L'analisi di Giuseppe Pellacani, avvocato e docente universitario di Diritto del lavoro presso l’Università di Modena e Reggio Emilia

Il ministro della pubblica amministrazione Marianna Madia twitta: «Chi timbra e poi esce dall’ufficio va a casa in 48 ore. Lo facciamo anche il difesa dei lavoratori pubblici onesti». Pronta la replica del segretario generale del primo sindacato italiano, Susanna Camusso: «Le regole per licenziare i cosiddetti fannulloni ci sono già: mi piacerebbe che il governo dicesse perché non funzionano. Altrimenti è una campagna che si chiama propaganda».

Chi ha ragione?

La storia e i numeri danno ragione alla prima: secondo i dati del ministero nel 2013 su 3,5 milioni di dipendenti, appena 6900 (cioè meno di 1 su 500) sono stati sottoposti a procedimento disciplinare e di questi poco più di 200 sono stati licenziati. Le regole peraltro, come sottolinea Susanna Camusso, ci sono già. Le ha introdotte nel 2009 l’allora ministro Renato Brunetta e si tratta di norme che hanno senza dubbio consentito un netto avanzamento rispetto al passato.

Volgendo lo sguardo al mondo reale, è però sotto gli occhi di tutti che la lotta contro i malati immaginari e ai furbetti del “timbra e fuggi” è ancora ben lungi dell’essere vinta. Basta vedere com’è andata a finire con i vigili del comune di Roma e i netturbini di Napoli assenteisti tra Natale e capodanno 2014.

Ma il problema allora dov’è? Il problema sta tutto nell’effettività. Per un complesso di ragioni, in parte culturali, in parte legate alla peculiare natura del datore di lavoro pubblico, in parte dipendenti dalle difficoltà operative che i dirigenti possono incontrare nel ricevere le informazioni e nell’effettuare i controlli, applicare le regole in una pubblica amministrazione è più difficile (e meno consueto) che in un’impresa privata.

Per cambiare le cose non credo dunque che basti accorciare i tempi dei procedimenti o rafforzare le sanzioni per i dirigenti che non vi danno corso. Occorre anche fare altro: chiarire al di là di ogni dubbio che, salvo dolo, i dirigenti e i componenti dell’ufficio per i procedimenti disciplinari che applicano una sanzione (incluso il licenziamento) vanno esenti da responsabilità amministrativa contabile e, se anche il dipendente impugna e vince, non possono essere chiamati a rispondere; consentire ai dirigenti di affidare i controlli anche a soggetti privati convenzionati, assegnando apposite risorse e riconoscendo il valore probatorio degli accertamenti così effettuati (nel settore privato è diffusissimo il ricorso ad agenzie investigative per scovare, ad esempio, i finti ammalati); rafforzare i controlli in giornate particolari (i lunedì, a Natale, a Capodanno, o in occasione di eventi particolari); legare una parte dello stipendio (e non solo la valutazione) del dirigente alla percentuale di assenteismo, assumendo un parametro di riferimento medio nazionale, un po’ come avviene per i costi standard; prevedere nella contrattazione collettiva un premio di assiduità, ossia un bonus per i dipendenti meno assenteisti; ridurre le ipotesi di esenzione dall’obbligo di reperibilità alla visita medica, eliminando in particolare quelle relative ai dipendenti già assoggettati a visita fiscale, agli infortunati e agli assenti per causa di servizio; precisare che la terza assenza ingiustificata alla visita di controllo nell’arco di un triennio comporta il licenziamento.

Forse anche tutto questo non basterebbe, ma almeno consentirebbe di fare un altro passo avanti.

Condividi tramite