Dalle parti della minoranza del Pd vi è una sola certezza: che se si andrà al voto anticipato nella primavera del 2017, il congresso del partito non si potrà svolgere prima del voto, ma dopo. Anche per questo motivo, ma non solo per questo, pure Bersani, Speranza & C. si sono iscritti al partito del non voto: meglio andare a scadenza di legislatura. “Il ragionamento non riguarda il congresso ma il governo. L’esecutivo Gentiloni ha davanti del tempo per portare a casa una nuova legge elettorale ma non solo. A Renzi converrebbe mettere del tempo tra le politiche e la sconfitta dal referendum e cercare di sfruttare questo tempo per mettere in campo provvedimenti credibili”, osserva un deputato della minoranza dem.

Tempi lunghi, dunque. Questo consentirà di ragionare bene anche sulle assise del partito. Secondo lo statuto del Pd, infatti, il congresso va convocato a giugno, per tenere le primarie entro il 6 dicembre del 2017. Alla consultazione si presentano i candidati ognuno con la sua lista e possono votare tutti quelli che si dichiarano elettori del Pd, secondo la tradizione delle primarie aperte. Per vincere bisogna raggiungere superare il 50 per cento dei voti: poi sarà l’assemblea nazionale a ratificare la vittoria. Se invece nessun candidato raggiunge il 50 per cento, allora sarà l’assemblea a decidere con un ballottaggio tra i primi due dove votano i mille delegati.

Pierluigi Bersani un paio di settimane fa ha confermato le sue perplessità su questo modus operandi. Secondo l’ex segretario, il capo del Pd andrebbe scelto dagli iscritti al partito, lasciando alle primarie (di coalizione) il compito di scegliere il candidato premier. Ragionamento valido in astratto, ma non nella pratica, perché ora la minoranza non ha alcun interesse a cambiare lo Statuto. “Noi siamo più forti fuori che dentro il partito, quindi saremmo avvantaggiati il nuovo segretario fosse scelto da una platea più ampia possibile. Renzi invece potrebbe volere il contrario, perché lui ora è più forte dentro il Pd e tra gli iscritti”, racconta un fonte della minoranza. Uno scenario esattamente opposto rispetto a quando l’ex rottamatore vinse le primarie contro Gianni Cuperlo nel dicembre 2013: in quella occasione la forza di Renzi arrivava da fuori il partito, non da dentro.

Regole a parte, chi può essere il candidato che potrà ambire a strappare a Renzi la segreteria? Prima di rispondere va fatta una premessa. Se ci saranno elezioni anticipate e Renzi dovesse vincerle, al seguente congresso del partito probabilmente lui non si ricandiderebbe alla segreteria, lasciando a qualcun altro l’onere di rappresentate la maggioranza del partito, contro la minoranza. Se invece Renzi fosse in campo, al momento gli unici candidati dichiarati sono Roberto Speranza (per la minoranza bersaniana), il governatore toscano Enrico Rossi e quello pugliese Michele Emiliano. Tutti candidati anti-renziani, che però farebbero molta fatica a sconfiggere l’ex sindaco di Firenze. Tra questi, forse Speranza avrebbe più possibilità di recuperare voti tra gli iscritti, mentre Emiliano è quello più popolare. Per portare una vera sfida a Renzi, però, Bersani & C. avrebbero interesse ad allargare i confini della loro azione, facendo asse con altri pezzi del partito: su tutti i giovani turchi – che hanno nel ministro Andrea Orlando la loro punta di diamante – e Area dem di Dario Franceschini. “Un’alleanza tra minoranza, turchi ed ex margheritini, sotto l’insegna di un candidato unitario e alternativo a Renzi, avrebbe più chance di ribaltare i rapporti di forza e sconfiggere il vertice attuale”, dice un senatore piddino non ascrivibile a nessuna corrente.

Ora è ancora presto per dirlo e in gioco ci sono mille varianti, ma se davvero questi pezzi del partito dovessero unirsi e sfidare Renzi alla segreteria, a quel punto occorrerebbe un nome che metta tutti d’accordo. Al momento i papabili sono tre: Enrico Letta, Andrea Orlando e Nicola Zingaretti. Se Letta accettasse di scendere in campo, avrebbe la forza e le capacità per prendersi la rivincita su Matteo tre anni dopo la sua defenestrazione da Palazzo Chigi. Ma non è un mistero che il nome nuovo a cui guardano in tanti è quello di Zingaretti. Il quale, da par suo, è molto elegante a tenersi fuori dalle polemiche quotidiane ed è stato abile a mantenere le distanze anche dallo scontro referendario. In più, last but not least, sta dando una bella prova di buona amministrazione alla Regione Lazio. Che male non fa.

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