L'opinione di Raffaele Reina

Il M5S ha presentato una mozione a Montecitorio per modificare l’Italicum, legge approvata dal governo Renzi per l’elezione del parlamento. La sostanza delle modifiche avanzate dai Cinquestelle si può sintetizzare in tre punti:
legge elettorale a carattere proporzionale, con preferenze, senza premio di maggioranza.

Più o meno un’ipotesi simile al cosiddetto consultellum, venuto fuori dalla Corte Costituzionale in occasione della bocciatura del porcellum, e che l’Italicum non modifica granché. La tempesta è esplosa con fulmini e saette arrivati da ogni dove, non appena si è diffusa la notizia dal quartier generale M5S. Sono entrati subito in scena i soloni degli artifizi elettorali in servizio permanente effettivo, che hanno condotto l’Italia nell’ultimo ventennio nella palude stige. Interviste, opinioni, articoli di fondo tutti finalizzati a bollare, screditare, demonizzare la proposta del M5S, e con essa il sistema proporzionale, come se gli Unni fossero alle porte.

Non mi pare corretto questo atteggiamento pregiudiziale e denigratorio del sistema elettorale che ha consentito e sostenuto la nascita, la crescita e il consolidamento della democrazia repubblicana in Italia. E chi dice il contrario è un gran bugiardo, considerato che dal 1994 in poi l’Italia ha vissuto momenti di crisi profonda, di divisioni, di malcostume col risultato che oggi ci ritroviamo in una preoccupante stagnazione, nonostante assicurazioni e chiacchiere varie.

Il sistema elettorale proporzionale in Italia entrò in vigore nei primi decenni del XX secolo, elezioni politiche del 1919, ad opera di Luigi Sturzo e di Filippo Turati, i due storici leader dei partiti di massa, popolari e socialisti. Tale esperienza fu interrotta dalla legge Acerbo 1924, maggioritaria, di mussoliniana memoria. Con la caduta del fascismo, la Consulta Nazionale (sett. 1945-marzo1946) rappresentativa di tutti i partiti del Cln (comitati nazionali di liberazione) e presieduta da Ferruccio Parri si espresse per il sistema elettorale proporzionale per eleggere nel 1946 i componenti dell’Assemblea costituente. Approvata ed entrata in vigore il 1° gennaio 1948 la Costituzione italiana repubblicana, i partiti confermarono che il proporzionale fosse il più adatto per eleggere il primo Parlamento italiano della Repubblica, per costruire un equilibrio politico stabile e per tenere insieme governabilità e rappresentanza. Dal 1948 al 1992 i parlamenti e i governi legittimati dai primi, sempre eletti con il sistema proporzionale, garantirono governabilità e stabilità politica, nonostante la breve durata degli esecutivi. L’Italia mai ha conosciuto nella sua storia crescita, sviluppo, benessere come nel tempo che va dal 1948 al 1992. Affermare quindi che il proporzionale è stato causa di instabilità e di malgoverno non è onesto ed è contro logica, prima ancora che palesemente falso.

I referendum di Mario Segni del 1991-1993 non furono richiesti per una motivazione di natura morale, ma squisitamente politica. Caduto il Muro nel 1989 bisognava cambiare sistema politico ed economico, ed ecco allora che Segni in compagnia di altri 30 esponenti del mondo dell’economia, del sindacalismo, della cultura tra cui Umberto Agnelli, Luca Cordero di Montezemolo, Rita Levi-Montalcini, lanciò il Manifesto dei 31, con il quale si chiedeva l’introduzione di una legge elettorale uninominale a doppio turno ispirata al modello francese. Non se ne fece niente. Una richiesta di referendum venne depositata successivamente alla Cassazione per chiedere l’abrogazione della preferenza plurima per la Camera dei Deputati e avere così un proporzionale puro con un’unica preferenza per elettore.

Il 9 giugno 1991 i cittadini italiani furono chiamati al voto per l’abolizione conseguente, che passò agevolmente. Dall’esito referendario del 1991 si desume che le preferenze non sono state mai abolite, contrariamente a quanto sostiene qualche distratto esperto. Il 18 aprile 1993, con altro referendum, invece, gli italiani decisero di cancellare il sistema di elezione del Senato, una scelta che fu interpretata come una svolta in senso maggioritario, antiproporzionale. Neppure, quindi, un chiaro responso per abolire il proporzionale, è in malafede chi dice che gli italiani hanno voluto la cancellazione del sistema elettorale proporzionale. Un gruppo lobbistico, frastagliato ed eterogeneo, sostenuto mediaticamente e finanziariamente voleva semplicemente mandare a casa la classe dirigente democristiana e le sue politiche socio-economiche, ritenute superate dopo la caduta dell’impero comunista- sovietico.

Nessuno allora parli a nome di una volontà popolare quando questa non c’è stata mai sull’abolizione del proporzionale, non a caso nei comuni e nelle regioni esiste sempre per eleggere le assemblee. Il proporzionale rimane un validissimo sistema elettorale, molto più vicino alla realtà, per trasformare i voti in seggi.

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