L'approfondimento di Emanuele Rossi dopo l'inchiesta del Financial Times

La McKinsey & Company, una delle più influenti e potenti società di consulenza aziendale al mondo, ha costruito nel tempo un fondo segreto di investimento che gestisce oltre 5 miliardi di dollari muovendosi per conto dei clienti stessi della società, presenti e passati, e dunque sollevando ipotesi di un conflitto d’interessi, in quanto potrebbe alterare le proprie consulenze per veicolare dinamiche di investimento. A rivelarlo è stato il Financial Times, con una lunga inchiesta che potrebbe scombussolare gli equilibri di vari giganti economici mondiali che si affidano all’advising della società americana. Secondo le informazioni a cui i giornalisti del quotidiano economico inglese Harriet Agnew, Miles Johnson e Patrick Jenkins hanno avuto accesso, l’hedge fund miliardario sarebbe gestito direttamente dalla MIO Partners (McKinsey Investment Office Partners), la branca della società fondata dal professore universitario di Chicago James McKinsey che si occupa della gestione di piani pensionistici e degli investimenti.

LA RETE MCKINSEY

“MIO è gestito in modo indipendente, e tutte le sue attività sono separate dalle operazioni di consulting di McKinsey”, replicano ufficialmente al Financial Times i portavoce della società guidata dal 2009 da Dominic Barton: è una dichiarazione non troppo polposa, che riproduce quanto riportato nella mission pubblicata ufficialmente sul sito internet della compagnia. La McKinsey è una potenza globale, con uffici in tutto il mondo e un fatturato ormai scollegato per oltre il 60 per cento dalle attività negli Stati Uniti. In un libro del 2013, “The Firm: the story of McKinsey and its influence on American business”, Duff McDonald (“stella” del giornalismo economico americano, come lo definisce Amazon: Vanity Fair, New Yorker, Esquire, Fortune, Business Week, GQ, Wired, Time, Newsweek, per dire alcune collaborazioni) ha scritto che “i suoi consulenti hanno inaugurato l’onda del cambiamento strutturale, finanziario e tecnologico nelle migliori aziende della nazione; hanno rimappato la struttura di potere all’interno della Casa Bianca; hanno anche rivoluzionato le scuole di business”. Una lista di clienti che comprende General Electric, Ford, Johnson&Johnson, Siemens, Royal Dutch Shell, Mitsubishi, American Express, Pepsi, Bank of England, BBC, AT&T, Nba, Oxford University, oltre che diversi governi come quello inglese, messicano, e la città metropolitana di Chicago; pare che ad ispirare il principe Mohammed bin Salman sulla “Vision 2030”, il piano di riforme economiche e differenziazione dal petrolio intrapreso dall’Arabia Saudita sia stato proprio il report “Moving Saudi Arabia’s Economy Beyond Oil” redatto per conto di Riad dal McKinsey Global Institute, il braccio del gruppo che si occupa di ricerca. È il luogo di lavoro da dove partire per poi diventare un top manager di una grande società: la percentuale legata alla carriera degli ex dipendenti diventati dirigenti di successo è la più alta al mondo, spiegò in un articolo del 2008 USA Today. Per dire la dimensione di questa sorta di legacySundar Pichai, il Ceo di Google, quello di Morgan Stanley James Gorman e la Chief operating officer di Facebook Sheryl Sandberg, o ancora Ian Davis, presidente della Rolls-Royce, Jeff Skilling, ex amministratore delegato della società energetica Enron (disastrosamente crollata nel dicembre del 2001), Charlotte Hogg, Coo di Bank of England, Tidjame Thiam capo di Credit Suisse, sono tutti passati dalla McKinsey e sono solo alcuni di quelli che hanno raggiunto ruoli di vertice tra le principali compagnie internazionali. La rete degli ex allievi è una potenza globale, “una specie di Opus Dei” dice un uomo dell’ufficio di Londra ai giornalisti inglesi. Su queste potenza si basano le perplessità sul conflitto d’interessi del fondo di investimento.

IL PROFILO DISCRETO E GLI UTILI ENORMI

MIO Partners ha un profilo discreto, pare che diversi dipendenti della McKinsey non siano a conoscenza dell’attività del fondo sebbene “esista da decenni” scrive il FT, impiega 80 persone e ha uffici sparsi tra Londra, New York, Monaco e Singapore. Sono invece 9mila i consulenti della McKinsey nel mondo, il loro ruolo è dare consigli strategici ad alcune delle più importanti aziende internazionali, a cui forniscono business plan, indicazioni su se e quando accedere a fusioni societarie, idee per “migliorare le performance economico-finanziarie”, e per “costruire programmi di crescita e sviluppare competenze”. Un portafoglio clienti che permette alla società di avere un quadro completo su aziende e addirittura interi settori industriali. I consulenti non hanno contatti con gli investitori, spiega un altro uomo della McKinsey al Financial Times, ma la questione è evidente che abbia dei risvolti complessi: per esempio, la società di consulenza potrebbe essere a conoscenza, o addirittura indirizzare, mosse di compagnie clienti su cui poi veicolare, o meno, investimenti del MIO. Il fondo è gestito da un board composto da 12 partner attuali e non che hanno il dovere di supervisionare le operazioni, ma gli stessi non indicano questo genere di attività nelle proprie schede aziendali nota il FT, e dunque pare vogliano tener nascosto questo ruolo, un segreto. Nel 2014, mentre gli altri hedge fund si attestavano attorno al 4 per cento di restituzione, MIO Partners faceva segnare il 14: Todd Tibbetts, il Chief Investment Officer, nelle lettere private inviate agli investitori spiegava che mosse scaltre avevano permesso quei guadagni. Ora ci sarà da capire se è tutta bravura o hanno avuto qualche aiutino dalla casa madre.

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