L'analisi di Walter Galbusera

Milano, oltre ad essere la capitale economico-finanziaria, ha la fama di precorrere le grandi svolte ed è considerata per questo la città italiana in cui nascono e si affermano, nel bene o nel male, i cambiamenti che ipotecano il futuro dell’intera nazione. Così è stato per la tradizione del socialismo riformista, per la nascita del fascismo, per la lotta di liberazione, per le prime amministrazioni locali di centrosinistra, per la distruzione del sistema politico della Prima Repubblica da parte del circuito mediatico-giudiziario. Da Milano l’entrata in campo di Silvio Berlusconi negò all’incauto Achille Occhetto una vittoria che sembrava a portata di mano.

Di questi tempi la città, dopo momenti socialmente difficili e di grigiore politico, sembra torni a essere un fattore di rinascita capace di contribuire al rilancio del Paese. Ciò vale sia sotto il profilo economico che per le dinamiche politiche e istituzionali dove si colgono segnali positivi nell’ottica di un “ritorno alla normalità”. Non siamo in presenza di una inversione di tendenza vigorosa, ma la macchina sembra esser tornata a funzionare: la città ha ricominciato a correre e ad affermarsi come una delle grandi capitali europee.

All’intensa attività fieristico-commerciale che è stata favorita da Expo si accompagna un’attività culturale e di intrattenimenti che ha ridato vita a molti quartieri, mentre è rilevante il fenomeno dell’imprenditoria giovanile che attraverso le startup sta creando, oltre a nuovi posti di lavoro, anche le condizioni per un ricambio generazionale della classe dirigente. Del resto Milano, oltre alle potenzialità economiche e finanziarie per reagire alla crisi, dispone anche, salvo le dovute eccezioni, di un diffuso senso civico dei cittadini, di un mondo delle associazioni a forte vocazione solidaristica, di apparati burocratici che funzionano, di un mondo imprenditoriale disponibile ad affrontare materie che vanno al di là del perimetro della propria azienda.

Questo spiega anche il successo dei “Sindaci amministratori di condominio”, degli uomini del fare che esercitano sui molto ai milanesi un fascino discreto ma efficace. Non si può affermare che la città si gestisca da sola ma l’amministrazione comunale certo non ha le gatte da pelare che ad esempio Virginia Raggi ha ereditato a Roma. La vera sfida è quella dei progetti futuri, dagli assetti urbanistici (a partire dal nuovo assetto delle aree degli ex scali ferroviari e del dopo Expo) alla sicurezza del territorio (a realizzazione dei bacini artificiali che dovranno impedire l’esondazione del Seveso), al risanamento ambientale (con il controllo del’inquinamento atmosferico non limitandosi alle emissioni degli autoveicoli) e alla politica della casa, dalla modernizzazione e semplificazione dell’amministrazione al sistema integrato dei trasporti nell’intera area metropolitana.

Su queste materie sono necessarie scelte lungimiranti e ampiamente condivise. Del resto il compito degli enti locali è quello di creare le condizioni di migliore attrattività del territorio per far aumentare gli investimenti. Allo stato attuale la “luna di miele” di Beppe Sala come sindaco non si è interrotta anche se l’immigrazione e l’assistenza ai rifugiati rimangono un nervo scoperto dell’amministrazione. L’inevitabile aggravarsi del disagio indotto da un fenomeno migratorio incontrollato in una città che pure ha dato dimostrazione concreta di grande solidarietà, produce una reazione di allarme e di preoccupazione e alimenta paura e risentimento nelle fasce più deboli della popolazione italiana che spesso si sentono, a torto o a ragione, trascurate dagli amministratori pubblici . Non è un caso che Sala affermi che a Milano non c’è più posto per nuovi migranti e si appelli agli altri comuni ma che soprattutto chieda al governo di far qualcosa per fermare l’esodo.

Per altri versi la vicenda della costruzione dei luoghi di culto per tutte le fedi religiose si è talmente aggrovigliata da tornare al punto di partenza. Ma sono anche venuti alla luce (alimentando pure forti contrasti interni al Partito di Renzi) i legami troppo stretti tra il Pd milanese e i gruppi legati ai Fratelli Mussulmani che, pur costituendo realtà organizzate (e godendo di cospicui finanziamenti degli emiri) non possono avere il monopolio della rappresentanza del mondo islamico a Milano. Nello tesso tempo il sindaco ha dimostrato nella delicata vicenda del Dalai Lama coraggio ed equilibrio, ridimensionando la protesta della comunità cinese che, nonostante l’attiva partecipazione alle primarie del Pd, è parsa agire come longa manus del governo di Pechino.

Condividi tramite