L'approfondimento di Emanuele Rossi

Alle 4 di mattina di mercoledì 24 agosto è scattata l’operazione “Scudo dell’Eufrate”, con cui i ribelli siriani dell’Fsa hanno fatto da boots on the ground per un piano militare turco: un’offensiva lanciata su Jarablus, cittadina in Siria al confine con la Turchia e uno degli ultimi bastioni dell’occupazione militare dello Stato islamico nell’area. Il primo ministro Binali Yildirim la scorsa settimana aveva annunciato la possibilità di un aumento del coinvolgimento turco nella questione siriana. L’operazione ha la benedizione degli Stati Uniti, che per il momento si sono limitati a fornire dati di intelligence ai turchi, nel tentativo di recuperare un rapporto di alleanza che negli ultimi tempi si stava deteriorando.

La Coalizione a guida americana che sta combattendo lo Stato islamico in Iraq e Siria è pronta a dare sostegno aereo. Nella mattinata di mercoledì, qualche ora dopo l’inizio delle ostilità su Jarablus, è atterrato ad Ankara il vicepresidente americano Joe Biden, il primo importante politico occidentale a visitare la Turchia dal tentato golpe del 15 luglio; le relazioni tra i due Paesi sono notevolmente peggiorate dal momento che Washington rifiuta l’estradizione richiesta da Ankara per Fetullah Gulen, avversario politico del presidente Recep Tayyp Erdogan, accusato dal governo di essere il mandante del colpo di Stato: l’ex ambasciatore turco a Londra, intervistato da Hurryiet ha rinfacciato agli americani la velocità con cui la Turchia si fece parte della lotta al terrore post-9/11, paragonando l’evento con le ritrosie statunitensi a collaborare sul golpe. La presenza di Biden dovrà rassicurare Ankara che gli Usa stanno prendendo sul serio le richieste avanzate – martedì un team del dipartimento di Giustizia era in Turchia per valutare il contesto legislativo – ma soprattutto il messo di Washington ha l’onere di tener calmo Erdogan e evitare inclinazioni verso la Russia.

Ankara copre la missione cointestata con i ribelli moderati dell’Fsa con salve d’artiglieria sparate dal proprio territorio, e ha inviato oltre confine anche alcune unità terrestri (81 gli obiettivi colpiti, 294 i colpi sparati). Non è un’informazione ufficiale, ma pare che l’avanzata dei ribelli siriani sia anche accompagnata dalle forze speciali turche. Da martedì la Turchia aveva ordinato ai residenti dell’area l’evacuazione per lasciare spazio (e sicurezza) alle attività militari.

Anche la città turca di Karkamış, che si trova appena oltre il confine, dirimpetto a Jarablus, era stata evacuata, dopo che i baghdadisti avevano lanciato colpi di mortaio nei giorni precedenti anticipando le mosse di Ankara. L’ammassamento di forze ribelli al confine è iniziato da circa una settimana.

La scorsa settimana una città del sud della Turchia, Gaziantep, è stata colpita da un attentato la cui responsabilità è stata addossata su un giovane kamikaze dell’Isis. Nell’area c’è una forte presenza di cellule clandestini e centri logistici del Califfato, che ha sfruttato anche il lassismo con cui anni fa Ankara gestiva il dossier-Siria, lasciando spazi ai traffici dei combattenti sunniti che si oppongono al regime siriano. Ufficialmente l’attacco, avvenuto durante una festa nuziale, è stato il casus belli a cui si legherebbere le azioni di questi giorni (“Cancelleremo la presenza dell’IS da nostri confini”, ha detto il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusgolu), ma è lo stesso nome dato all’operazione, confermato poi dalla parole di Erdogan, a identificare anche le forze combattenti curdo-siriane tra i nemici. I curdi non devono aprirsi ad ovest dell’Eufrate, è questa la linea difensiva naturale alzata da mesi nei confronti delle Ypg e ribadita nelle ultime dichiarazioni, con l’avvallo di Biden, che ha annunciato di aver comunicato la limitazione alla milizia alleata. Dietro si legge la politica di Ankara: le milizie curde siriane stanno da diverso tempo combattendo al nord del paese, lungo il poroso confine turco, contro lo Stato islamico, ricevendo anche l’appoggio terrestre e aereo americano (in disaccordo e ambiguità con Ankara), e contemporaneamente hanno guadagnato territorio da ascrivere al proprio progetto indipendentista: il Rojava, attualmente diviso in due cantoni che si separano proprio nella fascia che va da Jarabuls ad Azaz, sulla direttiva nord di Aleppo, dove Ypg e Fsa si erano già scontrate mesi fa. Un progetto odiato da Ankara, che lo vede come una possibilità offerta davanti alle pretese avanzate dai curdi di Turchia, che rivendicano piani analoghi da anni e ultimamente sono tornati in guerra aperta col governo centrale. Posizioni che la missione su Jarablus di certo inasprirà, visto l’alleanza intra-etnica tra i due gruppi.

Nemici interni, considerati da Erdogan in cima alla lista: Yildirim ha ribadito anche durante il vertice con Biden che il Pyd curdo (l’ala politica delle Ypg) è “un’estensione del Pkk” e ha chiesto a Washington di rivedere la sua posizione sulla questione. L’ostilità con i curdi è forte al punto di ritrattare quella verso il regime siriano, che comunque ha formalmente chiesto l’interruzione delle azioni militari? Bashar el Assad potrebbe restare alla guida di una fase di transizione del potere, dice adesso la diplomazia turca, e intanto nei giorni scorsi i caccia governativi siriani hanno iniziato a bombardare le Ypg ad Hasaka, mentre l’artiglieria di Ankara colpiva i miliziani curdi a Manbij, la città liberata due settimane fa proprio da quelle stesse Ypg in alleanza con altri gruppi ribelli dall’occupazione dell’IS, anche grazie all’aiuto delle Special Forces americane (un esempio del rapporto ambiguo tra Ankara e Washington). L’operazione turca mira anche (o soprattutto) a liberare la zona di Jarablus dall’Isis prima che lo facciano i curdi, tagliandone la strada a parte delle pretese separatiste, riceve l’appoggio americano (anche diplomatico) e, come ha rivelato un funzionario anonimo al Washington Post, “rassicura” Ankara su “una delle sue più grosse preoccupazioni”; dunque, è un piano geostrategico. Intanto, il portavoce del Dipartimento di Stato americano ha confermato l’incontro tra John Kerry e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov venerdì a Ginevra: tema centrale, che fare in Siria?

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