Serve un No per far sì che la riforma costituzionale targata RenziBoschi non passi, e per tutelare il sistema delle autonomie territoriali e delle autonomie locali. Lo snello volume del professor Stefano Bruno Galli – docente di Storia delle Dottrine e delle Istituzioni Politiche alla Statale di Milano e Capogruppo della Lista Maroni Presidente nel Consiglio regionale lombardo – ha, tra i tanti, il pregio di “s-personalizzare” il referendum e insistere sui contenuti della riforma che gli italiani saranno chiamati a confermare il 4 dicembre prossimo.

Serve un No. Riflessioni su una pessima riforma costituzionale” (edito da Rubbettino) è un testo agile ma denso di contenuti che ribadisce le credenziali nordiste e federaliste di Galli, già espresse in altri volumi come, tra gli altri, “Il Grande Nord e Le radici del federalismo“. In una fase storica in cui il federalismo sembra non fare più breccia nell’immaginario degli italiani, Galli – nel solco delle idee che furono di Gianfranco Miglio – ha il coraggio di ribadire, controcorrente, che il sogno di un’Italia federale e di una maggiore autonomia per le regioni più produttive del Paese, sono ancora vivi. E che con la sconfitta del Governo e del Pd al prossimo referendum, il pensiero federalista e autonomista troverà nuova linfa e si riproporrà in tutta la sua forza.

Galli concentra la sua obiezione alla riforma sul presunto deficit costituente di un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Consulta sul Porcellum, e privo di quel potere costituente che è indisponibile, in quanto prerogativa del popolo esercitata – ma sarebbe meglio dire “prestata” – attraverso i suoi rappresentanti. Settimana scorsa il presidente della Lista Maroni è riuscito a fare approvare una mozione in aula consiliare che impegna la giunta a ricorrere alla Consulta per valutare i profili di incostituzionalità della legge costituzionale sul superamento del bicameralismo paritario.

Il nuovo Senato, definito da Galli “un’insalata russa”, non si configura come una Camera delle Autonomie ma depotenzia le autonomie territoriali e locali contrastando quell’articolo 5 della Costituzione che è tra i principi ispiratori della Carta e che, nelle intenzioni dei Padri Costituenti, avrebbe dovuto favorire il decentramento amministrativo e lo sviluppo delle autonomie.

Allo Stato centrale – che Galli ama definire “burocratico e accentratore” – vengono ricondotte in via esclusiva alcune materie decisive e importanti per la dignità dell’istituto regionale come il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; le disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, le politiche sociali, la sicurezza alimentare, l’ordinamento scolastico, l’istruzione universitaria, la ricerca scientifica e tecnologica, la tutela del lavoro, la formazione professionale, le professioni, la comunicazione, il governo del territorio, la protezione civile, l’energia.

In più la riforma Renzi-Boschi, introducendo la cosiddetta “clausola di supremazia” lascia alla legge dello Stato la possibilità di intervenire in ultima istanza anche sulle materie di competenza esclusiva delle Regioni, riproponendo un vecchio principio presente nella Costituzione del 1948, quello dell’ “interesse nazionale”, che era stato soppresso dalla riforma costituzionale del 2001.
Se non ci sarà un No convinto a questa pessima riforma, non sarà tanto Renzi a guadagnarci ma l’Italia e le regioni più produttive del Paese a perdere competitività e libertà economica. Ecco perché de-renzizzando il referendum, vale la pena di leggere questo libro, sia che si voti per il Sì, sia che si sostengano – come fa autorevolmente l’autore – le ragioni del No.

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