Viaggio a puntate di Gianfranco Polillo fra cronaca e storia...

Settimo articolo di una serie di approfondimenti. Il primo articolo si può leggere qui, il secondo quiil quarto quiil quinto qui e il sesto qui.

Se si segue il dibattito politico tra i candidati a sindaco di Roma, alcune parole sono ricorrenti. Si parla di trasporti, di manutenzione delle strade, di pulizia, verde pubblico e periferie. Tutte cose buone e giuste. Se il diavolo non ci mettesse la coda. Ciò che non si dice è che queste cose sono impossibili da realizzare, se l’Amministrazione capitolina non viene rivoltata come un calzino. E se non decollano riforme istituzionali in grado di cambiare volto agli assetti di potere non solo cittadini. Occorre quello che gli economisti chiamano un “salto di paradigma”: una grande discontinuità con un passato che altrimenti rischia di trasformare le migliori intenzioni in sterco del diavolo. Il pericolo è sempre lo stesso. Come diceva il vecchio Marx: il morto afferra il vivo e ne impedisce qualsiasi evoluzione.

Sono purtroppo i dati oggettivi a descrivere, con la loro crudezza, questo stato di impasse. Dati gli attuali equilibri di bilancio, non solo non c’è spazio per gli investimenti – 200 milioni nel 2015 su una spesa complessiva di oltre 4,5 miliardi, come abbiamo già detto – ma tutto il resto è pressoché totalmente immobilizzato. Spostare risorse da un capitolo all’altro è un’operazione quasi impossibile. Una coperta fin troppo corta è destinata a frustrare ogni velleità riformista. La situazione è notevolmente peggiorata durante la gestione di Ignazio Marino, ma già negli anni precedenti – il quinquennio 2010 – 2015 – i sintomi di questo totale immobilismo erano più che evidenti. Del resto se non fosse stato così, perché lo Stato centrale si sarebbe dovuto assumere l’onere di coprire l’ingente debito accumulato? E tirar fuori i soldi (pochi) per il Giubileo della Misericordia, al fine di rappezzare qualche strada.

Fatta 100 la spesa complessiva del 2015, secondo l’ultimo bilancio di previsione varato, il 24 per cento rappresenta il peso delle strutture burocratiche: la cifra più alta in assoluto. Alla viabilità ed ai trasporti è dedicato il 22 per cento, all’ambiente ed al territorio il 21 per cento, la spesa sociale pesa per il  13 per cento, mentre all’istruzione si dedica il 9 per cento. La polizia locale assorse il 7 per cento delle risorse residue. La cultura, con uno striminzito 3 per cento, fa la parte di Cenerentola. Nonostante il grande blaterarne, nell’enfasi del “politically correct“. Tanto per fare un confronto Milano prevede di spendere, nel 2015, per la cultura e i beni culturali, 218 milioni. Roma poco più della metà (148 milioni). Altro che la “Grande Bellezza”. Abbiamo parlato di spesa complessiva, ma, per quanto riguarda la Capitale, si tratta di, quasi esclusivamente di spesa corrente: essendo trascurabile quella destinata agli investimenti.

Tra il grottesco e l’imbarazzante, il dettaglio delle spese per investimenti. Per la viabilità e i trasporti si spendono rispettivamente 144 e 41 milioni, dando fondo a tutte le scarse risorse disponibili. Per la cultura ed i beni culturali, la spesa è di 19 milioni. Appena 3 milioni (scarsi) in più rispetto a quella riservata alle funzioni generali d’amministrazione. Ed è allora che il confronto con Milano diventa devastante. Per le funzioni tipo  sport, viabilità e trasporti, sviluppo economico, Milano spende qualcosa come 1,6 miliardi. Somme che rappresentano circa il 35 per cento dell’intero budget di Roma. Ed equivalgono a quanto la Capitale spende per il normale funzionamento della sua inefficiente amministrazione (1,2 miliardi) e per la polizia urbana (348 milioni). Non c’è quindi da stare allegri. Eufemismo per non parlare di disperazione, nel momento in cui si cerca di fotografare la realtà che quelle cifre non riesce a nascondere.

Secondo le indicazioni dello stesso Comune, le strade romane si sviluppano per 8.961 chilometri. Per fortuna non tutte sono comunali, ma se si escludono le autostrade, quelle statali e quelle provinciali (circa il 4 per cento del totale) il totale dei chilometri da gestire e manutenere è sempre impressionante: 8.594. Milano, dal canto suo, ha una dotazione molto più limitata: 1.633 chilometri di strade interne al centro abitato e 70 esterne. Ebbene: proviamo a ripartire la spesa complessiva per quel parametro fisico. Roma spende 120 mila euro per ogni chilometro delle sue strade. Milano quasi 1 milione e mezzo.

La prima campagna elettorale di Francesco Rutelli a sindaco, nel lontano 1993, fu caratterizzata dal simbolo del motorino. Un candidato che, snobbando l’automobile, percorreva, imprecando, le strade di Roma, con un vespino. Uno dei suoi cavali di battaglia fu la proposta del rifacimento del manto stradale, per consentire a tanti di non rischiare ogni giorno l’osso del collo di fronte alle buche che, fin da allora, caratterizzavano il panorama romano. Da allora, nonostante il susseguirsi di sindaci, ben disposti al richiamo ambientalista, la situazione è drammaticamente peggiorata. Al punto che se, oggi, non si possiede un “fuoristrada” camminare per Roma è solo una grande avventura. Si poteva provvedere? La domanda è solo retorica. Quella più giusta ha un segno diverso. Visto quanto spendiamo per la normale manutenzione stradale, il miracolo è che le strade esistano ancora: nonostante buche, avvallamenti, marciapiedi scombinati, voragini più o meno improvvise. Il tutto reso ancora più viscido dalla cattiva pulizia e dall’ingombro di auto posteggiate in seconda o terza fila. Ma del resto se i trasporti pubblici – vedremo anche questo – sono quelli che sono, tentare, con un proprio mezzo di locomozione, l’avventura giornaliera è il meno che si possa fare.

Si fosse almeno speso per l’ambiente. Questa poteva essere una scelta alternativa. Alla malora la mobilità cittadina, ma almeno il verde: curato per ingentilire una città resa rancorosa dalle difficoltà della vita quotidiana. Basta guardare la mappa di Roma: quelle grandi aree di verde – Villa Borghese, Villa Ada, Villa Torlonia, Villa Carpegna, Villa Doria – Panfili – fanno somigliare Roma alle altre grandi capitali europee. Parigi, tanto per fare un esempio, secondo il sito “sustainable cities” garantisce ai suoi cittadini 11,5 metri quadri di verde per abitante. A Roma questo valore sale a 16,5, stando almeno alle elaborazioni dell’ISTAT, per il 2011.  Per Milano, con un numero di abitanti pari a meno della metà, si scende leggermente: 16,3 metri quadrati.

Se le dimensioni fisiche reggono il confronto, non si può dire altrettanto per le somme spese per la loro cura. Per il territorio e l’ambiente sono disponibili a bilancio, per Roma, 958 milioni, come spesa corrente e appena 41 milioni per quella in conto capitale. Per un totale di circa 1 miliardo. Milano spende più o meno la stessa cifra, ma più del 56 per cento è rivolta agli investimenti. Nel comparare le cifre si deve, tuttavia, tener conto della diversa estensione fisica del verde. Anche prescindendo dalla più ampia dimensione di Roma. Le aree a verde romane sono, infatti, pari a 4.407 ettari; quelle milanesi a 2.284. Ne deriva che mentre Milano spende nel complesso (più spesa per investimenti che corrente) 443 mila euro per ettaro. Quella di Roma si ferma alla metà (248 mila). Con buona pace dei nostri improbabili ambientalisti, molto spesso portatori di un’identità solo elettoralistica.

Al di là del puro “trasformismo” di tanti politici romani, pronti a cavalcare ogni possibile sogno, i dati riportati dimostrano una realtà preoccupante. Finora tutte le buone intenzioni sono state costrette a cedere il passo ad una realtà lattiginosa. Non che mancasse la voglia di fare di più. Solo che per fare di più bisognava cambiare il quadro complessivo. Ed è allora che nascono i dolori e l’impotenza. Quando si tratta di sconfiggere cattive abitudini (spreco, parassitismo e via dicendo) scattano i meccanismi di difesa. Subentra il “buonismo”. Si mobilitano – come si diceva una volta – le masse. Cortei rumorosi, anche se sempre meno numerosi, attraversano la città. Con bandiere ed inni.

Naturalmente nessun professionista della protesta dice che vuol difendere lo status-quo. Se vi fosse questa trasparenza di propositi, quella battaglia sarebbe persa in partenza. Si denunciano invece “trame oscure” – anche questo fa parte del lessico passato – interessi improponibili. Tanto più se si invoca il merito. Per non parlare di quelle privatizzazioni che subito alimentano il sospetto di oscure congiure. Recentemente Pietro Giubilo, che fu sindaco di Roma dal 1988-89, ha ricordato, in un’intervista, come, in quel lontano periodo, cercò di incaricare soggetti privati del censimento degli immobili posseduti dal Comune. Nel Consiglio le opposizioni, con alla testa il PCI di allora, fecero le barricate. Nel silenzio della stampa intervenne contro questo progetto eversivo la stessa magistratura. Risultato, a quasi trent’anni di distanza, la scoperta di una grande “truffa”. La verità è che ci “vorrebbe un fisico bestiale”, come canta Luca Carboni.

Auguri per il prossimo sindaco di Roma Capitale.

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