Il commento di Gianfranco Polillo

Il limite profondo dei 5 stelle è uno ed uno solo: il settarismo. La pretesa cioè di rappresentare il “popolo eletto” e quindi di trasformarsi in “bramini”. Investiti, cioè, dalla Divina Provvidenza per redimere un “mondo di ladri”. Questa concezione crea un muro invalicabile con il resto della società civile. Si assiste così all’assurdo antidemocratico di una fazione, che non supera il 25 per cento del corpo elettorale, che grazie ai perversi meccanismi della legge elettorale, vorrebbe dettare legge sulla restante parte della popolazione.

Fin qui i soli numeri. Ma se si passa all’analisi qualitativa, le contraddizioni diventano laceranti. La base elettore del Movimento è in larga misura composta dai perdenti della globalizzazione. Giovani precari, Neet (Not engaged in Education, Employment or Training), antagonisti di vario genere e natura, qualche intellettuale (pochi) particolarmente engagé sui vari fronti dell’alternativa di sistema. Caratteristiche che spiega gli ultimi (si fa per dire) incidenti di percorso.

I tecnici, necessari per gestire situazioni complesse e complicate, come quelle di Roma, non si trovano su internet o sfogliando l’elenco del telefono. Quanto non piovono dall’alto, come nel caso di De Dominicis. Si trovano se la prospettiva culturale è tale da realizzare un minimo di egemonia tra coloro che appartengono all’altro mondo. Quello cioè che con la globalizzazione convive. Seppure con posizioni critiche che ne rifiutano l’apologia. Se questi legami sono recessi, la selezione si trasforma in una semplice riffa. Ed il fallimento postumo diventa quasi inevitabile.

Non è la prima volta che questo succede. Il giacobinismo della Rivoluzione francese, che fu il prodotto di un settarismo solo più feroce, produsse dei mostri. La stessa rivoluzione si consolidò solo quando quella fase fu rapidamente archiviata. Il leninismo, che si muoveva sulla stessa lunghezza d’onda, produsse lo stalinismo. L’utopia cubana – la creazione dell’uomo nuovo – non ha retto alle sfide della storia.

Eppure all’origine di quei grandi fenomeni storici erano condizioni sociali meno evanescenti. In Francia si affermava la borghesia, non un coacervo di forze eterogenee. La pretesa del marxismo era quella di rappresentare la classe operaia. Considerata come portatrice di un interesse generale. Nonostante ciò, il futuro ha premiato solo coloro che, alla fine, hanno saputo interpretare l’intera complessità del sociale. Che richiede gli strumenti della democrazia rappresentativa.

Questo è il passaggio che manca ai 5 stelle. Conservino pure la loro purezza ideologica, ma, per parafrasare D’Annunzio, vadano verso la vita. Costruiscano, cioè, quel sistema di alleanze che é indispensabile dare voce a un elettorato che non può essere circoscritto alla minoranza attiva dei suoi militanti. Il mondo, per fortuna, è un orizzonte ben più vasto. Che non può essere soffocato nella presunzione di una superiorità morale. Tutta da dimostrare.

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