Terza di nove domande ad alcuni dei principali studiosi italiani sulla riforma della Costituzione Renzi-Boschi. Le risposte dei favorevoli e dei contrari in vista del referendum del prossimo 4 dicembre. Estratto dalla rivista “Quaderni Costituzionali”

PER IL SI’

Roberto Bin (Diritto costituzionale Università di Ferrara)

“Gli emendamenti apportati dalle camere hanno deturpato il disegno governativo di riforma che, sia pure non privo di criticità, era di molto preferibile al testo approvato in Parlamento. Del resto il dibattito parlamentare è stato una pagina davvero triste della storia parlamentare: le mosse tattiche e la ricerca di spettacolarità hanno impedito che si sviluppasse un dibattito serio, lasciando il posto a prese di posizione del tutto ingiustificate. Il risultato è che in nessuna parte il testo mi sembra migliorato, mentre sono stati cancellati i tratti più interessanti del disegno governativo circa la composizione del Senato, facendo perdere ad esso quella funzione di rappresentanza degli interessi territoriali che avrebbe riportato la seconda camera ad una funzione non lontana a quella a cui avevano pensato i costituenti”.

Stefano Ceccanti (Diritto pubblico comparato La Sapienza)

“Non mi sembra che corrisponda alla realtà lo schematismo tra emendamenti Camera ed emendamenti Senato. Di fatto, dopo la rottura per ragioni politiche e non di merito, da parte di Forza Italia si è rafforzato il rilievo di vari gruppi di minoranza della maggioranza parlamentare, presenti sia alla Camera sia al Senato: è lì che è intervenuta la maggior parte degli emendamenti. A ben vedere, rispetto al testo originario del Governo, il testo è migliorato nel punto più importante, ossia nel ritornare a una composizione prevalentemente regionale del Senato (luogo di coordinamento tra legislatori, proprio per questo in grado di ridurre i conflitti davanti alla Corte), mentre in origine vi era una prevalenza non motivabile di sindaci. L’emendamento più rilevante in senso peggiorativo è invece quello che ha elevato in modo anomalo il quorum per l’elezione del Capo dello Stato, che però, visto il lungo mandato che ricoprirà il Presidente Mattarella, potrà essere ragionevolmente corretto”.

Vincenzo Lippolis (Diritto pubblico comparato Università degli studi internazionali di Roma)

“Un peggioramento è stato non aver mantenuto l’attribuzione ai presidenti di Regione della qualità di membri di diritto del Senato. Sono essi infatti che rappresentano la Regione e ne determinano in concreto l’azione. La loro presenza darebbe maggiore spessore al ruolo del Senato di raccordo tra Stato e Regioni, ma essa rimane affidata ad una eventuale elezione. Le Camere non sono riuscite a trovare una soluzione per rendere meno complesso il procedimento legislativo (che era già tale nel testo iniziale del Governo) e per individuare un metodo di elezione del Presidente della Repubblica che trovasse un migliore equilibrio tra l’esigenza di una scelta largamente condivisa e quella di una formula di chiusura del procedimento che non esponga a rischi di un suo prolungamento eccessivo (il quorum dei 3/5 dei votanti a scrutinio segreto può rivelarsi difficile da raggiungere). Miglioramenti introdotti dall’esame parlamentare sono stati: l’attribuzione dei seggi senatoriali alle Regioni in ragione della loro popolazione, la diminuzione del numero dei sindacisenatori e dei senatori di nomina presidenziale, la rimodulazione del quorum di validità del referendum abrogativo e la previsione di quello propositivo, il giudizio preventivo della Corte costituzionale sulle leggi elettorali”.

PER IL NO

Gaetano Azzariti (Diritto Costituzionale La Sapienza)

“Il carattere «governamentale» della revisione ha dominato decisamente il complessivo iter di formazione, condizionando per intero il dibattito in Parlamento e riducendo l’autonomia di tale organo. In questa situazione si è registrato un doppio effetto: da un lato l’espropriazione del ruolo delle Commissioni, non più sede di approfondimento istruttorio e di accordi tra le forze politiche, dall’altro la ricerca del compromesso necessario e di elaborazione degli emendamenti in sedi extraparlamentari. Ritengo si debba parlare – anche in questo caso – di una tendenza già latente nel nostro ordinamento (frutto dell’imporsi, a volte maldestro, della cosiddetta «democrazia parlamentare decidente»), che ha però subito ora un’accelerazione occupando il piano nobile della revisione del testo costituzionale e nullificando la dialettica «parlamentare» a favore di quella più angusta della politica di partito e nei partiti. Le vicende delle mutazioni subite dal testo originariamente proposto dal Governo sono esplicita conseguenza e manifestazione di questa «politicizzazione» della revisione costituzionale. Radicali cambiamenti, in gran parte decisi per superare le difficoltà del momento, hanno portato ad una progressiva dilatazione del testo, senza però mai rimettere in discussione le originarie scelte politiche di fondo. Due esemplificazioni sono sufficienti. a) La decisione iniziale di eliminare la legislazione concorrente è stata mantenuta, ma si sono estese le materie di legislazione esclusiva con l’inserimento della clausola delle «disposizioni generali e comuni»: un tentativo non lineare di recuperare la necessaria «concorrenza» tra Stato centrale e Autonomie territoriali; b) la scelta originaria di non eleggere direttamente i senatori non è stata smentita, ma tutto il resto è cambiato. La composizione è stata stravolta (esclusi i presidenti delle Giunte regionali e delle Province autonome, ridotti i sindaci, aumentati i consiglieri regionali, introdotti i senatori di nomina presidenziale), i criteri di nomina sono stati giustapposti incoerentemente (all’elezione indiretta dei senatori dal parte dei consigli regionali s’è affiancata l’indicazione discordante che essa deve essere effettuata «in conformità» alle scelte espresse degli elettori. Rinviando per la soluzione del rebus ad una futura legge bicamerale). Entrambi i casi richiamati mostrano come l’eccesso di politicizzazione della riforma – ovvero il tatticismo esasperato della politica dei partiti più attenta alle parole d’ordine che non all’armonia dei principi – abbia prodotto incoerenze e rigidità sistemiche che un più disteso e attento dibattito parlamentare avrebbe, forse, potuto stemperare e razionalizzare. D’altronde, le opposizioni non hanno fornito alcun contributo realmente significativo alla modifica del testo: essenzialmente dedicandosi – da un certo punto in poi e progressivamente  –  ad uno sterile ostruzionismo. In conclusione può affermarsi che il Parlamento ha concorso solo passivamente alla revisione costituzionale, recependo gli accordi che di volta in volta venivano definiti in sedi extraparlamentari. A quest’esito hanno contribuito non poco i regolamenti parlamentari che hanno dato prova di non riuscire a garantire un reale dibattito, le prerogative dell’organo legislativo e quelle dei suoi membri. C’è da chiedersi se non sia giunto il tempo di una radicale riforma dei regolamenti delle Camere”.

Paolo Caretti (Diritto costituzionale Università degli Studi di Firenze)

“Tra gli emendamenti migliorativi citerei soprattutto quello che ha capovolto lo strano equilibrio originario tra sindaci e rappresentanti di Regione, snaturando l’identità del nuovo Senato. Tra quelli peggiorativi citerei soprattutto quello che riconduce alla competenza legislativa concorrente la disciplina della rappresentanza delle minoranze linguistiche; una dizione che farà scorrere fiumi di parole agli interpreti posto che il suo significato appare del tutto oscuro in sé e alla luce della giurisprudenza costituzionale in questo campo. In secondo luogo, l’emendamento che ha reso incomprensibile il meccanismo di elezione dei nuovi senatori. Infine, gli emendamenti che hanno portato ad un accrescimento abnorme dei settori di competenza esclusiva dello Stato. Ci sono poi gli emendamenti che non hanno trovato spazio: tra tutti quello volto all’eliminazione del doppio incarico dei nuovi senatori che forse avrebbe favorito un minimo di funzionalità alla nuova Camera.”

Enrico Grosso (Diritto costituzionale Università degli Studi di Torino)

“Il testo «uscito» a seguito del dibattito parlamentare è sicuramente in parte diverso dal disegno originario. Il che non significa affatto che lo abbia «migliorato» ovvero «peggiorato». Una dicotomia di questo genere appare troppo rozza per rappresentare adeguatamente la realtà. La mia sensazione, piuttosto, è che la qualità complessiva degli emendamenti parlamentari risenta pesantemente della natura troppo «politica» (nel senso della politique politicienne) del dibattito sviluppatosi attorno al progetto. I parlamentari si sono curati pochissimo del merito costituzionale e moltissimo dei reciproci rapporti, tra i partiti e all’interno dei partiti. Ne è un fulgido esempio la vicenda dell’emendamento, richiesto dalla minoranza interna del Partito Democratico, concernente le modalità di selezione dei senatori. La questione è stata inizialmente agitata come se si trattasse di una battaglia per la Democrazia, anzi, della madre di tutte le battaglie. I pretesi pala dini della Democrazia si sono poi accontentati del deludente risultato raggiunto, quasi che il principio democratico fosse stato efficacemente difeso e, alfine, preservato, sol perché l’elezione dei senatori da parte dei consigli regionali avverrà «in conformità alle scelte…». L’impressione è che, delle specifiche modalità di formazione del Senato, importasse poco o punto ai solerti alfieri di quella resistibile battaglia, i quali ne stavano in realtà combattendo un’altra, tutta politica, che con la Costituzione non aveva davvero nulla a che fare (battaglia che tra l’altro – per inciso – hanno clamorosamente perduto)”.

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