L'analisi di Benedetto Ippolito, storico della filosofia

Il governo Gentiloni si è ormai insediato stabilmente a Palazzo Chigi, e già sono cominciati gli impegni nazionali e internazionali del nostro esecutivo. Al di là di ogni valutazione legittima, è un bene, se non altro, che sia stata garantita in breve tempo la soluzione della crisi e la stabilità delle nostre istituzioni.

Adesso, per non volersi inchiodare come sempre al contingente, è giusto cominciare a pensare al futuro, a quello che potrebbe essere lo scenario politico non solo di domani, ma soprattutto di dopodomani.

Basta riflettere un momento, infatti, per rendersi conto con facilità che il problema sostanziale del nostro Paese è la mancanza completa di idee politiche, di quell’aspetto di comprensione della realtà che un tempo si sarebbe chiamata cultura. D’altronde, sappiamo tutti molto bene che le ideologie sono finite, e oggi si tende ad uno smaccato e spregiudicato pragmatismo. Ciò nondimeno, quello che consta ora non è la carenza di dottrine, anzi ce ne sono fin troppe anche se larvate, ma la totale carenza di cultura politica. Si tratta di due dimensioni opposte, a ben vedere: l’ideologia rende schiavi, mentre la cultura liberi e pensanti.

Conviene, perciò, chiedersi: quale potrebbe essere una cultura politica per l’Italia che verrà?

Mi sembra importante mettere in rilievo subito che la base di una cultura politica è l’esistenza di una coscienza nazionale. E questa si misura, come diceva Ernst Renan, nel fatto che le persone parlano, si confrontano, condividono sotterraneamente e quotidianamente pubbliche opinioni, e così via. Da questo humus di mentalità deriva perciò il fondo culturale nativo di un popolo che la politica dovrebbe rintracciare, assumere e interpretare per guidare bene un Paese.

A mio avviso un progetto politico dovrebbe concentrarsi su tre presupposti, che brevemente cercherò di illustrare.

In primo luogo, come si è detto, un’autentica cultura popolare. Con questa espressione intendo dire che la base fondamentale su cui muoversi dovrebbe potenziare non tanto il sapere dei libri, molto importante ovviamente; non tanto la conoscenza come disciplina intellettuale e universitaria, altrettanto centrale; ma la consapevolezza di quello che siamo noi, di quanto costituisce cioè il nostro modo italiano di pensare e d’intendere la vita e i valori che ci ispirano. La cultura è la nostra stessa esistenza, è il valore della realtà particolare che siamo, è l’aderenza che la politica deve porgere ai destini concreti delle persone, delle famiglie: alle sofferenze e alle gioie che ne modulano il significato ogni giorno. Senza questa sostrato di cultura popolare dentro la politica, non può esistere democrazia. Questa base culturale, dunque, che io vedo come supporto di un buon progetto politico, dovrebbe cementare il legame omogeneo tra le generazioni, la memoria del passato, la mentalità presente delle persone comuni e i sogni delle nuove generazione, fornendo oggi per domani alcuni punti fermi, a mio avviso decifrabili nel sentirsi partecipi degli altri, uniti alla società in cui siamo cresciuti, custodi dei territori in cui viviamo: le nostre città, le nostre chiese e le nostre campagne. La solidarietà si dà solo verso chi si vede e conosce. Quando essa diviene lontana costituisce un potere e non un obiettivo etico positivo.

In secondo luogo, l’autorealizzazione. Una buona cultura politica dovrebbe mettere al centro un criterio etico fondato sull’autorealizzazione. Questo valore non significa l’egoismo e il culto del guadagno e del potere, anche perché questi atteggiamenti sono la negazione dello spirito comunitario; ma l’idea tipicamente mediterranea e occidentale che ogni persona ha un dono straordinario che è la propria vita che determina un compito naturale, un fine, che coincide nel realizzarsi direttamente e responsabilmente nella famiglia e nel lavoro, divenendo se stessi insieme agli altri e per gli altri. La nostra morale non è fondata sugli imperativi categorici e sul pessimismo, ma sulla positività di esserci, di essere italiani, e di poter raggiungere autenticamente noi stessi, malgrado la sofferenza e le difficoltà, attraverso l’impegno, il sacrificio, l’amore, eccetera. Autorealizzazione vuol dire cercare, trovare e materializzare il senso spirituale della propria vita, stando insieme agli altri ispirati da un sentimento di amicizia e generosità, ricevendo e trasferendo valori che definiscano propriamente la nostra vera identità nazionale. L’autorealizzazione si fonda, insomma, sull’identità: identità personale, identità sociale e identità nazionale.

In terzo luogo, una nuova cultura dello Stato. Come si sa, noi italiani non abbiamo il culto delle istituzioni: da un lato le consideriamo nemiche della nostra libertà, e dall’altro uno strumento di potere in cui realizzarsi e defraudare egoisticamente il prossimo, quando è possibile. Invece una solida cultura politica deve insegnare con la pratica ad avere senso dello Stato, e, nel caso che capiti di gestire compiti pubblici, deve richiedere che si abbia la consapevolezza che lo Stato non ha come mansione quella di sostituirsi agli individui, sostenere libertà astratte, permettere l’affermazione di una classe sociale contro le altre, perché così alla fine resta solo il piegare lo Stato ai propri interessi. Lo Stato è lo Stato: non è né tutto, né niente, ma unicamente un organismo che salvaguarda la nostra identità comune e la nostra integrità sociale, che offre servizi e chiede obblighi civili, e deve perciò essere efficiente, ordinato, rimanendo, tuttavia, nei limiti delle proprie funzioni, rivolte al bene comune e non all’espansione soltanto economica di alcuni cittadini privilegiati.

Avere, in definitiva, una cultura politica vuol dire esattamente lavorare per far crescere l’Italia, la coscienza etica del nostro noi popolare, puntando ad una cultura dell’autorealizzazione personale, familiare e nazionale, ma soprattutto investendo sul capitale umano esistente e sul senso dello Stato, con la cognizione certa che il nostro Paese è un grande Paese, e che noi non lo meritiamo se non ci sforziamo di essere i suoi degni eroi.

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