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E’ il dossier più caldo tra quelli che in questa fase si accatastano sul tavolo di Virginia Raggi, ma non certo l’unico. La vicenda dello stadio della Roma si avvicina ormai a conclusione dopo il sì convinto all’opera pronunciato nei giorni scorsi dal governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti. A breve anche l’amministrazione pentastellata dovrà annunciare la sua posizione definitiva sul progetto voluto dal patron americano dei giallorossi James Pallotta.

LE ULTIME RIFLESSIONI

Il nocciolo della questione rimane la variante urbanistica che l’Assemblea Capitolina dovrebbe varare per consentire la realizzazione dell’impianto nell’area di Tor di Valle. Una posizione univoca finora non è stata ancora espressa dall’amministrazione comunale che continua a parlare a più voci: da una parte c’è l’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini che a più riprese ha manifestato i suoi dubbi sull’opera, dall’altra però esiste all’interno della maggioranza a cinquestelle e della giunta comunale un vasto fronte che vorrebbe, invece, andare avanti con il progetto anche per dimostrare che il M5S non si è fatto eleggere a Roma solo per bloccare tutto. La sindaca sta evitando di esprimersi pubblicamente, ma l’incontro di inizio settembre con Pallotta – con tanto di foto insieme dal famoso balcone con affaccio sui Fori Imperiali – è sembrato dire di più di tante parole.

LA VARIANTE URBANISTICA

In Campidoglio si rincorrono le voci – tutte non confermate – di una possibile riunione di giunta da tenersi in settimana per definire la scelta dell’amministrazione. Le ipotesi sono due: il Consiglio Comunale vara la variante urbanistica e lo stadio viene realizzato oppure non la approva con la conseguenza di bloccare il progetto. Una scelta, quest’ultima, che esporrebbe però Virginia Raggi al rischio concreto di un’azione risarcitoria nei confronti del Campidoglio e che, inoltre, priverebbe Roma di un’importante opportunità di sviluppo.

L’IMPATTO ECONOMICO DELLO STADIO

Uno studio curato dalla facoltà di Economia dell’Università La Sapienza – e presentato questa mattina di fronte ai vertici della società Umberto Gandini e Mauro Baldissoni – evidenzia, infatti, il rilevante impatto che lo stadio produrrebbe sul tessuto economico romano e laziale. Secondo il dossier, ci sarebbero innanzitutto conseguenze positive dal punto di vista dell’occupazione: per la realizzazione dello stadio servirebbero almeno 1.500 persone, mentre, a regime, la struttura impiegherà 4.000 lavoratori. “La costruzione dello stadio genererebbe la stessa occupazione aggiuntiva che si otterrebbe organizzando un Giubileo della Misericordia ogni due anni e mezzo per un periodo di 9 anni“, ha sintetizzato il preside della facoltà di Economia de La Sapienza Giuseppe Ciccarone. Secondo lo studio, la crescita che ne deriverebbe in termini di prodotto interno lordo con un aumento dell’1,5% su base annua, per un cifra complessiva fino al 2026 di ben 18,5 miliardi di euro. Un progetto – si spiega nello studio – che non costerebbe neppure un euro al Campidoglio, che anzi finirebbe con il guadagnarci in termini di maggiori entrate fiscali. Si tratterebbe, sotto questo profilo, di 140 milioni di euro l’anno per un totale – sempre fino al 2026 – di 1,4 miliardi.

LA QUESTIONE SALARIO ACCESSORIO

Lo stadio non è però l’unico fascicolo che in questi giorni sta tenendo occupata Virginia Raggi, che la scorsa settimana ha annunciato di aver sbloccato il salario accessorio dei dipendenti capitolini. In realtà, però, la questione è un po’ più complessa: i lavoratori del Comune di Roma, infatti, riceveranno a fine novembre il pagamento della cosiddetta quota B del premio produttività relativo al 2015, ma l’amministrazione comunale dovrà nei prossimi mesi trattare con i sindacati per arrivare a un accordo definitivo. In pratica, l’amministrazione guidata da Ignazio Marino – in assenza di un accordo con i sindacati – stabilì con atto unilaterale che il cosiddetto salario accessorio venisse corrisposto ai dipendenti comunali in due diverse forme: una quota A da pagare mese per mese e una quota B con cadenza annuale. Quello che ha Raggi ha sbloccato è la quota B del 2015, il cui pagamento venne stoppato dal commissario prefettizio Francesco Paolo Tronca poco prima di lasciare il Campidoglio. La querelle però non è finita perché all’atto unilaterale allora varato da Marino è necessario si sostituisca un accordo con i sindacati, che definisca stabilmente la disciplina del trattamento economico extra a favore dei dipendenti comunali.

IL DISGELO CON ACEA

Nel frattempo è da registrare il processo di disgelo in corso tra Raggi e i vertici di Acea rappresentati dall’amministratore delegato Alberto Irace e dalla presidente Catia Tomassetti. Le polemiche dei primi giorni (qui, qui e qui alcuni degli approfondimenti sul tema di Formiche.net) stanno man mano cedendo il passo a una fase che nella sede della municipalizzata dell’acqua – quotata in Borsa e detenuta al 51% dal Campidoglio – definiscono di riavvicinamento. Merito anche e soprattutto dei dividendi che la società stacca alla fine di ogni anno a favore del Comune di Roma e degli utili robusti che sta conseguendo (200 milioni di euro nei primi nove mesi del 2016). Un rinnovato rapporto di cui ha scritto Luca Iezzi di Repubblica: “Se non proprio amore, di certo è un affiatamento impensabile solo due mesi fa“. Ora sembra che Raggi voglia anche coinvolgere la società guidata da Irace nella gestione dei rifiuti a Roma: Ama, com’è noto, zoppica e Acea potrebbe soccorrerla. Un intervento, però, unicamente concentrato sulla fase del trattamento dei rifiuti, dal quale sarebbe invece esclusa la raccolta. L’eventualità – che in Acea non hanno mai smentito (basta leggere alcuni articoli di Formiche.net) – è stata confermata dallo stesso Irace: secondo quanto riferisce Repubblica, l’amministratore delegato della compagnia ha dichiarato di aver avuto contatti con l’assessore alle Partecipate Massimo Colomban per discutere concretamente di questa possibilità.

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