L'articolo di Gianfranco Polillo, già sottosegretario all'Economia

Ieri avevamo accennato all’ipotesi che nelle pieghe del bilancio statale fosse sorto d’incanto un piccolo “tesoretto”. Contrordine, compagni. E’ stato solo un miraggio. Le entrate fiscali sono aumentate di quegli 11 miliardi e passa nei primi 6 mesi dell’anno, di cui abbiamo detto. Quando le previsioni del DEF si limitavano ad un pugno di euro (meno di 2,5 miliardi su base annua). Ma quelle maggiori risorse ce le siamo già spese. E con gli interessi. Questo almeno è quanto risulta dall’andamento del fabbisogno statale: un buco di oltre 5,8 miliardi nei primi 6 mesi, rispetto al 2015, quando le previsioni scontavano un suo contenimento.

Contenimento necessario per far sì che l’indebitamento netto – quello controllato da Bruxelles – scendesse dal 2,6 al 2,3 per cento. Ed ecco allora spiegata tutta la giusta prudenza di Enrico Morando, quando dalle pagine della Stampa, mette le mani avanti contro possibili ulteriori assalti alla diligenza. Il ragionamento è semplice: se il fabbisogno statale aumenta, rispetto all’anno precedente, nonostante i più bassi tassi di interesse sul debito, a dicembre sarà difficile poter ridurre il deficit di bilancio che, con quella prima grandezza, è in qualche modo collegato.

La spiegazione del paradosso – più tasse e profondo rosso nella finanza pubblica – è sempre la stessa. Quel “tassa” e “spendi” che perseguita gli italiani da tempo immemorabile e che rende ogni “legge di stabilità” un happening strabiliante. Se le cose non cambieranno, il prossimo autunno non farà eccezione. Anzi i problemi diverranno ancora più pirotecnici. Se si parte da un deficit più alto del previsto, sarà quanto mai difficile contenere la curva dei conti pubblici, per l’anno successivo. E Bruxelles non ne sarà contenta.

Vi sono, poi, circostanze particolari da considerare: bisogna trovare 9,4 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva e delle accise. Renzi spera nella benevolenza della corte: ottenere cioè dalla Commissione europea un bonus pari allo 0,7 del pil, circa 11 miliardi. In nome della sospirata flessibilità. Quindi un altro miliardo e mezzo, ma i sindacati ne chiedono 2,5, se ne andranno per le pensioni. Rimane, in definitiva, ben poco per lubrificare il possibile voto favorevole alle riforme costituzionali.

Il premier ne è consapevole? Tutto è legato ai risultati dell’anno in corso, che dovranno, in qualche modo, essere anticipati, a settembre, dalla “Nota di variazione al DEF”. Le strategie elettorali, tuttavia (la data del referendum), si decidono ora. Dopo l’errore commesso nel personalizzare quell’evento, è bene valutare attentamente tutte le possibili circostanze, per evitare un piccolo, possibile, ulteriore disastro.

Condividi tramite