Chi c'era e cosa si è detto alla presentazione del libro di Vincenzo Lippolis e Giulio Salerno sulla presidenza Napolitano

Giorgio Napolitano è stato un presidente che è andato oltre i suoi limiti costituzionali? E’ entrato a gamba tesa nella vita politica italiana? Questi interrogativi sono rimbalzati per anni nel Palazzo, specialmente in relazione alla caduta di Silvio Berlusconi nel 2011 e alla sua sostituzione con Mario Monti. Ma anche per quanto riguarda la scelta, dopo le elezioni del 2013, di non affidare un mandato pieno a Pierluigi Bersani, dando poi l’incarico di formare il governo a Enrico Letta, con un esecutivo sostenuto anche da Forza Italia.

L’occasione per parlare di questi temi è la presentazione del libro La presidenza più lunga di Vincenzo Lippolis e Giulio M. Salerno (Il Mulino), un volume in cui si analizzano i suoi nove anni al Quirinale. Siamo nella sede dell’Enciclopedia Treccani, a Roma, e in sala c’è tutto il mondo “napolitanocentrico”: la moglie Clio, il figlio Giulio, Sabino Cassese, Giuliano Amato, l’ex portavoce di Nap (al secondo mandato) Maurizio Caprara, Valeria Fedeli, Pier Ferdinando Casini, l’ex segretario generale del Colle Donato Marra. A fare gli onori di casa è Massimo Bray, a moderare è Stefano Folli. In prima fila anche Giulio Tremonti. La tesi del libro è assolutoria: Napolitano ha esercitato il suo mandato nei limiti posti dalla Costituzione. Le ingerenze, se ci sono state, sono servite a “sciogliere matasse”, ovvero a sbloccare situazioni in cui la politica e il Parlamento si erano bloccati.

La mia eredità politica è la riforma costituzionale. Un’eredità a rischio, perché ci sarà un referendum. Da cui dipende l’avvenire del nostro Paese“, afferma Napolitano che torna, anche qui, a parlare di riforme. “Le matasse sono state tante e piene di aghi, ci si poteva far male“, ammette l’ex capo dello Stato, “ma quella peggiore è stata l’ipocrisia e la doppiezza dei partiti di fronte alla necessità di riformare la seconda parte della Carta e la legge elettorale“. Con Renzi, però, tutto cambia. “Quando dicono che sono un fiancheggiatore del suo governo mi viene da sorridere, perché il mio impegno sul fronte riformista parte da lontano. Ora finalmente abbiamo la possibilità di semplificare il procedimento legislativo. E’ un’occasione che non va sprecata“.

L’ex capo dello Stato poi ripercorre i 9 anni della sua presidenza. “Ci sono stati tanti intoppi in cui sono dovuto intervenire, specialmente quando mi veniva sottoposta una decretazione d’urgenza eccessiva, senza che ce ne fosse la necessità“, racconta il senatore a vita. “Invece di accusarlo dovremmo essergli grati, perché in periodi molto complicati e difficili il Quirinale con lui è stato un punto di riferimento importante, un baluardo del sistema democratico cui guardare. Anche questa può essere considerata la sua eredità“, spiega Vincenzo Lippolis, uno dei due autori del libro. “Se fosse un’autobiografia il titolo poteva essere: confesso che ho vissuto. Napolitano ha interpretato il ruolo di garanzia come funzione dinamica e questo gli ha permesso di rimettere in moto la macchina della politica ogni volta che si bloccava. Non ci sono state forzature, ma salvaguardia del sistema“, osserva Gaetano Silvestri.

Il libro ripercorre anche i tanti momenti di scontro avuti con il governo Berlusconi e lo stesso senatore a vita cita il “decreto Englaro”. All’inizio i rapporti con la maggioranza di centrodestra furono difficili, ma poi lo stesso Berlusconi capì che, se da una parte non poteva fare come gli pareva, dall’altra sul Colle poteva contare su una personalità affidabile che oltretutto godeva della stima internazionale. “Mi sono mosso restando sempre fedele alla neutralità del mio ruolo. E’ stata una presidenza lunga e faticosa dove ho esercitato persuasione nell’equilibrio“, continua Napolitano. Che ora però rivendica la necessità e la giustezza della riforma costituzionale messa in campo dal governo Renzi. “La spinta riformista ha caratterizzato gran parte della mia vita politica e su questo mia grande fonte di ispirazione è stato Leopoldo Elia“, conclude l’ex presidente.

Ma Renzi ha fatto bene a personalizzare così tanto su di sé il referendum? “In politica bisogna andare su singoli temi. Se si mette troppa carne al fuoco e si dà a una consultazione un significato che non ha, non è mai una cosa utile ai fini del risultato“, risponde, a margine, Sabino Cassese, grande amico di Napolitano e anch’egli sostenitore, e suggeritore, del ddl Boschi.

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