o, addirittura, a chi è già stato sindaco 15 anni fa, vuol dire che c’è una riflessione da fare. La Leopolda deve generare classe dirigente. Noi guardavamo ai sindaci, ai giovani impegnati. Io questa propensione la sento ancora ma la vedo sempre meno presente nel Partito Democratico.

Ma la responsabilità di questo deficit di chi è?

E’ sbagliato contestare Sala o Gabrielli così com’è sbagliato prendersela con Renzi o con il gruppo dirigente. Se non c’è nessuno che sfida Bassolino a Napoli o De Luca in Campania, vuol dire che dal basso non c’è coraggio, neanche un certo sprazzo di follia o di rischio. Dove sono i leopoldini che si infiammano per la politica? Sono poi disponibili a giocare un ruolo attivo quando si vota nel loro comune? Non è necessario che la Leopolda generi solo candidati, però ci dovrebbe essere questa continua capacità di produrre persone al servizio della politica e dell’impegno sociale.

Cosa sta mancando al partito in questo senso?

Sta mancando a vari livelli la capacità di avere coraggio nell’innestare persone nuove e competenze nuove. Ci si rifugia nel già visto e nel già conosciuto. Si è un po’ eliminato l’elemento del rischio nelle scelte che si fanno dal locale in su. Questo capita anche perché c’è chi vuole conservare nel partito posizioni di rendita e di potere.

E’ giusto in questo contesto che Renzi continui a cumulare la carica di premier e quella di segretario Pd?

Penso di sì. Se premier e segretario fossero stati persone diverse, staremmo ancora facendo discussioni e assemblee per decidere come fare l’Italicum. A un certo punto avere sovrapposizione aiuta ad arrivare a una sintesi tra politica e Governo.

Per quanto riguarda gli alleati alle prossime amministrative, guardate al centro o a sinistra?

Bisogna avere i piedi piantati nel nostro campo di gioco che è il centrosinistra e lo sguardo rivolto verso chi non ci ha votato. Però non confondiamo i piedi con la testa. E’ lo sguardo che deve andare oltre.

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