Idee, proposte e provocazioni del consigliere regionale Pd in Emilia Romagna, Gianni Bessi, dopo l'esito del referendum No Triv

“Serve un “Progetto Italia”, un Piano industriale e culturale di respiro nazionale che sappia valorizzare il capitale produttivo partendo dalle imprese partecipate – dalle eccellenze nazionali come Eni, Saipem, Versalis, Enel, Finmeccanica fino alle grandi Municipalizzate e alle Fiere – che hanno competenze e know how di valore internazionale”. Parola di Gianni Bessi, consigliere regionale Pd in Emilia Romagna, che in occasione del referendum No Triv non ha esitato a rintuzzare mediaticamente tesi e pregiudizi dei No Triv assurgendo anche a un ruolo nazionale visto che è stato uno dei politici della maggioranza di governo che più si è speso per contrastare un esito della consultazione che sarebbe stato nefasto.

Bessi, intervenendo prima del referendum lei aveva insistito sul fatto che la questione chiave per il futuro energetico del Paese era costruire una transizione dalle fonti fossili a quelle rinnovabili, riconoscendo il ruolo fondamentale del gas naturale. È ancora di questa opinione?

Sì, e mi pare che il risultato della consultazione referendaria suggerisca che si debba imboccare in fretta questa strada. Trovando una soluzione ragionevole, che ci permetta di raggiungere l’obiettivo indicato dall’Unione europea senza distruggere il settore offshore, ma dando a imprese e lavoratori il tempo per riconvertirsi. E nello steso tempo utilizzando l’estrazione di gas come risorsa economica per sostenere la ricerca: lo sta facendo la “verde” Norvegia, non vedo perché non potremmo farlo noi. Serve solo buona volontà e voglia di non perdersi in contrapposizioni ideologiche.

Lei ha ribadito più volte di essere dalla parte dei lavoratori dell’oil&gas e dell’indotto, che possiedono i competenze di valore internazionale, frutto di anni di lavoro. E che avrebbe continuato a starci anche dopo il referendum, comunque fosse finito.

E lo ripeto: stare con i lavoratori in questo momento significa difendere non solo un settore produttivo, ma il valore delle nostre comunità e, cosa più importante, il loro futuro. I lavoratori del settore, di tutti i settori, sono stati coraggiosi perché hanno fatto sentire la propria voce in modo unitario, hanno messo le loro facce e i loro cuori nel confronto sul referendum. E hanno saputo trasformare le proprie ragioni in consapevolezza generando una reazione che ha avuto la stessa intensità e le stesse azioni dell’iniziativa dei comitati No Triv.

E i risultati si sono visti…

Vero. E non è un caso che siano nati sui social molti gruppi “dal basso”, cioè costituiti dai lavoratori, che hanno “occupato” con iniziative, messaggi, post e video l’istituzione più importante: la rete dei mass media. Non posso che esserne contento. Come non posso che essere contento delle parole che Matteo Renzi ha rivolto ai lavoratori di Ravenna (anche mercoledì su Rtl). Sono stati loro i veri protagonisti.

A questo punto, messo in archivio il referendum, bisogna pensare al futuro. Che fare?

Ed è il concetto che ho espresso ben prima che si votasse. Bisogna guardare avanti, avere un approccio lungimirante al problema: ora è importante pensare a un percorso, un progetto industriale, dove i lavoratori del settore offshore possano continuare a fare ciò che conoscono bene, estrarre il gas metano e, nello stesso momento, iniziare quella transizione di cui ho parlato più volte che ci porti al pieno utilizzo delle fonti rinnovabili.

Lei cosa farebbe?

Comincerei con investire di più in ricerca, innovazione e formazione in modo da fare crescere una nuova generazione di forza lavoro capace di affrontare la sfida che ci attende, cioè innovare il sistema energetico nazionale. Se ci siamo lasciati alle spalle il referendum non significa che i temi che ha contribuito a sollevare siano esauriti, anzi. E comincerei a progettare quella transizione di cui parlavo.

Con quali strumenti? E quali risorse?

Intanto metterei a punto un “Progetto Italia”, un Piano industriale e culturale di respiro nazionale che sappia valorizzare il capitale produttivo partendo dalle imprese partecipate – dalle eccellenze nazionali come Eni, Saipem, Versalis, Enel, Finmeccanica fino alle grandi Municipalizzate e alle Fiere – che hanno competenze e know how di valore internazionale. L’elemento di base su cui costruire la strategia è la congiuntura economica favorevole di questo momento, che se ben sfruttata con scelte di lungo respiro ci permetterebbe di agganciare la ripresa. Intanto si metterebbero le banche nella condizione finalmente di sapere dove destinare l’enorme liquidità accumulata grazie al Quantitative Easing della BCE, mentre il sistema manifatturiero italiano potrebbe trovare in questi investimenti il volano tanto atteso della ripresa economica.

Ha in testa un modello a cui ispirare questa strategia?

Sarebbe facile rispondere “quello coreano”, che organizza le imprese in filiere lunghe e, grazie a ciò, le ha trasformate in uno dei pilastri del sistema economico. Basterebbe invece una “via italiana”: la creazione di una cabina di regia super partes – che quindi operi a livello superiore rispetto ai singoli Cda dei campioni nazionali come Eni, Saipem, Versalis, Enel, Finmeccanica fino alle grandi Municipalizzate – all’interno della quale dovrebbe esercitare un ruolo primario la Cassa depositi e prestiti, che il governo ha identificato come lo strumento in grado di fornire le risorse economiche per sostenere le strategie di sviluppo. Ovviamente, non una nuova IRI. Stabilito questo, non ha importanza che la responsabilità di questa ‘sapiente regia pubblica’ sia in carico al MEF, a Palazzo Chigi, alla CDP o a un consiglio direttivo a cui partecipino tutti questi soggetti. Infine, mi permetto di indicare una caratteristica indispensabile di questa strategia: le scelte non possono essere fatte, e questo vale anche per l’azionista MEF, solo rispondendo all’esigenza di realizzare performance finanziarie.

Come si aspetta che agisca questa cabina di regia?

I Paesi nostri concorrenti si sono dotati di politiche che favoriscono, quando possono e all’interno delle leggi della libera concorrenza, le proprie aziende. In sede di gare di fornitura dell’indotto quali per esempio l’impiantistica industriale della meccanica, utilizzano lo strumento del ‘last call’. Ecco, mi aspetterei che la cabina di regia di cui parlavo scegliesse una “via italiana” che potrebbe essere utilizzare lo strumento del “last call” solo con aziende fornitrici che abbiano il requisito di “affidabilità storica”, che è fatta dalle esperienze pregresse in materia di contratti eseguiti e assimilabili alle nuove gare, puntualità nella consegna, performance contrattuali, mancata revoca di commesse per incapacità tecnica, affidabilità patrimoniale e finanziaria ecc.

Quali aziende italiane potrebbero beneficiarne?

Penso a quelle che conosco meglio, cioè le aziende ravennati ed italiane in generale dell’indotto dell’offshore Oil & gas, che sono venute alla ribalta del grande pubblico grazie al referendum. Queste realtà sono in grado di presentare credenziali di “Affidabilità Storica” come poche altre al mondo. Ed è un requisito che per i committenti rappresenta una “garanzia di sicurezza”. Ecco, questo è un caso concreto di come potrebbe funzionare la ‘via italiana’ al “last call”, grazie alle aziende che possono presentare il requisito di “affidabilità storica”.

Lei prima ha detto che un progetto Italia deve avere anche un respiro culturale. Cosa intende?

Se è vero che è indispensabile investire in ricerca, innovazione e formazione in modo da fare crescere una nuova generazione di forza lavoro, capace di affrontare la sfida che ci attende, il punto di partenza deve essere un investimento convinto e considerevole nell’istruzione e nella conoscenza, che veda una collaborazione permanente scuola-lavoro. E che permetta la crescita di una cultura industriale moderna grazie innovativi percorsi didattici tecnici, organizzativi e gestionali.

Come ci si dovrebbe approcciare secondo lei a questo tema?

Certo. E per spiegarlo utilizzo una lettera di uno studente di liceo che ho ricevuto poco tempo fa e che mi ha colpito facendomi riflettere. Il testo diceva: Caro politico… per quanto riguarda la riforma della scuola sono anni che perdete tempo chiusi nelle ‘vostre aule’ a pensare quale sia la soluzione migliore per mettere d’accordo interessi vecchi e nuovi. Magari basterebbe trascorrere qualche ora nelle “nostre aule” ad ascoltarci.

Che cosa vuole dire in concreto?

Ad ascoltare i professori che avrebbero bisogno di programmi di studio aggiornati per attirare l’attenzione degli studenti. Un programma decente di storia ad esempio: sarà mai possibile che in prima superiore si debba ricominciare dai dinosauri? Va bene la cultura, ma non sarebbe un po’ più utile iniziare almeno dal Medioevo e magari fare lezione su che cavolo è successo dal 1945 ad oggi? Come facciamo a capire cosa sta succedendo se abbiamo un buco di 70 anni? Come facciamo a scegliere chi votare noi che abbiamo compiuto 18 anni? Guardando le vostre pagine su Facebook? Allora scusatemi, ma siete voi ad aver perso la testa con i social, non noi. E la cosa più buffa di tutte è che chi sta al potere, e quindi chi è stato votato per prendere una posizione e trovare una soluzione ai problemi, NON PRENDE POSIZIONE perché deve tenersi buoni il numero più possibile di parlamentari deputati senatori ecc. ecc. A questi che stanno là dentro vorrei dire ma, scusatemi, non vedete che cosa (non) state facendo? Siete chiusi nelle vostre ‘aule’ a cercare di rattoppare leggi vecchie o circolari che sono sempre in ritardo su quelle che sono le nuove esigenze e le nuove richieste per la formazione dei giovani studenti. Voi politici vi arrovellate per cercare di adattare regole vecchie ad esigenze nuove perdendo di vista la realtà che è in continua evoluzione e vi nascondete dietro alla burocrazia in modo che più si è in alto (politico, assessore, sindaco, preside) e meno ci si assume la responsabilità insita nel proprio ruolo e si tende a scaricare la colpa alla base (professori, operai, impiegati, liberi professionisti) … Ti sfido caro politico a fare cambio posto perché se tu non sai trovare una soluzione ci voglio provare io e ci voglio provare per poter vivere meglio e non per lo stipendio». Ecco questa lettera mi ha insegnato molto. Voglio provare ad ascoltare e a trovare una soluzione.

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