L'intervento di Daniele Capezzone

A maggior ragione dopo l’orrore di Nizza, c’è un libro da leggere, comprendere e mettere in pratica.

Il generale Michael T. Flynn ha oltretrent’anni di carriera ai massimi livelli dell’intelligence militare americana, essendo stato protagonista di missioni nei più diversi teatri di guerra (Grenada, Haiti, America Centrale, Iraq e Afghanistan), e avendo lavorato fianco a fianco con figure come i generali Petraeus e Mc Chrystal. Il suo nome è diventato noto anche ai non addetti ai lavori in almeno due occasioni: una prima volta, quando è stato sollevato dalla posizione di Direttore della Defense Intelligence Agency americana per aver dichiarato davanti a una Commissione parlamentare che gli Stati Uniti sono oggi più in pericolo di quanto non lo fossero alcuni anni fa; e, una seconda volta, proprio in questi giorni, perché il suo nome, secondo la stampa statunitense, è entrato nella short-list delle personalità tra cui Donald Trump potrebbe scegliere il suo candidato vicepresidente. Se la scelta cadesse su Flynn si tratterebbe di una mossa in grado di cambiare la partita: non solo per le qualità personali di Flynn, ma perché – di tutta evidenza – sarebbe la prima mossa davvero “presidenziale” di Trump.

Michael Ledeen è – a mio personale avviso– uno dei massimi intellettuali viventi. Uomo di eccezionale cultura e visione, da decenni con libri, articoli e un’incessante attività di studio, ricerca e divulgazione (dapprima all’AmericanEnterprise Institute, ora alla Foundationfor Defense of Democracies), ammonisce sulla necessità di promuovere a livello globale libertà e democrazia, di abbattere dittature e rovesciare tiranni, di non accettare la logica dell’appeasemente del cedimento rispetto ai nemici dell’Occidente.

Si tratta di due maverick, di due outsider rispetto ai loro stessi mondi. Due uomini liberi che hanno pubblicato questa settimana un pamphlet, scritto a quattro mani, dal valore doppio: da un lato, perché si riconosce pagina dopo pagina l’architettura e la visione della politica internazionale secondo Ledeen; dall’altra, perché la testimonianza personale e diretta, e le conoscenze sul campo del generale Flynn, rappresentano una fonte di primissima qualità. Chiunque sia il nuovo Presidente americano, farà bene a tenere questo libro sulla propria scrivania, come bussola e guida per compiere scelte diverse da quelle – deludenti, rinunciatarie, pericolose – dell’amministrazione Obama.

La tesi centrale del libro può essere riassunta così. Nel mondo c’è un network di gruppi estremisti islamisti (Isis, Al Qaeda, Hamas, Talebani, Boko Haram, ecc) che sono da anni in crescita esponenziale: per i lutti che provocano, per la loro crescita e la loro capacità di proselitismo, per la loro penetrazione verso obiettivi occidentali. Noi, finora, non siamo stati in grado (perché non lo abbiamo voluto con la giusta determinazione e la necessaria chiarezza di visione) né di contrastarli né di colpire chi li sostiene. E qui sta la seconda parte del problema. C’è un insieme di Paesi (diversissimi fra loro, a volte anche ostili gli uni agli altri) che, per varie ragioni, ritengono di sostenere o fare da sponda alle reti terroristiche, o che comunque, per altra via, concorrono a ritenere l’Occidente il proprio nemico: Corea del Nord, Russia, Cina, Iran, Siria, Cuba, Venezuela, eccetera.

Flynn e Ledeen presentano una fotografia choccante: anche se i nostri leader dicono che stiamo vincendo, la verità è che stiamo perdendo. Ora, occorre fare due cose. Primo: riconoscere che siamo in guerra, una nuova guerra mondiale, che non si può continuare a negarla, chiudendo gli occhi dinanzi alla natura del nemico. E’ sintomatico che Obama non riesca praticamente mai a pronunciare insieme le tre parole “radical islamist terror”. Secondo: non basta immaginare un piano per “ridurre il danno”, per “gestire” la situazione, per “contenere” il nemico. Occorre (e Flynn e Ledeen lo mettono nero su bianco) un piano per vincere.

Nel mare di spunti forniti dal volume, che mirabilmente intreccia teoria geopolitica/geostrategica e azione sul campo, cinque aspetti sono, a mio avviso, particolarmente significativi.

Nelle situazioni (si pensi all’Iraq) in cui una grande missione militare si trasforma in una specie di guerriglia, può sempre accadere il peggio. Ergo, è essenziale ottenere il supporto delle popolazioni locali che, in genere, non vogliono essere direttamente implicate, almeno fino al momento in cui non abbiano deciso chi sia destinato a vincere il conflitto. Più che una scelta, quella delle popolazioni locali è una sorta di profezia che si auto-avvera, nel senso che il contributo della loro “intelligence territoriale ambientale” e delle loro risorse umane si rivela essenziale. In fondo, spiegano Flynn e Ledeen, nell’estate del 2006 le cose stavano andando molto male in Iraq: Bush ebbe il merito di comprenderlo e di cambiare strategia, inviando Petraeus. Anche allora (come oggi su scala globale) si commetteva un errore nel mettere a fuoco la big picture, il quadro complessivo, anche perché lo stato reale delle cose sul campo era in aperto conflitto con la “narrazione” politica più rassicurante. Ma il capo politico ebbe il coraggio di modificare i suoi piani e di sostituire i capi militari sul terreno. Un punto essenziale divenne proprio il rapporto con le popolazioni locali, alle quali fu trasmesso (e oggi sarebbe necessario fare lo stesso rispetto al mondo arabo) un messaggio chiaro e inequivocabile: che l’America non aveva (e non ha) obiettivi imperialisti, ma di sincera cooperazione, e soprattutto che voleva (e vuole) vincere davvero, senza lasciare le popolazioni locali in mezzo al guado, in balia di un nemico non sconfitto.

I nostri nemici (in testa Isis e Al Qaeda) hanno un’elaborazione e una preparazione sofisticatissima, al massimo livello. Flynn e Ledeen ricordano (riferendosi ai covi di Al Qaeda scoperti in Iraq nel 2005, e poi a un covo di Al Zarqawi) che le forze occidentali ritrovarono piani strategici di straordinaria raffinatezza e un’estrema e dettagliata conoscenza dell’Occidente. In tempi più vicini a noi, i recenti attentati (Parigi, Bruxelles, ecc) hanno mostrato anche l’estrema disciplina dei terroristi islamisti nell’uso delle comunicazioni, tale da vanificare o comunque da rendere assai meno efficace una tradizionale attività di intercettazione. E’ dunque essenziale infiltrare queste organizzazioni e fare uso (gli autori ne parlano diffusamente) di tecniche volte a ottenere il maggior numero di informazioni dai nemici catturati. Sono, dunque, indispensabili interrogatori penetranti, condotti anche con tecnologiche elevatissime; un costante “ponte elettronico” tra le strutture che interrogano sul campo e le strutture centrali dell’intelligence a Washington; sburocratizzare le procedure autorizzative e ogni collo di bottiglia; massimizzare il valore e l’utilità di ogni singola informazione ottenuta dai prigionieri in funzione e a beneficio di ciò che sta contemporaneamente accadendo sul campo di battaglia; rafforzare nei nemici l’idea “dell’onnipotenza” occidentale; e per questa via, naturalmente, sarà anche più facile capire se alcuni prigionieri vogliono ingannarci con false informazioni. Tutto ciò – a mio avviso – oltre a essere sacrosanto dovrebbe aiutare l’Occidente a superare l’illusione di poter sconfiggere il nemico islamista “in punta di diritto”, cioè con mezzi legali ordinari. Lo spiegava Churchill rispetto ai nazisti, e la cosa è più che mai vera settant’anni dopo: se qualcuno pensa di ottenere qualcosa da normali interrogatori con verbali e avvocati, temo viva su un altro pianeta.

E’ necessario smettere di farsi illusioni sull’Iran, tramutato dalla presidenza Obama in un interlocutore privilegiato. Al contrario, Flynn e Ledeen hanno buon gioco a mettere in fila dozzine di episodi che, in modo chiaro e incontrovertibile, mostrano quanto il regime di Teheran supporti e alimenti le reti terroristiche, oltre a massacrare la speranza di libertà del proprio popolo. Esempi? Il caso dei terroristi di Al Qaeda addestrati in Libano con materiale fornito dall’Iran; il fatto che Al Zarqawi abbia costruito il suo primo network del terrore proprio mentre si trovava in Iran (difficile pensare che il regime non sapesse e non volesse); o, più indietro nel tempo, il vero e proprio “manuale terroristico” di provenienza iraniana ritrovato dalle forze britanniche della Nato in Bosnia nel lontano 1996. Ciò nonostamte – accusano giustamente Flynn e Ledeen – nessun presidente americano ha mai invocato il regime change a Teheran e Obama è arrivato al punto di umiliarsi nel negoziato sul nucleare.

Flynn e Ledeen sono molto duri, a mio avviso lucidamente, anche sulla Russia di Putin. Qui la cosa è molto interessante, anche perché la vulgata giornalistica europea tende invece a descrivere Flynn come un “putinofilo”. Invece i sue autori non risparmiano a Mosca una chiara accusa: Putin ha rapporti opachi con l’Iran (ovviamente non mancano frizioni e sfiducia reciproca, però il legame di fondo c’è); non ama la democrazia; e soprattutto anche lui individua nell’Occidente, nella Nato e negli Stati Uniti il bersaglio da colpire o, comunque, da indebolire. Ma il punto è soprattutto “ideologico”: la Russia fa parte di quella catena di stati che preferiscono la dittatura ai sistemi democratici e a società aperta. E’ la solita storia, ben conosciuta nel Novecento: con i totalitarismi e gli autoritarismi che tendono ad attrarsi, prima che i loro interessi confliggano (anche Hitler e Stalin, oltre al noto patto, cooperarono per smembrare la Polonia, prima di combattersi come sappiamo).

L’ultima e decisiva parte del libro di Flynn e Ledeen è dedicata a come vincere. Vincere – lo dicevo all’inizio citando i due autori – vuol dire esattamente vincere, non solo “pareggiare” o trovare un qualche equilibrio di compromesso. Vuol dire distruggere militarmente il nemico; uccidere e catturare i leader terroristi; screditare la loro ideologia; sfidare i regimi che li supportano; costruire nuove alleanze strategiche per il Ventunesimo Secolo. Purtroppo Obama ha fatto il contrario, costruendo il suo Nobel sulla “non leadership” e sulla “non vittoria” occidentale e costruendo il vuoto (fisico-militare e politico-ideologico) in cui il terrorismo ha potuto trovare spazi per crescere e rafforzarsi. Il terrorismo islamista (come il nazismo e il comunismo nel secolo scorso) parte da una presunzione di superiorità rispetto all’Occidente, alla libertà e alla democrazia. A suo tempo, l’America seppe andare all’attacco, idealmente e fisicamente, di quei nemici. Ora, occorre fare lo stesso. Primo: usando l’arma più potente di tutte, cioè i media e l’informazione, mettendo in campo tutto l’arsenale, dai media tradizionali ai social (occorre, però, la cooperazione dei giganti Google, Facebook, Twitter). Occorre osservare, monitorare e intercettare, ma soprattutto contrattaccare culturalmente, e denunciare certe ideologie. La confutazione (e magari la ridicolizzazione) è più efficace di qualunque censura o atto di repressione. Naturalmente, però, questo significa abbandonare tutto il devastante retaggio politically correct del nostro Occidente: quello per cui l’Islam è “religione di pace”; quello per cui ci sarebbe qui da noi una sorta di “Islamofobia”; quello per cui tutte le culture e tradizioni sono equivalenti. Secondo: occorrono le armi tradizionali, quelle militari, per una vittoria sul campo che non lasci nemmeno un pezzetto di territorio al nemico. Le due guerre (la “guerra delle idee” e la “guerra sul campo di battaglia”) vanno combattute insieme: sono l’una complementare e funzionale rispetto all’altra. E la sconfitta dei nostri nemici su entrambi i piani farà anche crollare la loro capacità di proselitismo: perché mai milioni di giovani arabi dovrebbero aderire a una causa perdente, a un’ideologia ridicolizzata e medievale, e non cogliere quanto di meglio (libertà, democrazia, progresso) possiamo offrire loro?

Questo libro è uno strumento di eccezionale importanza, di assoluto valore culturale, politico e militare. Si chiude con una nota tanto lucida quanto realistica. Un piano del genere richiede leader occidentali convinti, consapevoli della sfida e determinati a battersi per vincere. Ci sono leadership del genere? Forse no. E’ possibile lavorare per costruirle, rafforzarle, incoraggiarle? Certamente sì.

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