I Graffi di Damato

Nata nel 1978, un anno purtroppo segnato dalla tragica fine di Aldo Moro, la sindaca di Roma Virginia Raggi non ha probabilmente avuto la possibilità di vedere un film svedese già uscito ormai dalle sale cinematografiche quando lei cominciò a frequentarle. Si chiamava “Ha ballato una sola estate”, prodotto nel 1951 e tratto dall’omonimo romanzo, anch’esso svedese, “Sommardansen”, di Per Olof Ekstrom.

La trama era anticonformista, per i tempi, e drammatica. Era la storia di due adolescenti innamorati, spintisi in effusioni, chiamiamole così, troppo audaci anche per una comunità come quella svedese e messi perciò all’indice, senza tuttavia indurli a rinunciare ai loro desideri e sogni. Che furono invece interrotti da un tragico incidente in motore.

Virginia Raggi non è più un’adolescente, certo. Ha alle spalle un matrimonio in difficoltà, per ripetere un termine usato dal marito in una lettera aperta inviatale dopo l’elezione a sindaca della Capitale. E riserva il suo maggiore affetto, credo, a un figlioletto che ha voluto far conoscere al pubblico, come ad un qualsiasi giornale sarebbe proibito, facendolo sedere sullo scranno capitolino del primo cittadino in occasione dell’insediamento del nuovo Consiglio Comunale, nella mitica aula che porta il nome e la monumentale statua di Giulio Cesare. E tutti lì a sorridere, se non applaudire, per convenzione più che per convinzione.

Un amore non più adolescenziale è scoppiato tuttavia fra lei e il Campidoglio, coronato con la trionfale, o quasi, elezione a sindaca nel ballottaggio col vice presidente piddino della Camera Roberto Giachetti, che aveva nostalgia degli uffici frequentati come capo di Gabinetto negli anni di Francesco Rutelli sindaco. Un sogno, quello della Raggi, realizzatosi fra lo sconcerto o il buon viso a cattivo gioco di tutti gli altri partiti e leader nazionali, a cominciare dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Ma anche la Raggi comincia a rischiare davvero di ballare al vertice dell’amministrazione capitolina una sola estate, essendo incorsa in ormai troppi incidenti politici, burocratici e mediatici.

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Alla vigilia della campagna elettorale, quando i sondaggi davano la Raggi già favorita più per gli errori dei concorrenti che per meriti suoi, la compagna di partito Paola Taverna, una senatrice tostissima e sospettosa, sentì e denunciò odore di “complotto” degli avversari, diabolicamente decisi a farsi battere per godersene poi la rovina a breve. Ma la Taverna – con la maiuscola, vi raccomando, perché non vorrei che la minuscola si prestasse a un insulto che mi guarderei bene dal rivolgerle – deve ammettere che qui di complotti altrui non si vedono tracce o indizi. Le difficoltà, la Raggi, è andata a cercarsele molte da sola. Le altre gliele hanno procurate, e stanno tuttora procurandogliele, direttori, direttorini, consiglieri, controllori e quant’altri a 5 stelle, quante sono quelle del firmamento grillino.

Il vice presidente pentastellato della Camera Luigi Di Maio, che aspira addirittura a diventare il capo del governo italiano, se n’è uscito tuttavia con una rappresentazione curiosamente vittimistica delle difficoltà della Raggi. Che starebbe facendo troppa paura ai poteri più o meno forti e soliti di Roma, a cominciare dai sostenitori della candidatura della Capitale ad ospitare le Olimpiadi del 2024.

Ora, mi pare esagerato vedere le mani o manine del presidente del Coni Giovanni Malagò e/o di Luca Cordero di Montezemolo dietro la morìa, fortunatamente solo politica e amministrativa, di capi di Gabinetto, assessori, amministratori delegati e direttori generali delle aziende municipalizzate dei trasporti e dei rifiuti a Roma.

Fra terremoti, tentativi fortunatamente falliti di non far nominare l’ex presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani a commissario straordinario per la ricostruzione nelle zone disastrate dal sisma, polemiche interne al Pd per il referendum costituzionale d’autunno, fatiche di Stefano Parisi in Forza Italia e dintorni per rianimarla, attacchi di Umberto Bossi a Matteo Salvini per la parentela politica con il lepenismo, congresso dei radicali orfani di Marco Pannella e minacce di scioperi delle toghe per gli ermellini sottratti al pensionamento, può darsi che mi sia perso qualche battuta o passaggio. Ma non mi pare che siano stati Malagò e Montezemolo, bensì la sorella del presidente grillino del Consiglio Comunale di Roma e altri militanti o simpatizzanti del movimento, abituati a navigare in internet, a sollevare le obbiezioni più pepate sulla scelta della magistrata Carla Raineri a capo di Gabinetto della sindaca e sul suo lauto stipendio. E’ stato il presidente dell’Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone, anche lui magistrato, a definire “inappropriate” le modalità tecniche e giuridiche della nomina della Raineri, per cui la Raggi ha dovuto predisporre una revoca preceduta dalle dimissioni “irrevocabili” dell’interessata. Che a sua volta si sono portate appresso quelle del “super” assessore al Bilancio e alle aziende partecipate Marcello Minenna, deciso a tornare alla sua Consob piuttosto che lavorare al Comune di Roma senza il supporto della Raineri alla Raggi.

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Prima che infilasse tanti incidenti di percorso, sembrava che la sindaca romana potesse diventare addirittura la sesta e più luminosa stella del suo movimento, visibilissima ad occhio nudo dai fori sui quali si affaccia dal suo ufficio in Campidoglio. Ma si sta rivelando una stella cadente, secondo un felice titolo del Resto del Carlino e giornali aggregati. Persino il solitamente comprensivo Marco Travaglio l’ha collocata sul Fatto Quotidiano nel “miserevole Asilo Mariuccia” cui sarebbe ridotto a Roma il partito di Grillo, dilaniato – secondo il grillogo della Stampa Jacopo Iacoboni – da una “guerra civile”.

Roma nun fà la stupida stasera, cantava Renato Rascel. Con la Raggi sta facendo la stupida anche di giorno.

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