L'opinione di Gianfranco Polillo

Le ultime dichiarazioni di Matteo Renzi, in tema di riforma della legge elettorale, aprono uno spiraglio. Non sappiamo se sarà sufficiente un colpo di reni, che comunque appare tardivo. Tuttavia una piccola svolta c’è stata. Il resto lo si vedrà nei prossimi giorni. Se vi saranno i margini per cambiare una legge nata male ed imposta a colpi di fiducia. Dirimenti sono stati i risultati delle elezioni amministrative. Se non si corregge il tiro, il rischio è quello di consegnare il Paese ai pentastellati. Cosa che, dopo l’esperienza romana, non sembra essere il miglior viatico. Piccolo calcolo opportunistico? Non del tutto.

Prescindiamo dalla cabala elettoralistica e guardiamo alla sostanza dei problemi. L’esperienza complessiva della Seconda Repubblica dimostra la necessità di una corrispondenza. Se il sistema politico è disallineato rispetto ai sottostanti parametri costituzionali, il corto circuito diventa inevitabile. Dagli inizi degli anni ’90 il sistema politico italiano, a seguito della legge elettorale, ha progressivamente assunto un carattere bipolare. La Costituzione è invece rimasta quella del 1948. Con la sua logica intrinsecamente proporzionalista.

In tutti questi anni abbiamo votato per un premier – Berlusconi, Prodi e via dicendo – ma quest’ultimo poi non aveva i poteri effettivi per governare. Dovendo sottostare alle bizze della sua coalizione o alle geometrie variabili delle maggioranze parlamentari. Alla fine è stata la logica proporzionalista della “Costituzione più bella del mondo” a prevalere. Ed il risultato finale è stato sorprendente: ben tra Presidenti del Consiglio – Monti, Letta e Renzi – che nessuno aveva mai votato.

Dobbiamo evitare di ripetere lo stesso errore. Ne deriva che tra la Carta Costituzionale ed il sistema elettorale deve sussistere una relazione biunivoca. Ipotesi che l’Italicum – l’attuale legge elettorale che ora si vuol cambiare – in qualche modo realizza. Ma in modo perverso. Essa concentra nelle mani del futuro Presidente del Consiglio un potere abnorme, per effetto del premio di maggioranza e della scelta dei capi-lista. Per la cui elezione basta una minoranza del corpo elettorale. Determinando una sorta di presidenzialismo, seppure spurio.

Può anche andare. Nessun pregiudizio per il modello americano o francese. Ma esso deve essere accompagnato, sul piano costituzionale, da un sistema di check and balance. Da istituti di garanzia che consentano di moderare il potere dell’esecutivo. Purtroppo di tutto ciò non esiste traccia nel disegno di legge approvato dal Parlamento. Che si muove in una logica contraria. Da qui le perplessità che rendono indispensabile un intervento, se non si vuol correre il rischio di creare un nuovo mostro. Dopo le grandi delusioni di questi ultimi anni.

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