L'analisi del ricercatore Luca Longo

Quello di poche ore fa è stato il Referendum più sbagliato di tutta la storia repubblicana. Era sbagliato il nome “Triv”. Come è stato scritto decine di volte anche su Formiche.net, non si parlava di trivelle – strumenti che si usano in fase di esplorazione per cercare i giacimenti – ma di estrazione di idrocarburi da giacimenti già identificati e in produzione. Ma è stato scelto “trivelle” perché il termine era senza dubbio più evocativo. Era sbagliato il cognome “No”. Il comitato promotore per il Sì al Referendum, dovendo scegliere fra la correttezza e una strizzata d’occhio agli antagonisti per partito preso ed ai vari “No Nucleare”, “No TAV”, “No F35”, “No inceneritori”, “No immigrati”, “No Expo”, “No Pizz col Pomodor”, hanno scelto la seconda.

Il risultato è stato che un comitato che, invece di “No Triv”, avrebbe forse potuto chiamarsi “Sì Ref per No Estraz” ha confuso non pochi elettori. Ho avvistato schede dove elettori presi alla sprovvista hanno aggiunto a matita “Triv” sotto una decisa croce sul “No”. In linea di principio, non era sbagliato che i comitati “No Triv”, avendo raccolto solo la metà delle 500mila firme richieste dall’Art. 75 della Costituzione per i Referendum di iniziativa popolare, tentassero di entrare dalla porta di servizio con l’approvazione da parte di almeno cinque consigli regionali. Ma se in tre mesi avevi racimolato meno della metà delle 500mila firme richieste, un problema forse te lo dovevi porre.

Era sbagliato il tentativo in extremis di vanificare i sei referendum inserendo apposite modifiche legislative nella Legge di Stabilità 2016. Un pasticcio combinato dal governo, infatti, ha impedito che la Corte Costituzionale cancellasse tutti e 6 i referendum ma, come Higlander, ne ha lasciato in piedi uno solo: il mitico “Triv”. Era sbagliato che vertici regionali, in buona parte del PD, utilizzassero l’arma “Triv” per un regolamento di conti tutto interno al PD. Non potevano darsele di santa ragione – ma in privato senza infastidire i cittadini – come ha fatto Renzi quando ha tolto di mezzo Enrico Letta?

Era sbagliato che le opposizioni al PD riscoprissero nel proprio animo una spiccata propensione per l’ambientalismo (propensione precedentemente sconosciuta almeno nel caso di Lega e FI) e saltassero tutte insieme appassionatamente sul carrozzone “No Triv” cavalcandolo in chiave “No Renz”.

È stata sbagliata, demagogica e oscurantista, la campagna dei comitati “No Triv”; ma di questo abbiamo già diffusamente parlato e Formiche.net ha reso un vero e proprio servizio pubblico offrendo i propri spazi per smontare – una per una e dati alla mano – le principali bufale propalate dai sostenitori. È, ovviamente, sbagliato che i perdenti ora si affannino a tentare di fare passare questa sconfitta clamorosa per una vittoria, magari tentando di estrapolare i numeri al (molto più serio) Referendum Costituzionale di ottobre. Ho aspettato un giorno prima di scrivere questo pezzo proprio perché volevo leggere le reazioni. Mancava solo qualcuno che proponesse di ricontare i voti.

I numeri, però, parlano chiaro: 37.340.642 elettori (il 73,7%, quasi tre quarti degli italiani) hanno detto No oppure hanno ritenuto inutile partecipare al Referendum mentre solo 13.334.764 (il 26,3%) havotato Sì per vari motivi.

È stato giusto spendere 300 milioni di euro (quasi 6 euro per elettore) per tutto questo? Non era meglio, con quei soldi, costruire un buon ospedale, oppure – argomento più affine anche agli ambientalisti della domenica – costruire più di 33mila impianti fotovoltaici domestici da 3 kW l’uno o, infine, una sola grande centrale fotovoltaica da 200 MW con cui rendere elettricamente autosufficiente una città di 200mila abitanti ?

PS: È pure sbagliato pensare che i soldi siano serviti per pagare gli scrutatori: quelli hanno preso circa 5 euro all’ora per un lavoro notturno e festivo (solo domenica hanno lavorato almeno 17 ore), mentre ogni presidente ha avuto pure l’extra di ben 26 euro per compensare la fatica di mandare a memoria 187 pagine di leggi e per la sua responsabilità civile e penale dell’intero procedimento. Ora possiamo occuparci di problemi più seri? Ne propongo uno: l’Italia, coi sui 60,67 milioni di abitanti rappresenta lo 0,8% della popolazione mondiale, ma è il quarto Paese al mondo fra quelli che più dipendono dall’estero per la propria energia.

L’Italia acquista all’estero oltre tre quarti del proprio fabbisogno energetico e, fra i grandi Paesi europei, risulta addirittura il più dipendente dalle importazioni. È paradossale che proprio il nostro Paese sia però al primo posto per riserve di petrolio in Europa dopo i grandi produttori del Mare del Nord (Norvegia e Regno Unito). Nel gas si trova in quarta posizione per riserve e solo in sesta per produzione.

Queste sono risorse non sfruttate, unicamente come conseguenza della decisione di non utilizzarle. Nonostante l’attività di esplorazione delle nuove riserve sia ormai bloccata da un decennio, con un numero di perforazioni inferiori a un decimo di quelle del dopoguerra, l’Italia potrebbe – sulla base dei progetti già individuati – almeno raddoppiare la sua produzione di idrocarburi a circa 22 milioni di tonnellate equivalenti petrolio entro il 2020. Solo con questo significherebbe alleggerire la nostra bilancia dei pagamenti di circa 5 miliardi di euro ed aumentare le entrate fiscali dello Stato di 2.5 miliardi ogni anno. Si attiverebbero inoltre investimenti per oltre 15 miliardi, dando lavoro alle decine di imprese, prima fra tutte l’Eni, che operano in ogni angolo del mondo ma sono impossibilitate a farlo nel proprio Paese.

Pensiamoci, stavolta sul serio, però.

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