L'analisi dell'economista Salvatore Zecchini

Se le conclusioni annuali del Governatore della Banca d’Italia sono di solito a cavallo tra il politico e il tecnico, quelle che Visco ha presentato il 31 maggio appaiono come una dichiarazione di netto sapore politico, con un richiamo ai molti problemi che angustiano non solo l’economia, ma anche la società italiana e quella europea. Le sue dichiarazioni spaziano molto oltre il campo monetario e finanziario di competenza di un banchiere centrale, toccando aspetti critici, dall’emergenza migranti, alle paure e diffidenze dei cittadini, le nuove barriere che si ergono, le unioni civili e convivenze, le disfunzioni della giustizia, la necessità di progredire verso un’unione politica, che permetta di gestire meglio la cessione, oggi incompleta, di sovranità all’Europa.

Non tanto una fotografia della situazione, quanto una chiara indicazione delle priorità che dovrebbero guidare l’azione di un governo, accompagnata da una spiegazione dell’operato della banca centrale per l’uscita dalla crisi economica e per la stabilità del sistema bancario. Non mancano nemmeno le critiche alle scelte dell’Ue e alle posizioni di alcuni paesi membri in materia di limitazioni ai salvataggi bancari.

In questo mare di considerazioni è facile perdere di vista alcuni tratti qualificanti delle ricette del Governatore, che non replicano quanto già dichiarato negli ultimi mesi in audizioni parlamentari e discorsi pubblici. I tre problemi di fondo della nostra economia sono attualmente il ritorno a una crescita sostenuta, la vulnerabilità del sistema bancario e la nuova vigilanza condivisa tra autorità nazionali e quelle europee. Su ciascun tema si possono cogliere affermazioni insolite e gravide di implicazioni.

Rafforzare la crescita economica e contrastare il rischio di deflazione sono i due obiettivi perseguiti dalla politica monetaria con successo, perché senza questa azione la dinamica del Pil e dei prezzi sarebbe stata più bassa di oltre mezzo punto percentuale. Ma essa non basta, perché le riforme strutturali e una politica di bilancio a sostegno del ciclo, ovvero in disavanzo, devono dare il loro contributo. In altri termini, si avalla la politica del Governo volta a ritardare il riequilibrio del bilancio per sostenere la domanda. Al tempo stesso, si riconosce che gli sgravi contributivi e il Jobs Act sono serviti a migliorare l’occupazione. Su questo fronte si va anche oltre: più occupazione serve anche ad innalzare l’inflazione scongiurando la deflazione, in quanto minore disoccupazione implica incrementi salariali nel triennio successivo.

Questo è uno sviluppo insolito, e in qualche misura in contrasto con la precedente affermazione, secondo cui riduzione di costo e flessibilità del lavoro hanno generato più occupazione. Non è chiaro, quindi, quale ordine si auspichi tra prius e posterius. Sembra, invece, assente un riferimento al collegamento cruciale tra incrementi salariali e produttività, specialmente a livello aziendale.

Sul fronte delle banche, si sottolinea che la recessione ha infierito sui loro bilanci dilatando i crediti deteriorati, ma vi sono anche inadeguatezze nella governance bancaria, che vanno corrette in fretta, non ritardando l’applicazione della nuova normativa. Altri fattori potrebbero giovare a riassorbire le sofferenze: una maggiore speditezza ed efficienza della giustizia nelle procedure di recupero e lo sviluppo di mercati per i prestiti insoluti. Tuttavia, bisogna anche che le autorità di vigilanza europee si rendano conto che questo riassorbimento può avvenir solo in modo graduale e quindi debbono dare prova di flessibilità nell’applicare i nuovi, più rigorosi, criteri.

La vigilanza bancaria è anche il punto dolente dell’intervento del Governatore. Oltre a lamentare la rapidità con cui Bruxelles ha posto limitazioni ai salvataggi con risorse nazionali, mentre altre componenti essenziali dell’Unione bancaria, come la garanzia sui depositi, sono ancora in alto mare, mette in discussione il divieto di interventi pubblici degli Stati e l’applicazione particolare delle restrizioni sugli aiuti di Stato ai fondi privati di garanzia. Ammette anche che l’azione di prevenzione e gestione delle crisi bancarie, come nel caso delle più recenti, si svolge in condizioni di maggiore difficoltà. Non tanto una difesa a spada tratta dell’operato, quanto il riconoscimento che la ricerca e l’individuazione delle anomalie non sono agevoli con gli strumenti a disposizione e che le difficoltà vanno a detrimento della tempestività dell’azione correttiva. Al tempo stesso, l’intendimento di fare applicare il meccanismo unico di vigilanza con pari incisività verso quei sistemi bancari stranieri che sono ampiamente esposti ai rischi della finanza strutturata.

In breve, dichiarazioni coraggiose e determinazione nell’azione, entrambi segnali che l’invito finale a fare di più si rivolge a tutti, anche alla stessa banca centrale.

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