Nelle ultime ore – tra chi si occupa e si interessa di M5S – è la domanda più frequente: ma Beppe Grillo e i suoi come voterebbero alle elezioni presidenziali Usa? E, soprattutto, è vero che preferiscono la Russia di Putin agli Stati Uniti d’America? Quesiti che Formiche.net ha posto alla deputata pentastellata Marta Grande, componente della commissione Affari esteri di Montecitorio.

Chi voterebbe tra Hillary Clinton e Donald Trump e perché?

Come gruppo non ci siamo espressi in merito perché si tratta una decisione che non ci compete. C’è chi vuole a tutti costi affiancarci alla figura di Trump, ma non è così. Siamo equidistanti.

Quindi da parte sua c’è una preferenza per Hillary?

Non c’è alcuna preferenza. Entrambi hanno lati negativi e lati positivi, ma quest’ultimi non sono tali da convincermi ad esprimermi a favore dell’uno o dell’altro.

Beppe Grillo lei lo conosce: pensa che sceglierebbe Trump o Clinton? Ci sono alcuni aspetti che inducono a intravvedere una preferenza per Trump.

Il discorso è lo stesso. Lo ripeto: non c’è alcuna preferenza. Come cinquestelle ci interfacceremo con chiunque dovesse diventare presidente degli Stati Uniti: non ci esprimiamo perché non riteniamo sia utile farci inserire in una casella anziché in un’altra.

Il M5S viene accostato sempre più spesso alla Russia. Siete filo-Putin? 

Questi articoli di giornale non rendono giustizia al lavoro che il M5S sta facendo. La nostra politica estera viene spesso svilita e ridotta all’osso. Ci descrivono come filo-putiniani, ma la realtà è diversa. Il M5S su questo è stato molto chiaro: non siamo filo-Putin. Siamo un movimento che ha a cuore la politica estera dell’Italia e, quindi, anche gli interessi delle nostre aziende che esportano verso la Russia. Ciò non vuol dire, però, essere legati a Mosca da chissà quali oscuri legami.

Dunque nessun legame speciale. Ma neppure nessuna simpatia particolare per Putin?

Ho sempre sostenuto la tesi che noi vogliamo dialogare con tutti nel superiore interesse italiano. Non siamo la stampella russa nel Parlamento italiano, come appunto non siamo filo-Trump o filo-Clinton in ragione di possibili alleanze future.

E’ vero che non simpatizzate per gli Stati Uniti o, addirittura, – come sostiene qualcuno – che siete un movimento anti-Usa?

Mi sento di poter smentire categoricamente questa rappresentazione. Non abbiamo preclusioni di alcun tipo: due anni fa, ad esempio, Beppe ha anche partecipato ai festeggiamenti in occasione del 4 luglio. Sappiamo che esiste un dialogo aperto in questa direzione. Escludo che vi sia questa preclusione di cui alcuni parlano.

C’è chi dice che inizialmente il M5S – anche per l’influenza di Gianroberto Casaleggio – avesse posizioni più vicine al mondo anglosassone e che poi le abbia abbandonate. Conferma?

Mi sento completamente di escludere questo discorso.

Altro tema caldo attiene alla vostra posizione sulla Nato. Volete abbandonarla oppure no?

Con l’onorevole Manlio Di Stefano abbiamo ripreso una proposta di iniziativa popolare a tal riguardo. Non è per l’uscita dalla Nato, ma per la revisione del ruolo della Nato. Un argomento di grande attualità molto discusso in questa fase non solo in Italia.

E qual è l’obiettivo che vi proponete di realizzare con questa proposta?

Sollevare un dibattito serio in merito al ruolo che oggi la Nato deve esercitare. E inoltre riteniamo importante dar corso alle proposte di iniziativa popolare che vengono presentate dai cittadini. E’ uno degli elementi cardine della nostra visione politica.

Capitolo Libia: perché avete criticato l’intervento Usa in Libia a sostegno del governo di Fayez al-Sarraj?

Abbiamo criticato questo tipo di intervento perché ci sono molte questioni che rimangano aperte. Il problema della stabilità nel sud del Mediterraneo è un elemento chiave anche e soprattutto dal punto di vista nazionale: si pensi a tal proposito al tema delle migrazioni o dell’energia. L’Italia dovrebbe avere uno sguardo più ampio su ciò che sta avvenendo nel Mediterraneo e un ruolo più determinante, considerato anche il suo peso specifica in quest’area.

Lei parla di necessità di stabilizzazione ma l’intervento Usa mira proprio a ciò. Cos’è che non vi convince?

Non ci convince per le modalità con cui l’intervento è stato attuato.

Non avrebbe dovuto esserci l’intervento militare?

A proposito degli interventi militari siamo sempre molto cauti. Ciò detto, aggiungiamo anche che quello di Tripoli è un governo già fortemente penalizzato in partenza. E questo è un problema anche per la stabilizzazione del Paese.

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