Kibernetiq, la nuova rivista che inneggia alla guerra cyber contro l’Occidente

Kibernetiq, la nuova rivista che inneggia alla guerra cyber contro l’Occidente

È nata Kibernetiq, una rivista (per adesso solo in lingua tedesca) progettata per istruire e informare aspiranti jihadisti su come prendere parte ad una “guerra santa cibernetica” contro l’Occidente.

La pubblicazione è stata attribuita allo Stato islamico da diversi osservatori, ma la rivista, attraverso il proprio account Twitter, se ne è dissociata con un cinguettio in cui dice: We are not Isis.

Il primo numero della rivista, pubblicato online nel mese di dicembre, è in lingua tedesca ed è stato condiviso attraverso canali social come Twitter e Telegram. Gli autori incoraggiano “i fratelli e le sorelle” a tradurre gli articoli in altre lingue, al fine di ampliarne la diffusione. Kibernetiq (che affianca lo storico magazine Dabiq) segna il consolidamento delle capacità tecniche e strategiche in ambito cyber dei jihadisti e ancor di più, evidenzia come tra le fila dell’organizzazione terroristica ci siano esperti in questioni informatiche capaci di utilizzare le maglie (larghe) del web per fini di propaganda e coordinamento di azioni terroristiche. Il messaggio degli editori è chiaro: l’obiettivo è ingannare le attività di sorveglianza messe in campo dal “nemico occidentale”. A tal proposito, proprio per mettere in guardia dalla sorveglianza sul web, in copertina viene riportata una frase dell’ex direttore dell’NSA Michael Hayden Wir töten auf basis von metadaten!” Che tradotta potrebbe voler dire Uccidiamo in base ai metadati!

L’editoriale di apertura, a firma dell’alias iMujahid, lancia una vera e propria chiamata alle armi per i fratelli jihadisti: “È molto importante per noi che i nostri fratelli e sorelle imparino la corretta gestione di software e hardware. Una volta che il progresso tecnologico e scientifico dell’Occidente sarà stato bandito come opera del demonio, avremo maggiori possibilità di distruggere il lavoro degli infedeli”.

Gli altri articoli includono consigli operativi su come rimanere in allerta quando si comunica via web con gli altri jihadisti, mettendo in guardia su come “il nemico legge sempre e sorveglia ogni nostra mossa. Bisogna rimanere vigili e non sottovalutarli”. Ai lettori vengono anche offerte alternative valide all’utilizzo di Whatsapp, Gmail e Hotmail. In una sezione intitolata “I metadati possono uccidere”, l’autore mette in guardia dalla sorveglianza delle agenzie di intelligence come la US National Security Agency (NSA), dando istruzioni su come “muoversi sotto il radar” della sorveglianza occidentale. La rivista si chiude con un racconto di fantasia “motivante e stimolante” per gli aspiranti jihadisti di tutto il mondo.

La risposta della Casa Bianca non si è fatta attendere. Di fronte alla reale e crescente minaccia cyber del Califfato, il presidente Obama ha rilanciato l’idea del partenariato pubblico-privato nel contrasto al cyber terrorismo. È notizia di pochi giorni fa che alcuni dei funzionari più alti in grado dell’amministrazione statunitense hanno incontrato il management della Silicon Valley. L’oggetto dell’incontro è stato “interrompere il reclutamento di terroristi attraverso le piattaforme di social network”. L’incontro si è concentrato su due aree principali. Il primo tema è stato relativo su come rendere più difficile per i terroristi, l’utilizzo dei social network e la crittografia per fini di propaganda e reclutamento. Il secondo tema ha riguardato l’opportunità di creare, pubblicare e pubblicizzare contenuti di contro-propaganda allo Stato islamico e ad altri gruppi jihadisti.

Il meeting è stato frutto di una crescente pressione dei decisori politici americani sui cosiddetti Over-The-Top (OTT) ovvero le maggiori aziende ICT del Paese. Alla base c’è la richiesta di fare di più nella lotta al terrorismo in un’ottica di difesa della sicurezza nazionale. I policy-maker americani chiedono in particolare ai provider di sviluppare una collaborazione fattiva tra istituzioni e aziende. Ad esempio è stato più volte chiesto di installare backdoor nei software, in modo tale da consentire alle agenzie governative un accesso più efficace alle informazioni scambiate tra i gruppi terroristici che utilizzano i servizi di comunicazione criptata.

Non è un caso se proprio nel mese di dicembre, il senatore Dianne Feinstein si è fatto promotore di un disegno di legge con il quale si chiede a Facebook, YouTube e Twitter di avvisare le forze dell’ordine quando rilevano attività terroristiche. Sempre lo scorso dicembre, la Camera ha approvato all’unanimità una legge, a firma del Repubblicano Ted Poe, che chiede alla Casa Bianca di emanare una specifica strategia di lotta contro i terroristi sul web. Una politica bipartisan dunque, emersa anche durante una conferenza del 7 dicembre, quando Josh Earnest (addetto stampa della Casa Bianca) ha dichiarato: “Quello che vogliamo è che queste aziende svolgano un ruolo attivo nella difesa della sicurezza e degli interessi vitali degli Stati Uniti e, in particolare, che lavorino al fianco del governo per negare ai terroristi un rifugio sicuro nel cyberspazio”.

Le reazioni della Silicon Valley sono state ancora una volta tiepide. Tim Cook (CEO Apple) ha dichiarato che la sua società non rinuncerà a proteggere la privacy dei propri clienti, mentre da Twitter fanno sapere che, nonostante ci siano evidenti segnali di utilizzo della propria piattaforma da parte dei terroristi islamici, non sono intenzionati a indietreggiare sulla protezione dei dati personali degli utenti.

Un gioco quindi che ancora una volta vede contrapposti i due estremi, sicurezza nazionale e privacy nonostante, ciò che diceva Popper “il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza”.

ultima modifica: 2016-01-12T16:57:16+00:00 da Luigi Martino

 

 

 

 

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