Si tratta di una giunta in larga parte tecnica. Mi chiedo: ma se il movimento dovesse arrivare al governo, affiderebbe il ministero dell’Economia a Mario Monti?” E’ un giudizio che evidenzia tutti i cambiamenti in corso tra i pentastellati quello che Paolo Becchi riserva alla nuova giunta romana di Virginia Raggi nata ufficialmente ieri (qui tutte le foto della prima uscita pubblica in Assemblea Capitolina). Il professore di Filosofia del diritto all’università di Genova e profondo conoscitore dei cinquestelle – che ha poi abbandonato perchè in contrasto con la nuova linea politica –  non esita a lanciarsi in paragoni anche audaci nel commentare i nomi degli assessori chiamati ad amministrare Roma insieme al nuovo sindaco.

Professore, e chi sarebbe il Monti della squadra di Raggi?

Ma senza dubbio il nuovo titolare del bilancio che all’interno della giunta credo avrà il ruolo di gran lunga più importante. Marcello Minenna è un dirigente della Consob e professore della Bocconi. Un tecnico puro direi.

Perchè si tratta di un elemento negativo a suo modo di vedere? Non potrebbe essere un segno di maturità da parte del movimento? 

Le interpretazioni possono essere diverse, però è indubbio che i grillini delle origini avrebbero fatto scelte molto diverse. Che fine ha fatto la consultazione della base attraverso il voto online? Perchè i militanti non sono stati coinvolti? Di sicuro, poi, avrebbero varato una giunta formata da attivisti cinquestelle e non da persone che, seppur preparate, del movimento sanno poco o nulla. L’unica eccezione è il braccio destro di Raggi Daniele Frongia, nominato vicesindaco.

Al di là della natura “tecnica” di quasi tutti gli assessori, come valuta la giunta dal punto di vista della preparazione? Sotto questo profilo mediamente, salvo alcune eccezioni, sembra formata da persone competenti.

Nessuno lo contesta, per carità. Penso che nessuno possa dire che Mario Monti non sia competente e che non capisca di economia e finanza. Però vederlo in un governo cinquestelle mi farebbe un certo effetto. Mi chiedo: nella politica valgono le visioni e gli ideali politici o solo le competenze? Se la riposta fosse la seconda, basterebbe creare governi tecnici e non politici e abolire i partiti. Ma così non è.

Pensa che affidarsi a personalità di questo tipo evidenzi un’assenza di classe dirigente del movimento? Oppure potrebbe essere una scelta lungimirante? Una persona come Minenna al bilancio, almeno in teoria, dovrebbe offrire più garanzie di un normale attivista.

Credo che il dato saliente sia questo: il MoVimento 5 Stelle non ha formato una classe dirigente e non penso la voglia neppure formare. Per questa ragione si affida alle competenze che sono presenti sul mercato. Ma possiamo dire che questa giunta è veramente grillina? Raggi ci mette solo il timbro.

Ma è davvero poco grillina? Non è possibile che sia poco pentastellata nel significato originario del termine ma che invece lo sia pienamento per come il movimento è diventato oggi? In molti dicono che è cambiato, che è diventato più moderato…

Ma certamente è così, però rimane la questione di fondo: gli assessori scelti non sono né vecchi né nuovi grillini. Semplicemente sono estranei in tutto e per tutto al movimento. E poi, avrebbero dovuto sottoscrivere il codice etico voluto da Gianroberto Casaleggio per le elezioni di Roma ma invece non lo hanno fatto.

Pensa che avrebbero accettato lo stesso l’incarico se fossero stati obbligati a firmare quel contratto?

Ma figuriamoci, assolutamente no. Questo però è il segno di quanto il movimento stia tradendo i suoi ideali di partenza. Di questo passo – le ripeto – è lecito pensare che in caso di vittoria alle politiche i cinquestelle faranno un governo con Luigi Zingales alle Finanze o allo Sviluppo economico. Può esserci una figura del genere all’interno di un esecutivo grillino? I programmi dicono chiaramente di no ma stando così le cose viene da pensare che servano solo ad arrivare al potere.

Scegliere – per amministrare Roma – persone con competenze in molti casi riconosciute è il segnale che i cinquestelle nella capitale non vogliono e non possono fallire? Quella presa da Raggi – e da tutto il movimento, Luigi Di Maio in testa – non è in fondo la strada più sicura?

E’ senza dubbio così. Che il movimento a Roma si giochi tutto, d’altronde, è fuor di discussione: è dalla città eterna che passano le loro chance di arrivare al governo del Paese. Non possono permettersi di sbagliare e per riuscirci devono dimostrare di essere in grado di fare poche ma decisive cose: ripulire un po’ la città, coprire le buche eccetera. Eventualmente però lo faranno con il Monti o lo Zingales di turno. Magari prima del voto avrebbero dovuto informare i cittadini sulla volontà di scegliere profili di questo tipo.

Professore, ma il fatto che il Campidoglio sia guidato da un sindaco e un vicesindaco del movimento non è di per sé garanzia che la linea politica profonda dell’amministrazione sarà grillina?

Non basterà assolutamente, Raggi svolgerà un ruolo meramente di rappresentanza come si è capito già dalle sue prime uscite pubbliche e da come sono procedute le trattative per la composizione della giunta. Quanti assessori sono stati scelti direttamente dal sindaco?

E allora chi li ha scelti a suo modo di vedere?

Sono il frutto di una mediazione tra le varie anime del movimento portata avanti da Di Maio, che da candidato premier in pectore è ben consapevole dell’importanza nazionale di Roma. C’è però anche un altro punto: perché gli attivisti di Roma non sono stati consultati prima di formare la giunta? Come le regole del movimento prevedono, non avrebbero avuto il diritto di pronunciarsi sui nomi? Addio alla democrazia diretta direi: lo streaming a cinquestelle vale per il primo consiglio comunale dell’era Raggi ma non per far partecipare davvero ai cittadini che a quanto mi risulta non hanno potuto assistere alle riunioni infuocate di questi giorni per la scelta degli assessori.

Uno dei primi atti di Raggi da sindaco è stato l’incontro con Papa Francesco. Un altro segnale che i cinquestelle stanno diventando più moderati?

Roma è la città del Vaticano e Raggi con la sua visita non ha fatto altro che confermalo. Basta leggere Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana: in queste settimane ha dato prova di simpatizzare chiaramente per il movimento e per il nuovo sindaco di Roma. Molti cattolici hanno votato Raggi a Roma

Quale significato bisogna attribuire a questo elemento?

Certamente è un aspetto importante del quale tenere conto. La componente cattolica del movimento cinquestelle è forte. Non è un caso che Grillo abbia modificato – anche contro la volontà di alcuni dei suoi stessi parlamentari – la posizione dei pentastellati sulle adozioni gay: lo ha fatto perché si è reso conto che una parte importante dell’elettorato grillino è di matrice cristiana. Sotto questo profilo, Raggi si è mossa benissimo riconoscendo la grande importanza della Chiesa a Roma: mi pare che il suo comportamento sia pienamente coerente con le logiche nazionali del movimento.

Un aspetto, quest’ultimo, che evidenzia anche alcune differenze con Chiara Appendino che ad esempio ha creato il nuovo assessorato alle Famiglie. Il sindaco di Torino è più di sinistra di Raggi?

Ma non credo si possa dire una cosa del genere. Il movimento da questo punto di vista è trasversale. La posizione più moderata di Raggi su questi temi nasce dal fatto che sia stata chiamata ad amministrare la città del Papa e del Vaticano. E’ inevitabile che a proposito di questi temi il sindaco di Roma debba assumere un atteggiamento più moderato di quanto non faccia Appendino a Torino. E’ una questione di condizionamento che semmai dimostra un dato molto interessante a livello nazionale: il movimento cinquestelle è davvero il partito della nazione, in grado di svolgere una politica un po’ più di sinistra o un po’ più di destra a seconda dei casi, adattandosi di volta in volta alle circostanze esterne.

Quindi le differenze sono così marginali o c’è qualcosa di più?

No, le differenze sono evidenti. L’impressione chiara è che Appendino abbia un grado di autonomia nettamente superiore a Raggi. Non è un caso che il sindaco di Torino non abbia firmato alcun codice di comportamento a differenza del primo cittadino di Roma. Una scelta, quest’ultima, da attribuire certamente a Casaleggio: il famoso contratto non vale per tutto il movimento ma è stato fatto su misura di Roma e soprattutto di Raggi che non dava quell’affidabilità che invece garantiva Appendino.

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