Il prossimo sindaco di Roma sarà Virginia Raggi”. Non è l’auspicio o la previsione di un semplice militante del Movimento 5 Stelle ma il giudizio di Paolo Becchi, professore di Filosofia del Diritto all’università di Genova e, soprattutto, profondo conoscitore del mondo pentastellato di cui è stato – secondo le cronache – uno dei principali studiosi e teorici, prima di diventarne però un feroce critico (in uscita, ad aprile, il suo nuovo libro intitolato “Cinquestelle & Associati” pubblicato da Kaos Edizioni). “Sono fortemente contrario alla trasformazione che il movimento sta subendo a causa della gestione di Gianroberto Casaleggio”, racconta Becchi in una conversazione con Formiche.net. Nonostante questo, però, il professore non esita a indicare Raggi come la principale favorita alle prossime amministrative romane. Un approccio, il suo, in continuità con l’articolo apparso ieri sul settimanale inglese The Economist secondo cui – con la candidatura per il Campidoglio della trentasettenne – il movimento fondato da Beppe Grillo si avvia a diventare una forza politica meno anti-establishment e più convenzionale.

Professore quindi Virginia Raggi è già promossa su tutta linea?

Non ho motivo per dubitare delle sue qualità, avrà certamente le sue competenze ma tenga conto che il vero sindaco – dovesse vincere lei, come credo – sarà un altro.

In che senso scusi?

Virginia Raggi è l’immagine che il movimento proietta all’esterno ma le decisioni vere saranno prese a Milano, dalla Casaleggio Associati. Altro che Roma ai romani, Roma nelle mani di Casaleggio piuttosto. La candidata ha firmato o firmerà dichiarazioni di impegno in cui si vincola ad agire in conformità con quanto stabilito da chi – dopo l’uscita di scena di Grillo – guida il movimento. Ossia, Roberto Casaleggio.

Questo rapporto di dipendenza di cui lei parla, non rischia, però, di danneggiare la corsa di Raggi verso il Campidoglio?

A fare la differenza alle urne saranno le circostanze storiche che a Roma premiano il M5S. La crisi del Pd capitolino è troppo fresca per essere superata facilmente dagli elettori mentre il centrodestra si è completamente disgregato. E poi bisogna considerare che nella Capitale i grillini si giocano una partita fondamentale. Casaleggio punta a Roma come trampolino di lancio per le prossime elezioni politiche.

Si ma è sicuro che per i romani questo sia un dato irrilevante?

Il fatto che sia eterodiretta può essere rilevante per me ma non per gli elettori. Il documento che i candidati per il Campidoglio hanno firmato o firmeranno con la Casaleggio Associati, ormai è storia vecchia. Raggi si presenta benissimo, appare autonoma e competente. E’ questa l’immagine che sta dando di sé. Rappresenta nel migliore dei modi la trasformazione del movimento in partito politico tradizionale: all’inizio non andavano neppure in televisione e adesso invece – per candidarsi a governare, a Roma e in Italia – si affidano a volti anche televisivamente spendibili come quelli di Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e, appunto, Virginia Raggi. Tutto ciò non vuol dire, però, che il M5S non debba guardarsi da alcuni problemi.

A cosa si riferisce?

Le cosiddette “comunarie” sono state una farsa. Era noto a tutti che avrebbe dovuto vincere Virginia Raggi, la candidata di Casaleggio. Le voci di dissenso sono state oscurate, allontanate oppure direttamente espulse. Posso anticiparvi che tra lunedì e martedì tre attivisti si rivolgeranno alla giustizia ordinaria civile perché espulsi dalla consultazione online promossa dal movimento per la scelta dei candidati al Campidoglio.

Di chi si tratta?

I nomi saranno svelati la prossima settimana ma si tratta di tre attivisti, regolarmente iscritti, che per un motivo o per l’altro sono stati espulsi durante le comunarie. Presenteranno apposita impugnazione e così, per la prima volta, la magistratura interverrà sugli assetti interni del movimento.

Sta dicendo che il M5S ha seri problemi con la “base” degli iscritti?

E’ un fatto che sempre più attivisti chiedano di fare luce su cosa accade all’interno del M5S come avviene per ogni altro partito.  E il M5S – lo dice pure l’Economist – ormai è un partito nel senso più tradizionale del termine. Anzi, un partito con una struttura per certi versi più rigida e meno trasparente di quella degli altri.

La riporto subito a Roma per parlare di centrodestra. Prima, però, una curiosità sul M5S a Milano: perché ha puntato su un nome quasi certamente perdente come quello di Patrizia Bedori?

Credo che nel capoluogo lombardo le elezioni le vincerà il candidato renziano Giuseppe Sala. Per il M5S la partita era persa in partenza, diciamo che Casaleggio ha puntato tutto su Roma e lasciato Milano al suo destino. Non c’è dubbio comunque che a Milano oggi il movimento si trovi ad un bivio. Un partito che ambisce a governare l’Italia, non può fare in una città così importante percentuali da zero virgola. Ed è questo che succederà con Patrizia Bedori.

Perché con la candidatura di Bedori è questo secondo lei lo scenario che si apre a Milano per il M5S?

A Milano sanno già di aver perso ma c’è modo e modo di perdere. Per come si è messa la situazione – con il duello tra Sala e Stefano Parisi – i risultati del movimento potrebbero essere davvero deludenti. Talmente deludenti da non farli apparire poi credibili a livello nazionale. Ecco perché penso sia possibile che qualcosa cambi da qui al voto. C’è ancora tempo fino alle elezioni, non escludo che ci possano essere sorprese e che la candidata sindaco venga sostituita.

In effetti Bedori pensa di mollare dicendo che non si sente sostenuta. Torniamo a Roma e al caos che regna nel centrodestra diviso tra le candidature di Alfio Marchini, Guido Bertolaso e Francesco Storace. Quanto costerà questa disgregazione alle urne?

Il centrodestra a Roma non ha alcuna possibilità di incidere, al ballottaggio andranno Roberto Giachetti e la superfavorita Raggi. Marchini è rimasto con il cerino in mano. Sabato scorso ha riempito per la sua Convention l’Auditorium della Conciliazione ma questo vuol dire poco. Avrebbe dovuto cercare con più insistenza l’accordo con i partiti di centrodestra e in quel caso sarebbe andato al ballottaggio. In questo modo, invece – solo con la sua lista civica – non potrà andare oltre un buon risultato ma niente di più. Ormai è fuori dai giochi.

E Bertolaso invece? Berlusconi, Meloni e Salvini continuano a discutere mentre oggi e domani ci saranno i gazebo voluti dal leader di Forza Italia per confermare e rafforzare (almeno nelle speranze) la candidatura dell’ex capo della Protezione Civile.

Le elezioni di Roma avrebbero potuto essere il canto del cigno di Berlusconi: l’ultima importantissima vittoria prima di lasciare la politica attiva. E invece così non sarà: Guido Bertolaso non è un candidato condiviso e non ha alcuna chance di vittoria. Assolutamente nessuna. Berlusconi, dunque, passerà la mano lasciando la più completa disgregazione, non solo in Forza Italia ma in tutto il campo del centrodestra. Ammesso e non concesso che ai gazebo il nome di Bertolaso venga confermato dagli elettori.

Pensa che ci siano ancora i margini perché il centrodestra cambi “cavallo” in corsa?

Salvo sorprese, ormai è troppo tardi. Certo è che se Bertolaso dovesse persino essere sconfitto da un referendum su di lui, dovrà farsi da parte e allora i giochi si riaprono. Altrimenti, il centrodestra andrà avanti con questo candidato nonostante la contrarietà o l’appoggio molto tiepido di Matteo Salvini. Sarà una sconfitta storica da cui dovrà nascere un centrodestra completamente nuovo, guidato da Salvini e senza Berlusconi.

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