Ecco i piani Usa per riprendere Mosul all’Isis

Ecco i piani Usa per riprendere Mosul all’Isis
L'approfondimento di Emanuele Rossi

I successi nella porzione orientale della Siria, dove i curdi locali dell’Ypg appoggiati dai bombardamenti della Coalizione occidentale e da due team di forze speciali americane hanno ripreso ampie fette di territorio allo Stato islamico, sono già parte del piano strategico pensato dal Pentagono per riprendere Mosul (seconda città d’Iraq e capitale irachena del Califfato) dal controllo dell’Isis.

TAGLIARE I COLLEGAMENTI

Lunedì in una conferenza stampa congiunta onnicomprensiva della lotta allo Stato islamico, il segretario alla Difesa americano Ash Carter e il capo delle Forze armate statunitensi Joseph Dunford, hanno spiegato che l’avanzata dei curdi nel nordest siriano è il primo passo, importante, per stringere su Mosul e Raqqa (la capitale siriana dell’Isis). Il progetto, già noto, è di isolare i due polmoni dei baghdadisti, e per questo la Coalizione ha sostenuto con forza la scorsa settimana l’avanzata dei curdi Ypg sull’area di Shaddadi: per Carter era l’ultima delle “arterie principali che mettono in collegamento Mosul e Raqqa”, dunque toglierla dal controllo del Califfato è stata un’importante avanzata strategica (da cui i baghdadisti si sono difesi con forza, sacrificando uomini lanciati con diversi blindati esplosivi per rompere le linee curde). Tagliare le vie di comunicazione secondo gli strateghi militari americani è cruciale, e per questo, nella stessa sede, Carter e Dunford hanno anche annunciato esplicitamente (per la prima volta) l’uso di offensive di guerra cibernetica per tagliare anche i collegamenti virtuali tra gli uomini di Abu Abkr al Baghdadi.

L’IMPORTANZA POLITICA

Riprendere Mosul è un passo nevralgico nella lotta al Califfato, perché rappresenta molto di più di un’avanzata militare. La città del nord iracheno è al limite del territorio curdo e racchiude circa due milioni di persone di etnie diverse, tra cui molti turcomanni, curdi, cristiani (quelli non fuggiti per le persecuzioni dell’Isis) e diversi sunniti, che vivevano prima della nascita del Califfato in un equilibrio armonico. Per Baghdadi ha un forte valore simbolico (perché è considerata dall’organizzazione una città sunnita), infatti l’unica apparizione pubblica del Califfo fu proprio a Mosul il 29 giugno 2014, quando alla Grande Moschea tenne il sermone con cui proclamò la nascita del Califfato. Se la coalizione composta da forze occidentali ed esercito iracheno dovesse riuscire a riprenderla, passerebbe un messaggio implicito: i sunniti di Mosul non stanno più con l’Isis, e indirettamente la perdita simbolica potrebbe far vacillare la stessa impalcatura su cui si basa l’intero Califfato. Un colpo duro sia per le forze già sul campo, sia per i rinforzi che continuano ad arrivare dall’esterno (i cosiddetti foreign fighters) infuocati dal proselitismo, nonostante i governi mondiali abbiano alzato al massimo il livello di attenzione sul fenomeno.

I TEMPI

Carter e Dunford hanno messo in chiaro che la battaglia di Mosul potrebbe durare mesi, in effetti per quello che è noto i soldati del Califfato in città conterebbe una dozzina di migliaia di unità, e avrebbero già avviato azioni di difesa: un muro di cinta è stato costruito intorno alle vie di accesso cittadina, che sono state anche infestate di ordigni esplosivi improvvisati. Trappole simili a quelle viste già a Ramadi, il capoluogo dell’Anbar, altro simbolo dello Stato islamico perché è il luogo che ha dato i natali ai prodromi del gruppo, riconquistato in linea teorica tre mesi fa, sebbene nell’area i bombardamenti della Coalizione sono sempre frequenti dato che sacche di resistenza dei baghdadisti persistono, anche grazie alla disposizione di quelle trappole che rendono un incubo ogni passo in avanti dell’esercito iracheno impegnato a ripulire le vie cittadine. Ramadi è un ottimo paragone: la città conto la metà della metà degli abitanti di Mosul, quasi tutti fuggiti profughi davanti all’avanzata dell’Isis, tanto che quando l’assalto è iniziato le forze aeree della Coalizione hanno trovato un campo di battaglia libero da civili, potendo così colpire con tranquillità, frequenza, violenza, tuttavia la battaglia è durata mesi (e in parte ancora è in corso). A Mosul non è così, e questo è un altro aspetto che complica il campo di scontro, perché la delicatezza necessaria per evitare vittime civili rende inevitabilmente complesse le operazioni.

Sul New York Times un ufficiale iracheno ha detto che l’azione in forze contro Mosul potrebbe iniziare già da marzo, cioè a giorni: le stesse dichiarazioni sono state confermate da un’altra fonte anonima interna alla Difesa americana. Lo scorso anno di questi tempi gli Stati Uniti avevano annunciato che a maggio avrebbero dato il via alla campagna di riconquista, una strategia comunicativa fallimentare, che aveva posto il Califfo nella condizione di lanciare in anticipo offensive in altri settori (Ramadi per esempio fu uno di quelli) e far saltare i piani americani. Stavolta i due più alti in grado del Pentagono non hanno detto niente a proposito della data del “go!” all’azione.

I NUMERI

Mosul è più o meno estesa cinque volte Ramadi, che per essere ripresa ha visto impiegate ufficialmente due brigate dell’esercito iracheno addestrate dagli americane (la 73° e la 76°), ma secondo il reportage del giornalista Matt Bradley del Wall Street Journal la battaglia vera a propria è stata condotta solo dalle (pseudo) forze speciali della Sepcial Republican Guard, la cosiddetta Divisione dorata, l’unica vera unità affidabile di Baghdad. A Ramadi avrebbero combattuto non più di 550 uomini, riconoscibili per l’uniforme nera, le armi americane e gli stemmi con i teschi stilizzati simbolo del personaggio Marvel “The Punisher” – anche se questo è un retaggio dell’occupazione americana (lo indossavano disegnato sulle divise i Navy Seals) e ormai è diventato di moda e folklore e in Iraq lo indossano tutti quelli che vogliono darsi un tono militare. A questi la Coalizione (che si legge de facto: gli Stati Uniti) hanno provveduto a fornire supporto aereo ravvicinato, che in linguaggio militare si dice CAS. Cinquecento uomini per entrare a Ramadi, supportati dalle retrovie, potevano anche essere sufficienti, perché i numeri davano i baghdadisti in città intorno alle trecento unità: una sacca di resistenza estrema pensata solo per sacrificare la propria vita pur di danneggiare il nemico (gli altri erano stati spostati nel momento in cui il Califfo aveva pensato di non farcela a sostenere l’assedio). Ma a Mosul la situazione è diversa: secondo i calcoli ci vorrebbero circa 30 mila soldati, ma le due brigate disposte intorno a Ramadi ne contano circa 8000 e le poche centinaia della Divisione dorata non sono abbastanza per fare di nuovo la differenza.

Per confronto: nel 2004 furono tredicimila gli uomini dei reparti altamente addestrati, quasi tutti americani, che impiegarono oltre due mesi per riprendere Falluja a circa tremila insorti qaedisti (quei prodromi dell’Isis). Oltre 90 i morti occidentali e 560 i feriti. A Mosul ci sono almeno quattro volte i combattenti di Falluja di dodici anni fa.

LA POLITICA A BAGHDAD

Come già successo nell’Anbar, a Mosul non si possono usare le folte milizie sciite, perché sarebbero viste dai locali come occupanti settari e potrebbero così peggiorare la situazione sollevando una rivolta popolare pro-sunniti e anti-sciita che farebbe solo il gioco del Califfo. Nella pianificazione va tenuto anche conto che l’esecutivo di Baghdad è incastrato politicamente tra due schieramenti: l’alleanza con gli occidentali e l’amicizia ideologica con l’Iran (con cui condivide un centro di comando congiunto insieme a russi e siriani che si trova proprio a Baghdad). Da Teheran spingono perché l’Iraq risolva le situazioni senza l’aiuto americano, ma impiegando le milizie sciite che sono forze quasi completamente manovrate dalla Repubblica islamica (anzi, fanno proprio parte della strategia di politica estera iraniana). A questa posizione ambigua si lega per esempio l’assenza di un via libera allo schieramento di elicotteri da attacco Apache, che invece sarebbero necessari per sostenere le truppe a terra: è l’Iran che non li vuole perché darebbero un appoggio occidentale troppo diretto alle forze sciite locali di cui si compone prevalentemente l’esercito iracheno.

L’USO DEI PESHMERGA, ALTRO PROBLEMA POLITICO

Le forze occidentali, tra cui anche l’Italia, hanno provveduto al rifornimento di armi e all’addestramento di circa 16 mila combattenti curdi iracheni, i Peshmerga. È possibile che si conti anche su queste unità da far scendere da Erbil, poco a nord, per combattere a Mosul, ma il problema è anche qui politico. È improbabile che il governo iracheno accetti di concedere il ruolo da protagonista (in numeri e forze) ai Peshmerga, ed è improbabile che gli sponsor esterni come l’Iran pressino per questo, anche perché i curdi su Mosul rivendicano una sorta di diritto ancestrale territoriale che si fonde con gli interessi petroliferi. Baghdad non vuole correre il rischio di vedersi chiesti diritti amministrativi dai curdi in cambio del successo militare.

IL COINVOLGIMENTO ITALIANO

Da qualche giorno sono tornati in primo piano gli avvertimenti americani in merito all’instabilità strutturale della grande diga di Mosul, per la quale la ditta italiana Trevi si è aggiudicata i lavori di sistemazione. Si tratta di analisi basate su misurazioni geologiche e geostrutturali predisposte mesi fa dagli americani per verificare l’effettiva consistenza delle fondamenta dell’infrastruttura (che da anni è in disfacimento), che potranno essere utili presto ai tecnici della ditta di Cesena, dato che oggi la Farnesina ha diffuso una nota in cui si evidenzia che il contratto definitivo dei lavori “è appena stato firmato”. La Trevi sarà operativa a breve, dunque.

NODI POLITICI PER ROMA

Le dichiarazioni americane sono anche messaggi trasversali lanciati da Washington agli alleati. Roma aveva annunciato mesi fa l’invio in Iraq di un contingente composto almeno da 450 unità e mezzi meccanizzati per difendere i lavoratori della Trevi da possibili attacchi, ma è ovvio che i soldati italiani che si troveranno (presto, stando alla nota odierna del ministero degli Esteri) in una zona di prima linea sul fronte di Mosul potrebbero anche finire coinvolti nelle operazioni per riprendere la città, dato che la battaglia si svolgerebbe a pochi chilometri di distanza dall’area di loro competenza. Questo è un nodo politico che il governo italiano si troverà ad affrontare.

Lunedì un messaggio trasversale simile è uscito sempre dalla conferenza di Carter e Dunford, quando i due alti papaveri del Pentagono hanno sottolineato che l’Italia avrà un ruolo di comando nella missione che andrà a colpire il Califfato anche in Libia: è una chiamata alla armi per gli alleati, rei di aver fatto molto poco in questo periodo di guerra all’Isis – l’altro ieri sono usciti i dati sull’impegno inglese in Siria: soltanto 33 bombardamenti in tre mesi, per esempio.

ultima modifica: 2016-03-02T11:03:37+00:00 da Emanuele Rossi