La Reuters ha tre fonti che confermano la presenza di Qassem Suleimani, capo delle Quds Force iraniane e generale plenipotenziario sulla politica estera di Tehrean, a Mosca. Durante il viaggio, che secondo quanto riporta l’agenzia britannica è avvenuto giovedì sera, il generale avrebbe incontrato la leadership militare russa, il ministro della Difesa Sergei Shoigu e addirittura il presidente Vladimir Putin in persona (tra i temi probabilmente la Siria e la situazione nella regione, e anche la fornitura degli S-300, i sistemi antiaerei russi che proteggeranno l’Iran).

L’ASSE

La visita dell’eminenza grigia della forza militare degli aytollah è importante perché può essere il preludio a nuove dinamiche. Quando volò a luglio in Russia, violando le sanzioni internazionali che gli impedivano di spostarsi dall’Iran (ora tolte a seguito della firma del Nuclear Deal), si portò dietro, due mesi dopo, la decisione russa di intervenire pesantemente in Siria. Per questo si pensa che probabilmente il compito di Suleimani a Mosca è stato (ed è ancora) quello di super consulente, di cui Putin si fida, sulla situazione del conflitto e del regime, con compiti organizzativi per le operazioni congiunte; Russia, Iran, Siria, Iraq e Hezbollah, fanno parte di uno stesso asse operativo che lavora al fianco di Damasco contro i ribelli, e più raramente anche contro lo Stato islamico.

LE SMENTITE

Sergei Ryabkov, il vice ministro degli esteri russo, che era il delegato nei negoziati per il nucleare iraniano, ha negato la presenza del generale a Mosca, e ha sottolineato che anche gli incontri precedenti non ci sono mai stati (uno a luglio, si diceva, e l’altro a dicembre del 2015, pare). La situazione in Siria in questo momento s’è nuovamente complicata, al punto che la visita di Suleimani è talmente possibile che le smentite russe quasi perdono peso. Tuttavia vanno registrate come dichiarazioni ufficiali, tenendo comunque conto che il Cremlino non è nuovo nel negare fatti che poi nel corso del tempo si sono dimostrati veri.

SVILUPPI IN SIRIA

La guerra ad Aleppo, seconda città siriana quasi accerchiata completamente dall’offensiva dei governativi prima della tregua dichiarata il 27 febbraio, è ripresa con forza più o meno da una settimana. Un tutti contro tutti disorientante, scoppiato mentre il regime annunciava, pochi giorni fa, l’imminenza di una campagna militare congiunta per riprendere la metà della città controllata dai ribelli – notare che ufficialmente la Russia ha negato la partecipazione all’operazione, stonata pubblica con Damasco. Proprio ad Aleppo l’Iran ha inviato un contingente dei paracadutisti Nohed per puntellare le posizioni lealiste nuovamente in difficoltà (in accordo con la strategia attuale russa, che prevede sostegno più ravvicinato alla forze di terra). I governativi sono impegnati a contenere un’offensiva lanciata dalla qaedista al Nusra assistita da fazioni più moderate del Free Syrian Army, mentre anche lo Stato islamico è tornato combattivo nella zona. Si sono rivisti anche diversi lanci di missili anticarro Tow, forniti da un programma congiunto tra Stati Uniti e alleati regionali ai ribelli, segno evidente che il passaggio dei dispositivi è ripreso (forse anche durante la tregua) e il cessate il fuoco ormai regge solo sulle carte. S’è tornati a parlare anche di un “piano B” pensato da diverso tempo dalla Cia, riattivato negli ultimi due mesi, e rivelato tre giorni fa dal Wall Street Journal, da mettere in moto se la Russia dovesse decidere di aumentare di nuovo l’impegno al fianco del regime: fornire altre armi ai ribelli, tra cui anche missili antiaerei per sopperire al gap con i governativi (siriani e russi) che dispongono di un’aviazione.

LA RUSSIA USA L’IRAN PER SPOSTARE LE PEDINE DEL REGIME

Quando si muove Suleimani, qualcosa succede. È possibile che il generale sia arrivato a Mosca anche per consultazioni dal carattere più politico: si dice da tempo che russi e iraniani siano a corto di feeling per l’interpretazione ideologica del regime, ma tutto sommato Putin reputa gli ayatollah alleati potabili (e ha stima del generale), soprattutto perché possono tenere a bada Bashar el Assad, tornato baldanzoso oltremodo dopo i successi ottenuti grazie al sostegno russo (“riconquisteremo tutta la Siria”, la convocazione delle elezioni parlamentari, gli annunci su nuove imminenti offensive, sono uscite poco felici del presidente siriano, che imbarazzono Mosca, costretta a smentite, in argomento su cui i russi avevano già annunciato un “no”).

Un esempio di questo giro di influenze e pressioni: il fratello del presidente, Maher el Assad, feudatario onnipotente e comandante militare della Guardia repubblicana (e della 4° Divisione meccanizzata) – il corpo militare del presidente che facilmente si svincola dalle linee di operazione congiunta per seguire agende personali legate al potere degli Assad e per questo non amato dai russi – pare sia stato rimosso dall’incarico su pressioni degli iraniani, arrivate via Mosca.

 

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