La richiesta di 116 archiviazioni, da parte della Procura di Roma, ha aperto un “vulnus” in una narrazione ormai collaudata da due anni. Quella per cui “Roma è in mano alla mafia”. Una litania che va avanti dal dicembre 2014, mese aperto dalla famosissima conferenza stampa di Pignatone che annunciò, urbi et orbi, che a Roma c’era una mafia autoctona e che addirittura aveva coinvolto pienamente l’amministrazione comunale, in particolare quando era guidata da Gianni Alemanno.

La cosa che mi colpì maggiormente quel giorno fu proprio la narrazione che venne fuori, incentrata su tre parole-chiave destinate inevitabilmente a colpire l’opinione pubblica: mafia, Nar e banda della Magliana. Il frame, lo schema iniziale in cui tutti noi inserimmo quell’indagine era scandito da queste tre “etichette”. Una più potente dell’altra in termini evocativi e di impatto sull’immaginario collettivo. Non a caso, nei giorni seguenti la conferenza stampa, il messaggio che passò fu quello di una “fascio-mafia”, il cui dominus era Massimo Carminati per via dei suoi legami con “pezzi” dell’amministrazione Alemanno.

Poi, come un fiume carsico, è venuto fuori l’altro versante del “mondo di mezzo”. Quello di Buzzi e del Pd e pian piano ha iniziato a “recuperare terreno” e a imporsi come partner paritario dell’area di destra.

In questi due anni sono state dedicate decine, forse centinaia di trasmissioni televisive all’inchiesta e direi milioni di pagine sulla stampa cartacea e online, nazionale e internazionale. In pochissimi hanno messo in discussione l’impianto accusatorio, uno tra questi è Giuliano Ferrara. La narrazione dominante è sempre la stessa, ribadita e rafforzata anche nell’ultima puntata di Piazza Pulita: “Roma è ancora in mano alla mafia”.

Personalmente – dato che ero dirigente a Roma Capitale in quegli anni – ho seguito molto da vicino l’indagine. Ho letto le intercettazioni e le ordinanze pubblicate. Fin da subito ho condiviso la linea di Ferrara: quello che emerge, a mio avviso, è – da dimostrare, ovvio – un’associazione a delinquere che utilizza metodi corruttivi e finanzia illecitamente i partiti (o meglio singoli politici, dato che i partiti ormai sono pezzi di archeologia politica). Di mafia non vedo traccia. Di Nar neanche. Di banda della Magliana tanto meno.

A conferma di questa ipotesi, ieri è arrivata questa “pioggia” di archiviazioni relativamente al 416 bis oltre a un’ulteriore archiviazione importantissima: quella per Massimo Carminati circa il presunto gruppo criminale di estrema destra che avrebbe dovuto essere il “braccio armato” dell’associazione mafiosa. La domanda a questo punto è: se non c’è il clan familistico, i riti, i simboli, le liturgie; se non c’è la banda criminale a supporto e se non c’è il coinvolgimento in interessi economici enormi (i soldi pubblici coinvolti dall’inchiesta di mafia capitale pesano circa lo 0,04% del bilancio di Roma Capitale), dov’è la mafia?

Si potrebbe obiettare: ok, non c’è la mafia, non ci sono i Nar e non c’è la banda della Magliana, ma restano episodi gravi di corruzione e di finanziamento illecito. Certo (sempre attendendo le sentenze). Immagino, però, che il lettore intuisca la differenza tra le conseguenze mediatiche di un’indagine infarcita di “mostri” e di parole-chiave in grado di mobilitare le emozioni e i peggiori istinti dell’opinione pubblica e di gettare discredito mondiale sulla città di Roma e un’indagine – come tante – che riveli l’ennesimo caso di corruzione e finanziamento illecito. C’è davvero un “mondo di mezzo” tra le due ipotesi.

Nessuno vuole, né deve, mettere in discussione la gravità delle vicende contestate. Allo stesso modo però sarebbe sbagliato considerare allo stessa stregua un caso di corruzione “tradizionale” e un caso inedito, miscela esplosiva delle peggiori organizzazioni criminali italiane degli ultimi decenni che spadroneggiano nella Capitale “infetta”… specie in riferimento a ciò che arriva alle nostre pance e a come esse reagiscano a queste notizie.

Purtroppo, non si può più valutare un’inchiesta giudiziaria prescindendo da questi effetti sul “pubblico”. Recentemente Mauro Calise, nel suo ultimo libro La democrazia del leader, ha parlato di Fattore M come variabile decisiva nella competizione politica italiana. Il Fattore M è composto da Media e Magistratura: due poteri enormi e irresponsabili, nel senso che, a differenza della politica, non sono sanzionabili dai cittadini, non pagano per gli errori che commettono. Eppure decidono, molto più dei partiti, le sorti degli attori politici. Un avviso di garanzia, un’intercettazione telefonica anche irrilevante, può distruggere la credibilità di chiunque e decretare la sua fine politica.

Torniamo alla vicenda di mafia capitale. Qual è il danno di immagine subito da Gianni Alemanno? Qual è quello subito da Zingaretti, indagato ma all’oscuro dell’opinione pubblica fino alla sua archiviazione, arrivata ieri? O pensiamo a Ignazio Marino, assolto su tutta la linea (scontrini, carta di credito e contratti fasulli della Onlus) ma in questi mesi distrutto nell’immagine per quelle stesse ragioni. Ma potremmo citarne a tonnellate di vicende simili e recenti: Penati, Cota, Del Turco… O ancora Lupi, De Girolamo, Guidi, questi ultimi dimessisi da ministri senza alcuna indagine in corso, ma a causa di “notizie” frutto di intercettazioni telefoniche.

Mafia capitale è, a mio avviso, il punto massimo, emblematico ed esemplificativo di questo fenomeno molto italiano. Se infatti la personalizzazione, la spettacolarizzazione, la mediatizzazione della politica, la crescita dei populismi e dei partiti antisistema sono caratteristiche globali, in Italia abbiamo questo “disvalore aggiunto” del Fattore M che amplifica quelle caratteristiche e accelera le conseguenze.

Tradotto: senza mafia capitale e la vicenda “scontrini” Marino sarebbe caduto? Raggi avrebbe vinto lo stesso e con quella maggioranza schiacciante? Non è ormai autoevidente che il Fattore M sia il più grande e forte driver di antipolitica di massa che sta uccidendo la politica (non solo i politici)? E che ne determina le sorti più di ogni altra cosa? Non è davvero un vulnus democratico questo, come sostiene Giuliano Ferrara?

Ma la domanda delle domande è: qual è il punto di caduta di questo sistema trita-tutto? Io di risposte non ne ho. E, temo, che ad oggi non ne abbia nessuno.

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