L'approfondimento di Emanuele Rossi

Da diverso tempo si parla dei collegamenti di Donald Trump, il magnate candidato repubblicano alle presidenziali americane e la Russia. Si tratta di reciproche aperture, scambi di complimenti con il presidente Vladimir Putin e interessi in ballo. La questione preoccupa molti settori della politica americana. Gli Stati Uniti attualmente (sia dal lato repubblicani che in quello democratici) mantengono una linea piuttosto severa nei rapporti con Mosca, che è tornata a essere un avversario strategico globale per Washington e per i suoi alleati.

LA RUSSIA FA CREDITO A TRUMP

Questa settimana è uscito un articolo significativo sui collegamenti tra Trump e la Russia. Lo ha scritto un giornalista di sinistra, Josh Marshall sul sito Talking Points Memo, ma da lì ha iniziato a circolare in ogni angolo del mondo, ripreso da media molto più influenti. Il punto centrale sono gli affari di Trump: il miliardario americano per muoversi ha bisogno di credito, ma molti dei principali istituti americani lo hanno mollato perché troppo pesante (usa per questo banche minori, ad eccezione della Deutsche bank). In suo aiuto da diversi anni, sono arrivati creditori russi, molti dei quali oligarchi dell’inner circle putiniano; inutile aggiungere che sono elementi non integerrimi, come quelli provenienti anche dal Kazakistan che hanno finanziato uno dei più grossi investimenti del momento, il condominio Trump Soho a Manhattan (mezzo miliardo di dollari). Tra i coinvolti in “inspiegabili infusioni di cash provenienti” da conti kazaki e russi, Alexander Mashkevich, per esempio: oligarca con doppia cittadinanza, anche israeliana, Mashkevich è nato economicamente durante la Perestroika, finito in mezzo a qualche vicenda giudiziaria losca, attualmente nella lista dei più ricchi di Forbes insieme ai due colleghi del cosiddetto “Trio”, un gruppo di tre imprenditori kazaki che controlla quasi tutto il mercato del paese. È un intimo di Putin, uno dei collegamenti del Cremlino con il mondo ebraico. Queste “infusioni” di soldi nei conti di Trump, però, non si possono provare, perché lui è l’unico candidato nella storia delle presidenziali americane che s’è rifiutato di rendere pubblica la dichiarazione dei redditi.

GLI UOMINI DI TRUMP E I COLLEGAMENTI CON LA RUSSIA

Altri collegamenti. L’uomo che sta guidando la squadra di The Donald verso la Casa Bianca è Paul Manafort, che, come racconta Marshall, ha avuto per anni rapporti di lavoro con politici dell’est europeo vicini a Putin. Uno su tutti, l’ultimo in ordine cronologico, Victor Yanucovich, ossia il presidente filo-russo che nel 2014 ha condotto l’Ucraina verso quella sorta di guerra civile che si sta ancora combattendo nella regione orientale del Donbass, a cui si collega la presa della Crimea da parte di Mosca e l’attuale tensione nei rapporti tra Russia e Occidente. La settimana scorsa Trump durante un’intervista al New York Times ha detto che con la sua presidenza la risposta a un’eventuale invasione russa in un paese alleato americano nella Nato non sarebbe stata automatica; a leggere certi collegamenti si capiscono meglio anche certe posizioni. Inoltre: il responsabile delle policy con la Russia della campagna Trump è Carter Page. Page, scrive Bloomberg, ha trascorso larga parte della sua carriera muovendosi tra i soldi russi, per esempio quelli del colosso energetico Gazprom, che controlla la maggior parte del settore in Russia ed è alle dipendenze di Putin: secondo Marshall non si può essere coinvolti ad alto livello con Gazprom, come lo è stato Page, se non si è in linea con le visioni di Putin. Il giornalista americano aggiunge un altro dettaglio: alla convention di Cleveland i sostenitori di Trump si sono disinteressati alla stesura del programma, che è stato monopolizzato dal partito spostandolo su posizioni molto conservatrici (che piacciono, comunque, agli elettori). Solo su un punto la macchina organizzativa trumpista s’è mossa in modo forte: la necessità di mettere per iscritto la volontà politica di alleggerire le pressioni americane sulla Russia per la questione Ucraina, e l’alleggerimento dell’appoggio a Kiev.

QUALCOSA CHE NON POSSIAMO IGNORARE

Marshall precisa che Trump non è una marionetta nelle mani di Mosca, come invece fa capire Jeffrey Goldberg sull’Atlantic (“It’s Official: Hillary Clinton Is Running Against Vladimir Putin titola il giornalista che ha firmato l’antologica intervista sulla “dottrina” Obama, in cui il presidente chiamò “scrocconi gli alleati”). Ma è indiscutibile che esistano indizi e prove di collegamenti tra il candidato repubblicano e la Russia: “Esiste un numero non indifferente di prove a sostegno della tesi per cui Trump e Putin hanno rapporti finanziari o un’alleanza non tacita. Anche se le vostre conclusioni sono diverse, è un fatto che l’impero finanziario di Trump è in sostanza dipendente da capitali legati a Putin. Non è qualcosa che può essere snobbato o ignorato”.

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