Conversazione di Formiche.net con l'intellettuale e scrittore Giuliano da Empoli, considerato uno dei più stretti consiglieri di Matteo Renzi

C’è chi lo definisce l’ideologo di Matteo Renzi, nonostante questa etichetta in fondo non gli sia mai troppo piaciuta. E’ indubbio però che Giuliano da Empoli sia una delle persone da ascoltare per capire quale sia stata negli anni l’evoluzione del renzismo. Dalla prima Leopolda del 2009 alla settima in corso in questi giorni a Firenze, dai tempi della rottamazione alla stagione di governo iniziata ormai quasi tre anni fa. Alla vigilia dell’appuntamento politico più importante – il referendum costituzionale del 4 dicembre – vero e proprio spartiacque non solo per Renzi, ma per tutta la classe dirigente che al suo fianco è cresciuta. Dagli esordi, di tempo, ne è passato parecchio: da Empoli, però, è convinto che lo spirito delle origini non sia cambiato, come afferma in questa conversazione con Formiche.net.

Settima edizione della Leopolda. Se dovesse definirla, quale espressione utilizzerebbe?

Direi che è una Leopolda di battaglia. La mobilitazione per il referendum ha accentuato ulteriormente questa caratteristica che, per la verità, alla Leopolda non ha mai fatto difetto.

E’ anche la Leopolda dei fedelissimi di ritorno nuovamente stretti intorno a Renzi.

E’ chiaro che il referendum ricompatta gli schieramenti, da una parte e dall’altra. Sul fronte del No si è creata questa singolare alleanza tra gli zombie del passato, che sperano di tornare in campo, e i troll che vivono di scie chimiche, tutti uniti dalla forsennata difesa dello status quo. Dall’altra parte, sul versante del Sì, si stanno riunendo quelli che credono nella possibilità di migliorare le cose, concretamente, un passo alla volta. In un clima del genere tutti coloro che si riconoscono nei valori della Leopolda e nella leadership di Renzi tendono a ritrovarsi. In fondo era abbastanza naturale che accadesse.

Ma il renzismo di governo quanto è diverso da quello delle origini?

A me non pare che ci sia una grande differenza tra il renzismo di movimento degli inizi e il renzismo di governo, ammesso che siano definizioni dotate di senso. Fin dall’arrivo a Palazzo Chigi la scommessa è stata quella di iniettare la carica di rottura, perfino un po’ sovversiva, della Leopolda e del movimento delle primarie nell’attività di governo. Un’operazione che mi sembra in questi due anni e mezzo sia riuscita. Ovviamente, a volte è stato fatto meglio e altre volte peggio, ma l’energia è rimasta la stessa.

Renzi non ha forse un po’ esagerato in questo senso? Ha finito con il rompere quasi con tutti, dalla Cgil a Berlusconi passando per la minoranza Pd.

Capisco questa lettura: d’altronde c’è un fronte del No alla riforma composto da forze completamente diverse e divise salvo che per l’ostilità nei confronti di Renzi e del governo. Credo però che fosse inevitabile.

In che senso?

Il tema, in definitiva, è sempre lo stesso: i blocchi che esistono all’interno del nostro Paese non stanno solo da una parte, solo a sinistra o a destra, solo nel pubblico o nel privato, tra i sindacati o tra le corporazioni. Nel paese dei veti incrociati, l’unica speranza di uscire dalla palude era quella di aggredire contemporaneamente molti fronti diversi. Ed è ciò che è avvenuto.

Perché era la cosa giusta da fare?

Per non essere percepiti come conservatori su alcuni settori o alleati di singoli gruppi di potere o di categorie. In questi due anni e mezzo di governo – per esempio – ci sono state la piazza dei sindacati per dire no al Jobs Act e alla Buona Scuola e quella contro le unioni civili. Due piazze completamente diverse, eppure accomunate da una cosa: la determinazione nell’opporsi al cambiamento. I tabù sono stati rotti sia a destra che a sinistra. Era l’unica cosa da fare per rimettere le cose in movimento.

Lei è stato uno degli italiani che Renzi ha portato alla Casa Bianca per la cena di Stato con Barack Obama. Quali sono oggi i rapporti tra Italia e Usa?

Si sono rafforzati nella sostanza, al di là di ogni ritualità. All’inizio della sua presidenza Obama aveva spostato il baricentro della sua presidenza verso l’Asia, ma poi la realtà lo ha costretto a rimettere al centro delle sue preoccupazioni il Vecchio Continente. Un’Europa sempre più in crisi non può che destare allarme Oltreoceano, con il rischio di uno scenario sempre più instabile e frammentato. In questo contesto il Presidente degli Stati Uniti ha individuato in Renzi – se non l’unico – certamente uno dei principali interlocutori per un cambio di passo.

Che cosa sta succedendo in Europa?

Il vuoto politico è evidente. Il merkelismo – che a livello europeo resta dominante – è un metodo di buon senso e ha anche fornito in passato qualche buona prova. Ha però il difetto di procedere a piccolissimi passi, sulla base dell’idea che la politica possa quasi farsi scientificamente, puntando sempre sul minimo comune denominatore. Ciò credo sia in parte dovuto alla stessa personalità della Cancelliera tedesca che è una scienziata con dottorato in chimica quantistica. Di certo, però questo approccio si sta dimostrando insufficiente nel contrastare le emergenze che l’Europa ha di fronte. L’unico che sta articolando un’ipotesi di salto di qualità politico – dall’immigrazione all’economia – è Renzi.

Alla Leopolda dello scorso anno lei annunciò il varo dell’associazione Volta: una sorta di pensatoio del renzismo. Qual è la funzione di questa organizzazione?

Credo che siano essenzialmente due. Da una parte, come tutti i think tank, cerchiamo di ragionare sugli scenari di lungo periodo, che vadano al di là dell’immediata attualità, come abbiamo fatto su argomenti cruciali come l’immigrazione e la crisi demografica. D’altra parte, cerchiamo anche di promuovere iniziative concrete che abbiano la possibilità di trasformarsi in policies a livello italiano o europeo. La proposta del servizio civile europeo che abbiamo lanciato proprio alla Leopolda l’anno scorso e che abbiamo portato avanti in tutte le sedi competenti, è diventata realtà. Nel suo Stato dell’Unione, Juncker ha appena annunciato la creazione di un corpo europeo di centomila giovani entro il 2020. Non è certo solo merito nostro, ma un contributo – credo decisivo – lo abbiamo dato anche noi di Volta.

Condividi tramite