Il commento di Gianfranco Polillo

I media italiani hanno dato un resoconto sommario dell’editoriale dell’Economist sul referendum italiano. Ne hanno sottolineato la valenza politica: l’eventuale vittoria del NO non rappresenterebbe, secondo l’autorevole settimanale, la catastrofe annunciata. Al contrario l’Italia ha gli anticorpi politici per gestire, come mille volte è avvenuto in passato, le conseguenze di quel voto. Sarò un governo istituzionale e a tempo? Difficile dirlo: lo stesso Presidente della Repubblica, cui spetterà il compito di guidare il Paese, in quel frangente, al momento attuale non saprebbe cosa rispondere. Bisognerà prima vedere i numeri. E solo dopo avanzare le possibili soluzioni: sia che vinca il SI. Sia che il responso fosse negativo.

Un giudizio affrettato, quindi, da parte di uno dei santuari della grande finanza internazionale? Una mossa riparatrice dopo il giudizio del tutto opposto di altrettanti autorevoli quotidiani d’oltre Atlantico? Soprattutto il Financial Times, che in qualche modo aveva adombrato la fine dell’euro, in caso di vittoria del NO.  Ed al quale l’Economist risponde con una punta di sarcasmo. Se fosse vero sarebbe la dimostrazione della fragilità congenita della moneta europea. Tutto si può dire meno che l’intervento del settimanale sia frutto di un raptus improvviso. Tesi avvalorata dal fatto che la pubblicazione è avvenuta dopo un confronto serrato in redazione: durante la quale le diverse anime si sono ampiamente contrapposte.

L’analisi distaccata del format editoriale predisposto mostra, invece, la cura con cui il settimanale si è accostato ai problemi del nostro Paese. Al caso è dedicato l’occhiello nel sommario: foto di Matteo Renzi in maniche di camicia, durante una convention per il SI. Quindi l’invito a leggere l’editoriale a pag. 12 ed un più lungo saggio che occupa ben tre pagine fitte di piombo e di grafici subito dopo gli stessi editoriali.  Secco il titolo: il referendum di Renzi. Il catenaccio, subito sotto, spiega: “gli italiani devono decidere se le proposte di riforma costituzionale del Primo ministro renderanno il loro Paese più governabile”.

L’analisi che segue è a tutto tondo. Prende cioè in considerazione tutte le contraddizioni della situazione italiana. Si parte ricordando le tesi dei principali costituzionalisti italiani in favore di un governo più forte e stabile. Quindi un primo controcanto: la debolezza economica dell’Italia. L’eccesso di regole, la bassa produttività, il Pil che non ha ancora recuperato i valori del 1997. Guai se, come è avvenuto per Trump e per la Brexit, dovessero prevalere le forze populiste. La spiegazione del nervosismo che anima i mercati che temono per gli spread e la crisi del sistema bancario. Ma non è di questo che si preoccupano gli italiani. Il loro timore principale è quello che le riforme costituzionali proposte possano dare un potere eccessiva al Primo ministro: sia esso “Mr Renzi o qualsiasi leader populista”.

E’ la premessa del successivo svolgimento. Si ricorda che la Costituzione del ’48 voleva soprattutto evitare un ritorno del fascismo. Da qui il bicameralismo e le successive riforme che hanno portato alla nascita delle Regioni, che convivono tuttavia con quelle a Statuto speciale, che le stesse modifiche costituzionali lasciano sopravvivere. Le lentezze legislative sono, naturalmente, una palla al piede. Ma il nuovo Senato, per alcuni versi, si dimostra del tutto inadeguato. Soprattutto perché consente di far sedere sui banchi di Palazzo Madama esponenti nominati dai Consigli regionali: “Senatori part-time designati da un potere locale e regionale particolarmente incline alla corruzione (tanto più che godranno dell’immunità parlamentare).

Ma gli strati più violenti sono rivolti alla legge elettorale. Legge che ha subito diversi rimaneggiamenti, a partire dal 1992. La contestazione è radicale: il premio di maggioranza, le candidature plurime. Il potere che si concentra nelle mani del leader del partito, destinato a divenire anche Presidente del Consiglio. C’è il rischio in altri termini che si realizzi una filiera del potere senza alcun contrappeso. Al punto che “la scelta del Presidente della Repubblica, una figura chiave in caso di crisi, sarà più facilmente imposta dal Primo ministro”.  Renzi, si aggiunge nell’articolo, ha promesso di cambiarla, dopo il referendum. “Ma lo farà? Ed in che modo?” Dubbi legittimi, considerata la portata della posta in gioco. Non si tratta di invocare il cosiddetto “combinato – disposto” tanto caro a molti costituzionalisti italiani. Secondo l’Economist legge elettorale e Costituzione scritta sono elementi imprescindibili – fratelli siamesi – della Costituzione materiale. Costantino Mortati docet.

Se questi sono i dubbi che riguardano l’impianto costituzionale. Il loro punto di caduta investe direttamente la figura del premier: the “young Caudillo“.  Nell’articolo è ripresa la definizione di Ferruccio de Bortoli. Arricchita da alcuni elementi tratti dall’autoritratto fornito dallo stesso Matteo: sono “a volte sgradevole – avrebbe confessato – arrogante e impulsivo”. Autocompiacimento che non è solo l’Economist a non amare, ma l’intera comunità internazionale, almeno a giudicare dalle dichiarazioni di diplomatici italiani, che l’articolo riporta. Avesse almeno operato al meglio. “Dagli inizi del 2014 – aggiunge impietoso lo stesso articolo – il prezzo del petrolio è crollato, il rapporto di cambio euro – dollaro ha favorito le esportazioni, la BCE ha pompato liquidità in tutta l’Eurozona e le logiche dell’austerità sono state progressivamente abbandonate”. Di tutto ciò non si vede traccia sul volto dell’economia italiana.

Questo quindi il giudizio articolato sulla convulsa fase italiana. Si può essere o meno d’accordo con le conclusioni. Ma certo è che siamo ben lontani dagli stereotipi con cui, molto spesso, la stampa internazionale tratta le vicende del nostro Paese.

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