Fatti, ricostruzioni, analisi e un commento del ricercatore Mattia Toaldo

Il generale Khalifa Haftar, messo due anni fa a capo dell’esercito dallo pseudo governo dell’est libico e comandante dell’operazione Dignità con cui vorrebbe liberare la Libia dagli integralisti islamici (che definisce indistintamente “terroristi” qualsiasi sia la loro natura, ossia che vengano da Tripoli o da Raqqa), sta vivendo un momento di roboante determinazione.

LE CONDIZIONI A CONTORNO

Vari episodi sono emblematici: ha ottenuto nuovi carichi militari, arrivati con ogni probabilità dall’Egitto con l’aiuto degli Emirati Arabi; è forte della presenza di alcuni reparti speciali occidentali (francesi, inglesi, americani, forse anche italiani) che sfruttano le basi delle sue truppe per studiare le mosse dello Stato islamico e tenere il contatto in Cirenaica, mentre i rispettivi governi avallano Tripoli; è rinvigorito dai successi ottenuti a Bengasi, dove ha liberato diverse aree cittadine controllate, in modo distinto, da baghdadisti e milizie tripoline (entrambi nemici comunque); gode del sostegno dell’esecutivo in esilio a Tobruk, che non solo si rifiuta di votare l’appoggio politico al governo di Fayez Serraj, sostenuto dall’Onu, ma cerca di mettersi in proprio nella vendita del principale asset economico e strategico libico, il petrolio.

IL PETROLIO DI TRIPOLI: LE SPALLE ECONOMICHE DI HAFTAR

Con una decisione unilaterale, mercoledì mattina, Abdullah al Thini, il premier nominato dallo pseudo governo di Tobruk, ha tolto l’incarico a Ibrahim Jadhran di comandante della milizia che controlla i pozzi petroliferi in Libia: non è ancora definito chi sarà ad occuparsi della sicurezza del petrolio. La questione è molto delicata, perché intacca vari interessi. Le infrastrutture petrolifere in Libia sono protette da un corpo paramilitare che finora non s’è troppo diviso tra i due macrocosmi di milizie in guerra, Tripoli e Tobruk. Jadhran, il suo capo, gode dell’appoggio discreto delle compagnie occidentali, molte delle quali operano in Libia attraverso lavoratori locali, che spesso sono tenuti in ordine dalle guardie di Jadhran. Nelle ultime settimane, mentre il governo Serraj otteneva il sostegno internazionale, con una sfilata di diplomatici che giornalmente si recavano alla base aerea di Abusetta da cui il futuro premier scelto dall’Onu muove le dinamiche del Consiglio presidenziale (il prodromo del definitivo governo) per ragioni di sicurezza, Jadhran ha dichiarato la sua obbedienza a Tripoli, ossia a Serraj. Questione che Tobruk non apprezza, soprattutto perché le guardie del petrolio potrebbero bloccare i tentativi di vendere il greggio indipendentemente che la Cirenaica sta studiando da tempo, e che negli ultimi giorni sono passati sul piano operativo. Lunedì la petroliera charter indiana “Dista Ameya” è salpata dal porto di Beida per arrivare a Malta, dove avrebbe trovato una società emiratina a fare da acquirente. La Noc, la compagnia nazionale che gestisce il petrolio libico, ha dichiarato il carico illegale, e così i maltesi hanno bloccato l’imbarcazione a qualche miglia dalla costa.

LA RICHIESTA DI AIUTO E I TIMORI DI SERRAJ

Non è un caso se la richiesta, ancora non formalizzata, di aiuto da parte del governo Serraj all’Onu e all’UE, arrivi in questo momento. Il timore di Tripoli è che quelle armi ricevute ultimamente possano essere utilizzate non solo per combattere i jihadisti, ma anche per serrare le difese attorno agli impianti petroliferi. Così facendo, forte di una guardia favorevole dopo il cambio al comando, Tobruk potrebbe iniziare a vendere il petrolio in proprio, senza controlli, e questo significherebbe che le spinte separatiste e federaliste interne alle istanze pro-Haftar trovino ancora più spazio e rappresentanza.

IL PIANO B OCCIDENTALE

Haftar sta ottenendo successi e se riuscisse a guadagnare terreno anche in direzione di Sirte, la roccaforte dei baghdadisti in Libia, è probabile che potrebbe portarsi dietro parte del consenso internazionale. La propaganda è forte e già in moto: andare a riconquistare Sirte è un progetto per ottenere appoggio internazionale, pensato sia da Ovest sia dalla Cirenaica. Quando il Consiglio della Shura di Derna, un raggruppamento di milizie islamiste, ha scacciato definitivamente l’IS dalla città, i miliziani hanno accusato Haftar prima di essersi preso il merito della vittoria e poi di aver favorito la fuga dei jihadisti per passare da liberatore. Addirittura, dalle guardie dei pozzi sono arrivate accuse (da prendere con il giusto peso e inquadrate nel contesto) secondo cui la ritirata da Derna dell’IS era una sorta di piano di Haftar per aprire un nuovo fronte e ampliare le zone di controllo. Secondo Ali al Hassi, portavoce della sicurezza dei pozzi, i baghdadisti “in fuga protetta” sarebbero arrivati fino all’area della Mezzaluna petrolifera, pronti a lanciare nuovi attacchi alle strutture, passando indisturbati cinque chekpoint controllati dagli uomini di Haftar, che vorrebbe usare i jihadisti di Abu Bakr al Baghdadi come proxy per sottolineare l’instabilità delle infrastrutture, per poi liberarle e prenderne il controllo. È chiaro che si tratta di ricostruzioni strumentali, ma è altrettanto evidente che chiunque riesca a fronteggiare lo Stato islamico avrà in cambio una sorta di riconoscenza diplomatica.

HAFTAR VUOLE IL SUO KURDISTAN

Per questo Haftar muove le sue carte, forte anche del sostegno esterno di Egitto, Emirati Arabi e Francia. Mattia Toaldo, ricercatore presso l’Ecfr di Londra, spiega a Formiche.net che dietro al generale c’è anche “una specie di piano B da utilizzare se dovesse andar male l’esperienza Serraj: un’opzione di riserva, oppure una sorta di Kurdistan iracheno da creare in Cirenaica”, ossia riconoscere una certa indipendenza, garantendo a Tobruk il dialogo con l’Occidente, in cambio di una stabilizzazione generale della situazione in Libia. La scorsa settimana, dopo una visita a Tripoli, il ministro degli Esteri inglese Philip Hammond aveva definito la milizia che guida Haftar, che ama farsi chiamare Libyan National Army, come “un’importante parte dell’arsenale difensivo del governo” nella lotta allo Stato islamico; per governo l’inglese intendeva quello di Serraj, in un’ottica di unificazione che potrebbe anche non arrivare mai.

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