E’ stata la prima volta che abbia parlato pubblicamente del referendum costituzionale in programma il prossimo 4 dicembre. Giulio Napolitano non concederà il bis, come dice lui stesso: “Sarà la mia unica performance sull’argomento“. Naturale, dunque, che il dibattito di ieri – organizzato a Roma, in zona piazza Bologna – rivestisse un interesse particolare. D’altronde, a prendere la parola è stato pur sempre il figlio del più longevo presidente della Repubblica e più grande sponsor della riforma Giorgio Napolitano, a suo volta professore di Diritto amministrativo all’università Roma Tre accreditato di notevoli influenze nei palazzi che contano.

IL PARLAMENTO E LA FIDUCIA AL GOVERNO

Nel suo intervento Giulio Napolitano ha evidenziatp quanto possa essere benefico per il sistema istituzionale superare il bicameralismo paritario. Nel più che trentennale dibattito in materia di Costituzione – ha sottolineato Napolitano – “una delle poche convinzioni era che non ci dovesse essere un rapporto fiduciario tra il governo ed entrambe le Camere. Si è sempre ritenuto fosse meglio che solo una Camera accordasse la fiducia“. Da qui l’inevitabile scelta di attribuire al nuovo Senato funzioni diverse, perché “se una sola Camera dà la fiducia, è ovvio che l’altra debba essere chiamata a fare altro“.

IL NO ALL’ABOLIZIONE DEL SENATO

Certo, la soluzione adottata avrebbe anche potuto prevedere l’abolizione tout court del Senato ma alla fine – ha affermato il docente di Diritto amministrativo – ha prevalso “un modello simile quello previsto nella maggior parte delle democrazie non solo europee“. No, dunque, al monocameralismo: “In Italia – come in molti altri Paesi – si è sempre pensato che non fosse la soluzione ideale per rappresentare la complessità dello Stato e della società“. Non è un caso, in tal senso, che Francia, Spagna, Germania, Stati Uniti e, a suo modo, anche Regno Unito abbiano un ordinamento giuridico fondato sul bicameralismo, ma non paritario. E, quindi, con due Camere che abbiano diverse funzioni e differente composizione.

IL NUOVO SENATO

La scelta è, dunque, caduta su un Senato di rappresentanza delle autonomie locali formato da 74 consiglieri regionali e 21 sindaci: “Si tratta di una scelta che tiene conto della peculiarità della realtà italiana, nella quale i comuni sono fortemente valorizzati“. Una seconda Camera che non parteciperà al procedimento legislativo salvo alcune eccezioni: “La riforma introduce meccanismi ragionevoli. Per le leggi costituzionali, ad esempio, è prevista la doppia votazione conforme. In altri casi, invece, il Senato potrà dire la sua, ma la decisione finale spetterà alla Camera“. Uno degli aspetti più invisi ai critici riguarda le modalità di elezione dei nuovi senatori che – nel caso di vittoria dei Sì al referendum – sarà disciplinata mediante legge ordinaria e che potrebbe prevedere la loro elezione diretta o indiretta. Saranno dunque i cittadini ad eleggere direttamente i senatori all’atto delle elezioni regionali oppure, in via indiretta, opereranno in tal senso i consigli regionali? In entrambi i casi – ha commentato Napolitano – non si configurerebbe una violazione “del principio democratico. In Francia e in Germania, ad esempio, l’elezione dei membri del Senato avviene con un meccanismo indiretto“.

IL MESSAGGIO FINALE

Non esiste un modello perfetto“, ha concluso Napolitano, che poi ha aggiunto: “Giustamente abbiamo una sorta di spirito di venerazione per la carta del 1948“. Eppure quella stessa Carta – ha ricordato – presentava fin dalla sua approvazione errori e storture che sono state sanate nel tempo, come la previsione iniziale di una differente durata di Camera e Senato – la prima di 5 anni, il secondo di 6 – poi riformata con modifica costituzionale del 1963. A sottolineare che neppure la Costituzione più bella del mondo era priva – per stessa ammissione di molti padri costituenti – di sbagli. La morale di questa e di altre modifiche? “Ogni testo costituzionale è almeno in parte un impegno sul futuro, una scommessa sulla capacità di cittadini e istituzioni di cooperare“.

LA VERSIONE DI DE VINCENTI

Al dibattito ha partecipato, tra gli altri, anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti: “Non esiste il rischio dell’uomo solo al comando“. Argomento utilizzato dai detrattori della riforma, ma che – secondo l’ex viceministro allo Sviluppo economico – non corrisponde alla realtà: “Questo rischio non esiste innanzitutto in virtù delle maggioranza richieste dalla nuova Costituzione per l’elezione del Capo dello Stato. A differenza di oggi, infatti, non sarà più possibile eleggere il presidente della Repubblica con i voti della sola maggioranza“. Pericolo di derive autoritarie che – ad avviso di De Vincenti – sono da escludere anche per altre ragioni: “I poteri del presidente del Consiglio non vengono modificati. La forma di governo rimane la stessa. E anche le modalità per la costituzione del governo stesso non cambiano“.

L’OPINIONE DI MORASSUT

Faccio parte di quella categoria di politici cresciuti nella stagione ininterrotta e finora ancora inconclusa delle riforme costituzionali“, ha commentato il deputato Pd Roberto Morassut. Che poi ha aggiunto: “Speriamo che finisca il prossimo 4 dicembre“. A differenza di molti altri ex Ds – tra cui, in primis, Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani – l’ex braccio destro di Walter Veltroni, infatti, voterà senza indugio Sì al referendum: “Il superamento del bicameralismo paritario è una storia che va avanti da 30 anni“.

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