L'analisi di Benedetto Ippolito, storico della filosofia

Silvio Berlusconi ha compiuto ottant’anni, e senza dubbio la sua presenza ha determinato almeno gli ultimi quaranta della nostra storia. Ciò giustifica, oltre la simpatia personale, perché sia giusto che se ne parli. Ovviamente non è possibile ripercorrere la sua carriera pubblica neanche sommariamente: da imprenditore di successo, a fondatore dei primi network televisivi privati, fino ad arrivare da presidente del Consiglio ai vertici dello Stato. E’ invece indicativo e importante riflettere su quale sia stato nel recente ieri – e ancor più su quale sia nel nostro oggi – il suo ruolo e contributo politico.

Si deve, innanzi tutto, riconoscere che Berlusconi è il padre e il fondatore del centrodestra italiano, oltre che membro storico del Ppe. E si deve altresì prendere atto che gli ultimi ventidue anni della storia del nostro paese sono stati dominati dalla sua presenza e personalità, la quale ha guidato in modo dirimente, ricevendo giudizi contrastanti, quel tratto di strada che separa la fine della Prima Repubblica e l’ascesa di Matteo Renzi. In entrambi questi estremi, però, compare sempre e ancora lui, il Cavaliere e l’ex Cavaliere, sia come imprenditore e amico di Bettino Craxi e sia come fautore del patto del Nazareno.

Parlare di Berlusconi, quindi – per echeggiare quanto di lui ha detto Carlo Galli – è riferirsi a una presenza carismatica il cui motto per tanti anni avrebbe potuto suonare simile e inverso a quello famoso pronunciato da Luigi XIV: “Io sono lo Stato“.

Eppure le difficoltà e le reazioni negative, nonché probabilmente grandi dispiaceri e delusioni, non gli sono mancati neanche in politica: a cominciare dal modo in cui fu costretto nel 2011 a lasciare la guida del Governo, per le pressioni internazionali, alle vicende giudiziarie che l’hanno travagliato, tramortito mediaticamente e leso pubblicamente per tempo immemorabile, per finire ai tanti tradimenti di alleati e amici, che non possono mai mancare quando di mezzo c’è tanto potere come in questo caso. La caratteristica essenziale di Berlusconi politico è sicuramente individuabile all’inizio nella sua celebre “discesa in campo“.

Dopo la svolta post-comunista della Bolognina, nella quale il Pci aveva definitivamente chiuso i battenti tra gioie, lacrime e mal di pancia, il Pds – sotto la guida di Achille Occhetto – si avviava ormai a vincere le elezioni anticipate del 1994. Già da un anno silenziosamente e attivamente Berlusconi aveva lavorato e meditato di fare politica. Improvvisamente la scelta: presentarsi e creare attorno alla sua personalità operativa di “uomo del fare” un partito, Forza Italia, che fosse argine ai progressisti impedendo alla sinistra di assumere il potere.

Il battesimo è diventato il motivo di forza ma anche il marchio di fabbrica unico del berlusconismo di sempre. Dopo il primo breve governo e la pausa tecnica, nacque l’Ulivo di Romano Prodi che ha mietuto la vittoria nel ’96 e ha spedito all’opposizione Berlusconi e il suo centrodestra, cementato sull’alleanza con Umberto Bossi, Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini, quest’ultimo sdoganato fin dalle comunali di Roma nel ’93 contro Francesco Rutelli.

La successiva è paradossalmente la fase migliore di Berlusconi. Il ruolo di antagonista gli si addice infatti perfettamente: crea il gruppo dirigente che lo avrebbe in parte accompagnato successivamente e rinforza la sua unione con Fini, diventato proprio delfino fino alla rottura definitiva tra i due del 2010.

Nel 2001 Berlusconi torna di nuovo a Palazzo Chigi: l’annunciato “miracolo italiano” è infine realizzato. Nel quinquennio successivo molte attese si trasformeranno però in delusioni. La riforma della giustizia non procede, la riforma del lavoro va a rilento, la riforma liberale è affossata per sempre, i conflitti con gli alleati si accentuano, e alla fine nel 2006 Prodi torna al governo per due anni, prima di ridare a Berlusconi il testimone nella successiva legislatura, l’ultima in cui è stato premier.

Due note possono essere aggiunte a questa straordinaria e contraddittoria storia personale, tutta ancora da scrivere. Berlusconi è stato l’unico politico fino a ora ad aver messo d’accordo l’intero centrodestra e aver portato socialisti, liberali e conservatori insieme ad essere maggioranza del Paese; perciò Berlusconi oggi è l’unico che può ancora impedire che il centrodestra non finisca negli archivi della storia.

La difficoltà più grave in questo momento, non solo in Forza Italia ma anche all’esterno, ruota attorno a questa complessa situazione. Egli finisce per essere, rispetto a un successore possibile, “come il cane che guarda l’aglio: non lo mangia e non lo fa mangiare”. Nessuna alternativa a Renzi può nascere, infatti, senza di lui, e niente riesce a emergere nel centrodestra perché c’è lui.

L’avvenire è ancora da scrivere, naturalmente. La sfida di Stefano Parisi è esattamente quella di riuscire dove nessuno prima di lui ha potuto o voluto: le difficoltà e i malumori sono enormi e le speranze flebili.

In ogni modo all’appuntamento referendario Forza Italia arriverà con un secco No, che è anche l’atto di morte della tregua pattizia con Renzi e del ricompattamento con la costola eterodossa del Ncd. Possiamo essere certi tuttavia che, pure davanti alla crescita inesorabile del M5S e il passare del tempo, Berlusconi sarà ancora per molto tempo l’ago della bilancia dell’Italia e l’interprete indiscusso dei sentimenti profondi della nostra comunità nazionale.

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