L'analisi del professor Benedetto Ippolito

Il voto sul disegno di legge Cirinnà è rimandato alla settimana prossima, mentre il dibattito si fa sempre più infuocato ogni ora che passa. D’altronde la posta in gioco è altissima, forse perfino cruciale per il futuro della nostra civiltà.

L’intervento di ieri del cardinale Angelo Bagnasco non era fatto per gettare acqua sul fuoco. E per questa ragione specifica appare come un segnale molto importante che punta l’indice su un nodo specifico della nostra democrazia parlamentare che rischia di essere falciato o annullato dalle procedure e dalle finalità legislative.

Come noto il presidente dei vescovi italiani ha auspicato che il voto del Senato sia protetto dalla segretezza. Ciò equivale a dire, concretamente, che ogni singolo rappresentante della sovranità popolare dovrebbe poter esprimere il proprio assenso o dissenso a parti o all’interezza di questa legge, seguendo quanto gli detta il proprio personale convincimento. La reazione da parte del Governo e di alcuni maggiorenti del Pd è stata cortese ma molto dura. Matteo Renzi ha semplicemente notato che la decisione spetta al presidente del Senato e non al presidente della Cei: un appello al rispetto dei confini di giurisdizione tra quanto attiene alle cose di Cesare, come si vota, e quanto attiene alle cose di Dio, come si dovrebbe votare.

Molto interessante. La domanda è legittima: è stato opportuno questo intervento di Bagnasco oppure si è trattato di un’abusiva ingerenza in materia politica?

Per rispondere dobbiamo fare un passo indietro e comprendere quali siano le caratteristiche del piano morale, di cui Bagnasco ha piena titolarità, e del piano politico, in cui regna la sovranità del Parlamento. Se guardiamo alla storia, ci accorgiamo che questa distinzione tra Chiesa e Stato non implica per nulla una separazione. Anzi quando il Governo invoca il silenzio di un prelato, siamo già davanti ad una fuoriuscita dai limiti liberali che prescrivono il rispetto per le opinioni sociali autorevoli, in specie quelle di un’istituzione religiosa sovrana come la Chiesa cattolica.

In tal senso sarebbe utile rileggere Jacques Maritain, il quale giustamente osservava come non soltanto la Chiesa non debba fare politica, ma che soprattutto la politica debba avere la sensibilità etica di considerare la sua azione relativa soltanto a una parte della vita delle persone. Se un partito si considera proprietario delle scelte di un suo parlamentare, assume la muscolatura di chi si è gonfiato troppo e non rispetta le virtù che sono specifiche di chi deve decidere sul piano legislativo: in primis, la libertà di coscienza.

Perché avere paura, in altri termini, che i senatori votino liberi? E, ancor più, perché richiedere la pubblicità del voto in una materia etica che evidentemente è eccezionale dal punto di vista delle implicazioni umane che ha e sollecita le consapevolezze di tutti?

Qui s’innesca non solo la valutazione positiva dell’intervento di Bagnasco, ma la funzione liberale che la Chiesa garantisce in materia etica davanti al pericolo che il potere legislativo sia condizionato con eventuali rese dei conti nelle sue scelte individuali dal potere esecutivo di una maggioranza.

Già Gelasio nel V secolo, distinguendo Chiesa e Stato, indicava nella difesa della coscienza la più alta funzione dell’ordine religioso. Se un sacerdote non facesse questo, ma che dovrebbe fare? Quando, viceversa, lo Stato non tutela questa dimensione intima di consapevolezza individuale, assume un comportamento che tende a trasformare la sua parte in un tutto, riducendo il dovere pastorale di un sacerdote al silenzio e lasciandosi tentare da istinti autoritari.

In ballo nel ddl Cirinnà vi è l’essenza dell’uomo, costituita nella sua natura e identità riguardo alla famiglia e alla differenza sessuale. Non tutte le persone possono essere padri o madri, ma tutti sono figli di un padre e di una madre. Uno Stato che fa delle leggi nelle quali questo presupposto antropologico è mutato a favore della libertà di poter essere padre o madre a tutti costi, anche a danno dell’identità di un bambino, che richiede la certificata presenza anagrafica e ambientale di un padre e una madre, chiama in causa la coscienza di ciascuno. Come minimo!
Se Bagnasco non fosse intervenuto per chiedere il rispetto dell’intima libertà interiore di ogni senatore in un caso del genere, avrebbe fatto un danno allo Stato democratico e alla concezione liberale della nostra civiltà occidentale, contravvenendo a un obbligo che un pastore ha verso l’autonomia spirituale dei cittadini. L’ha fatto sant’Ambrogio con Teodosio, credo che lo possa fare anche Bagnasco con Matteo Renzi.

Dunque, in questo caso, sarebbe stato meglio ringraziarlo e comprendere che il potere e gli obiettivi leciti di una maggioranza parlamentare non possano essere attuati ad ogni costo, spegnendo la luce della coscienza e oscurando la libertà di opinione della Chiesa. D’altronde, non credo che Bagnasco voglia entrare a Palazzo Madama con truppe cammellate o con guarnigioni di assalto, e neanche che il potere decisionale di Pietro Grasso sia minimamente stato intaccato.

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