Chi c'era, e che cosa si è detto alla Camera durante il convegno "La società sorvegliata. I nuovi confini della libertà", organizzato in occasione della giornata europea della protezione dei dati personali

La questione è annosa, di difficile soluzione e sempre più centrale in un mondo super tecnologico e a perenne rischio di attentati terroristici. Qual è il punto di equilibrio tra libertà e sicurezza? Dov’è che l’uso della tecnologia deve fermarsi in nome del diritto di ciascuno di noi alla privacy? Domande alle quali oggi si è cercato di rispondere nel convegno “La società sorvegliata. I nuovi confini della libertà”, organizzato in occasione della giornata europea della protezione dei dati personali.

LA LIBERTÀ NELL’ERA DELL’ALGORITMO

Ad animare il dibattito sono state le riflessioni di apertura del presidente dell’Autorità Garante della Privacy Antonello Soro, il quale ha subito messo in guardia dai rischi derivanti dalla società dei big data. “Quando l’algoritmo diviene la chiave che orienta scelte e comportamenti, non possiamo non chiederci a quanta libertà siamo disposti a rinunciare pur di continuare a sfruttare tutti i benefici offerti dalle tecnologie”. Affermazione di per sé già sufficiente a tratteggiare una sorta di contrapposizione tra libertà e tecnologia, nella considerazione di fondo che i dati nell’era di internet siano destinati a diventare sempre meno personali. Se ne possono impossessare, infatti, molto più facilmente soggetti terzi sia pubblici sia privati, con ripercussioni in termini di riservatezza e di libertà. Una situazione rispetto alla quale Soro non ha dubbi su come sia giusto comportarsi. “Sono convinto che dovremmo contrastare la deriva per cui la persona è considerata come una miniera a cielo aperto da cui attingere liberamente, per elaborare profili funzionali ai bisogni di una società incalzata dagli interessi dei produttori di tecnologie e compressa dalle esigenze di sicurezza”.

LA PRIVACY E LA SICUREZZA AL TEMPO DELL’ISIS

Questa sfida è destinata a diventare ancor più rilevante e difficile da vincere quando in gioco ci sono la sicurezza nazionale e internazionale. Contro la minaccia terroristica – e contro l’ISIS in particolare – quella informatica si è trasformata nella principale arma da utilizzare in battaglia. D’altronde – ha sottolineato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti Marco Minniti – “la conversione all’Islam e la successiva radicalizzazione sono di natura solipsistica”. Avvengono, quindi, soprattutto in forma individuale di fronte a un computer e non tanto nei luoghi di culto come spesso si dice. Ma come bisogna reagire all’attacco globale del Califfato? Secondo Minniti, quello che non si deve fare è snaturare la democrazia. “Occorre rispondere con fermezza ma non con logiche emergenziali o sulla base dell’emotività”. Dunque, i diritti non devono mai essere compressi, accantonati o messi in discussione. Nella visione di Minniti, sicurezza e libertà vanno sempre e comunque di pari passo. “Non può esserci alcuna libertà senza sicurezza. Ma d’altro canto, a cosa serve la sicurezza se poi non si è liberi?”.

LA SICUREZZA PREVALE

Per il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio, protagonista in passato nella lotta al terrorismo delle Brigate Rosse, sicurezza e libertà non sono sullo stesso piano visto che la prima finisce necessariamente con il prevalere. “Lo Stato può esistere senza libertà ma non senza sicurezza”, nel qual caso rischia di “non sopravvivere”, in quanto preda di “anarchia e giustizia fai da te”. “Certo, l’esigenza di sicurezza non deve poi essere utilizzata come alibi per ridurre la libertà” ha chiarito Nordio. Ed è qui che il magistrato si collega al clima di paura diffusa che si respira oggi nei confronti dell’ISIS. Nella sua concezione possono esistere situazioni in cui l’esigenza di sicurezza è in grado di giustificare una riduzione della libertà.

Tuttavia – ha concluso – quella attuale non è così grave da legittimare il restringimento dei nostri diritti fondamentali “tra cui quello alla riservatezza previsto dall’articolo 15 della Costituzione”.


LA LIBERTÀ, L’ANTITERRORISMO E LA RACCOLTA DI DATI

Deve averla pensata allo stesso modo – seppur in un contesto diverso, come quello della Francia fiaccata dagli attentati di Charlie Hebdo e del 13 novembre – anche l’ormai ex ministro della giustizia d’oltralpe Christiane Taubira. Contraria al progetto di prolungare ancora lo stato di emergenza proclamato all’indomani delle stragi, ha deciso di dimettersi. Una scelta che il procuratore di Torino Armando Spataro – altro protagonista dell’antiterrorismo italiano – ha detto di voler esaltare. “La Francia vuole costituzionalizzare l’emergenza ma dobbiamo sempre ricordarci di rispettare le regole fondamentali della democrazia”, di cui la privacy è parte integrante. Questo non vuol dire “che si debba abbassare la guardia nei confronti dei terroristi, contro i quali, anzi, è necessario fare un salto di qualità”. Da questo punto di vista Spataro ha evidenziato come la buona riuscita dell’attività d’intelligence non dipenda dalla quantità di dati di cui si è in possesso bensì dalla selezione che se ne fa. “Milioni di dati non servono a nulla se non si ha la capacità di selezionarli. Serve una selezione che consenta effettivamente di prevenire. Troppi dati sono un ostacolo per le indagini”. Infine da Spataro è pure arrivato un consiglio indiretto a Matteo Renzi: “È criticabile la scelta di affidare la sicurezza informatica a qualcuno che non venga da esperienze istituzionali”. Un riferimento, forse, a Marco Carrai e alla sua possibile nomina a super consigliere di Palazzo Chigi sulla cyber security.

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