E’ una frase che non ho capito, soprattuto perché pronunciata da un cattolico come lui. Penso che volesse dire una cosa giusta ma che l’abbia detta nel modo sbagliato“. Rocco Buttiglione non nasconde le sue perplessità sulla frase pronunciata da Matteo Renzi a Porta a Porta, che tanto ha fatto discutere: “Ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo“. In questa conversazione con Formiche.net, però, il filosofo e deputato di Area Popolare spiega quali fossero le reali intenzioni del presidente del Consiglio, dà il suo giudizio a proposito della legge sulle unioni civili approvata mercoledì scorso dalla Camera e fa il punto su come sono cambiati – anche negli ultimi anni – i rapporti tra lo Stato e la Chiesa.

Professore, che cosa voleva dire Renzi secondo lei?
Credo volesse dire questo: “Io – che sono prima di tutto un cattolico – ho il compito di tenere assieme il popolo italiano e di realizzare quella misura di bene comune che oggi è concretamente possibile fare, con una legge che ne preservi l’unità e il sentimento di fratellanza reciproca“. Ed è quello che è stato fatto dal Parlamento: approvare una legge che non esclude, con la quale tutti possono sentirsi cittadini.

Il suo giudizio sulla legge, dunque, è positivo?
Si tratta di un testo fondamentalmente giusto. In Italia ci sono due questioni. La prima riguarda le discriminazioni che i cittadini omosessuali hanno subito e che in alcuni casi purtroppo subiscono ancora. Pertanto, era necessario tutelare i loro diritti, compreso quello di formare una comunità affettiva con un’altra persona. D’altro canto questa non è famiglia. La famiglia è un’altra cosa: è l’amore di un uomo e di una donna dentro il quale nascono dei bambini. La posizione giusta era sì alle unioni civili e no al matrimonio omosessuale, alla stepchild adoption e all’utero in affitto. E questa è la posizione su cui si è attestata la legge, penso condivisa dalla maggioranza degli italiani.

Area Popolare ha chiesto al governo un passo formale contro l’utero in affitto e sull’argomento ha presentato anche un apposito disegno di legge in Parlamento. E’ ottimista oppure teme che un provvedimento del genere non venga approvato?
Mi auguro che questo passaggio ci sia. Vede, a volte mostrano in televisione le fotografie di due persone omosessuali con un bambino, e sono sempre contente di averlo. Però nella fotografia non c’è nessuna donna: c’è una mamma che è rimasta senza il suo bambino e c’è un bambino che è rimasto senza la sua mamma. E’ un trauma terribile per entrambi. Non bisogna creare artificialmente degli orfani.

Torniamo alle posizioni del presidente del Consiglio. Quanto pensa che la frattura con  il “popolo del Family Day” possa danneggiare Renzi in vista delle amministrative e, soprattutto, del referendum costituzionale d’ottobre?
Un momento, la frattura non comprende tutto il cosiddetto popolo del family day ma solo alcuni suoi esponenti. Si tratta di un popolo molto grande e composito, la cui maggioranza, a mio parere, si trova sulle posizioni che noi abbiamo espresso: sì alle unioni civili, no al matrimonio e alle adozioni gay. La maggior parte dei cattolici italiani sono convinto che condivida questa impostazione.

Quindi non c’è il rischio di una ritorsione elettorale – per dirla un po’ brutalmente – da parte di quel mondo?
Ognuno vota come crede. Personalmente, inviterei il popolo del family day a non disperdere la sua grande forza, di cui abbiamo bisogno. Siamo riusciti a fare una buona legge sulle unioni civili perché quel mondo ha dato l’altolà alla cattiva legge – la Cirinnà – che originariamente si voleva fare. La battaglia per la famiglia è tutt’altro che finita, avremo ancora bisogno di mobilitarci tutti insieme. Spero che i movimenti del Circo Massimo non disperdano la loro forza: un referendum contro la legge sulle unioni civili mi sembra sbagliato.

Da politico cattolico come valuta l’ipotesi che dall’esperienza del 30 gennaio scorso al Circo Massimo nasca un partito della famiglia?
Non mi pare una buona idea, io non lo voterei e le spiego il perché. Sono cattolico e ho delle convinzioni molto forti sulla famiglia ma non darei il mio consenso ad un partito che è centrato esclusivamente su un’unica questione. Gli interventi per la famiglia sono un pilastro fondamentale della più complessiva politica per il Paese che deve inevitabilmente portare avanti il governo.

La riporto alla legge sulle unioni civili. A suo modo di vedere, che cosa dimostra a proposito dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato italiano? Come sono cambiati, ad esempio, da quando il cardinal Camillo Ruini guidava la Cei?
Tutto cambia. La Chiesa deve fare i conti con un mondo che si trasforma ma anche con un panorama politico italiano disfatto. Non ci sono più partiti, l’unico che rimane – seppur con gravi difficoltà e problemi di coesione interna – è quello di Renzi. Tutti quanti noi abbiamo il dovere di dare un contributo per costruire un nuovo sistema politico, con partiti dall’alta motivazione ideale e capaci di selezionare una classe dirigente onesta. Credo che anche i cattolici abbiano una responsabilità da assumersi in questo senso. Se cerca un impegno ideale, non rivolto immediatamente al potere e al denaro, credo di non offendere nessuno se dico che il bacino più grande in cui cercare sia quello dei movimenti cattolici.

Secondo lei, oggi sono la politica e la società ad essere meno soggette all’influenza della Chiesa? Oppure è la Chiesa ad essere meno interessata all’Italia? O, ancora, è cambiato il modo delle gerarchie ecclesiastiche di esercitare la loro funzione nel nostro Paese?
E’ una cosa un po’ complicata. Nella società italiana probabilmente la Chiesa ha perso forza in questi ultimi tempi ma ne ha anche guadagnata. Come direbbe Zygmunt Bauman – che tutti citano ma che in pochi hanno letto – quella italiana è diventata una società liquida. Ciò vuol dire che i centri di aggregazione – che motivano le persone a un impegno ideale – si sono tutti indeboliti. Alcuni sono addirittura scomparsi, pensi al Partito Comunista. Di questi centri la Chiesa Cattolica è sicuramente il più forte. La sua forza relativa rispetto agli altri è cresciuta. Il vero avversario non è un altro centro ideale ma un’individualismo edonista che sta polverizzando la società.

In questa evoluzione, quanto ha inciso – a suo modo di vedere – l’avvento al soglio pontificio di Francesco che molti considerano poco concentrato sull’Italia e l’Europa e molto di più, ad esempio, sull’Africa e l’America latina?
Non è Francesco, è la Chiesa che è diversa perché il mondo è cambiato. In Europa il numero dei cattolici diminuisce sul totale della popolazione mentre nel resto del pianeta è vero il contrario: in Africa, ad esempio, aumenta a dismisura. Pensi alle vocazioni: in Europa c’è una grave crisi ma in altri continenti non è così. In Africa negli ultimi dieci anni i sacerdoti sono aumentati del 33,6%, più di un terzo. C’è una crescita anche in Asia e in Sud America. E’ ovvio che in questo contesto il peso dell’Europa per la Chiesa diminuisca. Il primo Papa sudamericano della storia rende evidente un processo che si sarebbe verificato anche se il Pontefice fosse stato italiano.

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