L'analisi del sociologo Gianfranco Morra

Quanto è accaduto nel Comune di Roma ha acceso potenti riflettori sul M5s, a pochi mesi dalla straordinaria ed esaltata vittoria. Anche perché Roma è Roma, eterna e immutabile. Tuttavia di episodi che hanno mostrato la debolezza costitutiva e l’incapacità politica della formazione di Beppe Grillo ne abbiamo avuti tanti, sin dall’inizio: espulsioni e dimissioni, denunce e notti dei lunghi coltelli, crisi nei comuni conquistati, anche con procedimenti penali. Sul M5s abbiamo ormai una mole così vasta di studi, alcuni anche pregevoli, che siamo in grado di capire la sigla del movimento. Ecco le Cinque Stelle uscite dal buco nero di Grillo-Casaleggio.

Un non-partito. Così con orgoglio si definisce: “Il M5s non ha partiti, giornali, televisioni, leader, politici di professione, capibastone, corrotti, tangenti, ideologie” (Grillo, 16.2.2013).

Giusto, sembra piuttosto un insieme di persone tenute insieme da un comico e da una macchina webica, che creano unanimismo apparente, ma non sostituiscono gli strumenti necessari del partito democratico: circoli e congressi, confronto di idee e di proposte. Eppure il non-partito sta mostrando tutti i difetti dei sì-partiti, arrivismo e carrierismo, familismo e lotte intestine, unanimismo di comodo e culto della personalità.

Antipolitica. Per la potente benzina del movimento, Grillo non ha speso un soldo, era già pronta e ha saputo usarla con intelligenza. Ha introdotto la e-politik nel nostro paese. Anche perché disponeva di un motore elettrico potentissimo, marca Rousseau, guidato da Casaleggio.

Questa benzina era la nausea, del tutto giustificata, dell’elettorato per i partiti politici, troppo spesso divenuti una casta privilegiata e inetta: “I politici sono i maggiordomi dell’economia parassitaria o mafiosa. Abbiamo due grossi barracuda: partiti e giornali. Il Parlamento è stato espropriato da dei delinquenti costituzionali” (Grillo, A riveder le stelle, p. 7; Comunicati politici, 37 e 29). La crisi delle ideologie e della globalizzazione avevano creato l’atmosfera adatta al “morte ai partiti” e alla nascita del non-partito. Il M5s rifiuta destra e sinistra in nome di un populismo che lusinga gli elettori, ma ben poco ha di popolare (a parte il linguaggio volgare).

Moralismo. Tutti i partiti sono moralisti, si scandalizzano per quello che fanno gli altri, quasi sempre identico a ciò ch’essi stessi fanno. Ma nel M5s il moralismo e la presunzione hanno raggiunto l’iperbole. Si scandalizzano di tutto, deplorano tutto, condannano tutto. Tolti loro, tutti sono disonesti: politici e magistrati, imprenditori e intellettuali, giornalisti e insegnanti.

Anche i partiti più ideologizzati, nel passato, non hanno mancato di dare qualche riconoscimento positivo alla condotta degli avversari. Loro no: un manicheismo totale, da una parte i “corrotti”, dall’altra loro, gli “onesti, puri e incorruttibili”. Viene alla mente il fariseo del Vangelo: “Padre, ti ringrazio perché non sono come tutti gli altri: rapace, ingiusto, adultero” (Lc 18, 11).

Non-pensiero unico. Ciò che lascia più perplessi, in un non-partito non-politico, è la fede “pronta, cieca e assoluta”. Guareschi l’attribuiva ai comunisti, che oggi l’hanno perduta. Loro l’hanno riesumata: “Pentastellati, Grillo non lo dice”.

Una fede fatta di slogan e frasi fatte, luoghi comuni e battute identiche, quasi un vademecum catechistico in cui esauriscono la loro incultura politica. I partiti, di solito, hanno riviste e fondazioni, scuole e convegni. Il M5s, come un pendolo inarrestabile, ondeggia tra le sceneggiate di Grillo e i diktat di Rousseau. Non sa che farsene dell’intellettuale, “che non è mai sfiorato dal dubbio, ha un intelletto fuori misura per i comuni mortali; se si schiera lo fa su indicazione del partito” (Grillo, 9.3.2013).

Togliatti aveva imposto il pensiero unico, Grillo ha inventato il non-pensiero unico.

Inefficienza. L’incompetenza accompagnata da presunzione, la mancata formazione, la pretesa di entrare subito nella attività politica senza aver avuto la necessaria scuola-guida: l’esito inevitabile è sotto gli occhi di tutti, lo sfacelo delle amministrazioni comunali dove hanno avuto la maggioranza.

Al governo, predica Grillo, ci vuole gente comune: “Una mamma con famiglia monoreddito e con quattro figli come sindaco di una città” (Com. pol. 32).

A Roma l’ha avuta, anche se non così tanti figli. Ma ciò che la Raggi, così semplice, diligente e perbenista da borgata, meriterebbe è un premio per il più veloce sindaco inguaiato: a meno di due mesi dall’insediamento ha già perso cinque pezzi importanti. E ha mezzo non-partito contro.

Sono nate dalle faide sotterranee che hanno prodotto, non solo a Roma, le guerre stellari in atto, dei regolamenti dei conti che dilaniano il movimento. E ne mostrano l’incapacità di governare, quando da non-partito di lotta diviene partito di potere. Soprattutto perché le dimissioni dei cinque superpoltronissimi dell’amministrazione capitolina non sono state provocate dai partiti avversari, cattivi e corrotti, ma dagli stessi adepti del Movimento, che continuano a gridare “onestà, trasparenza”, ma si contendono con ogni mezzo il dominio del non-partito. Non c’è il due senza il tre: i sindaci politici, prima quello Nero poi quello Rosso, hanno inguaiato l’Urbe, ora la sindaca Incolore sembra cammini sulla stessa strada.

(Pubblicato su Italia Oggi, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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