L'analisi di Benedetto Ippolito, storico della filosofia

Dopo le dimissioni di Matteo Renzi, accettate con riserva dal presidente della Repubblica, sono iniziate le consultazioni che porteranno nei primi giorni della prossima settimana alla formazione del nuovo governo.

Sarebbe molto interessante cominciare la ruota delle teorie, ma non è esattamente questo il momento più intelligente per farlo. Più importante è invece cercare di interpretare i complicati e rapidi avvenimenti che hanno portato in breve tempo alla fine del governo Renzi.

Occorre osservare subito che non è necessariamente detto che vi siano stati errori eclatanti da parte del presidente del Consiglio, ma probabilmente solo la combinazione di una serie di effettività che hanno disposto il risultato che stiamo vivendo: non da ultimo una riforma della Costituzione sbagliata e mal scritta che ha trovato un diniego popolare di gigantesca portata.

Cosa si nasconde però concretamente in questa opposizione di massa al progetto renziano? E, ancor più, perché gli italiani hanno bocciato le riforme di un leader senza che vi siano alternative valide a lui per la guida del Paese?

Per rispondere possiamo farci aiutare dalla storia del pensiero politico, anche perché il crollo dei consensi non è una novità.

Tommaso d’Aquino, grande teologo del XIII secolo e indiscusso filosofo della Cristianità, ha dedicato alcune pagine considerevoli al tema, le quali meritano perciò attenzione, fungendo quasi da oracolo per gli avvenimenti correnti. La sua tesi, esposta nel trattato Sul regno, è che la discriminate maggiore, nella valutazione popolare di un governante, sia tra chi interpreta il ruolo di guida di una comunità in modo prudente e finalizzato al bene dei cittadini, e chi invece si lascia trascinare dal potere, e inevitabilmente cade in quel vizio tipico che Max Weber definiva il “peccato originale della politica”, ovvero il distacco dalla società e la concentrazione vana di un uomo soltanto su di sé. Vale la pena leggere per intero questo passaggio di Tommaso: “Quando il regime diventa ingiusto, per il fatto che una sola persona governa cercando i propri vantaggi personali anziché il bene della società dei sudditi, tale individuo viene denominato “tiranno”, una parola che deriva dal termine “forza”, in quanto cioè egli non governa con la giustizia, ma opprime avvalendosi del potere: per questo motivo, gli antichi davano ai potenti il nome di tiranni”.

Robuste sono, a ben vedere, le analogie presenti in questa analisi classica con quanto sta accadendo nel presente, nonostante ovviamente Renzi non sia un tiranno e tanto meno abbia avuto il tempo per esercitare in modo smisurato il suo potere personale. Tutto ciò con un’aggravante, tuttavia, che Tommaso non poteva prevedere ai suoi tempi: in democrazia il rapporto tra lo Stato e la società, ossia tra chi governa e chi è governato, è retto dall’opinione pubblica, la quale agisce con delle dinamiche più radicali rispetto a prima. Tommaso, ciò nondimeno, distingueva già colui che è ‘denominato’ tiranno da chi ‘lo è’ per davvero.

Renzi, in realtà, è stato un buon presidente del Consiglio, eppure la sua luna di miele di mille giorni con gli italiani si è conclusa in modo doloroso perché egli non ha potuto avere un vero confronto con un’opposizione di pari grado, incombenza che ha pesato invece fin troppo su Silvio Berlusconi prima di lui; ed egli stesso ha trasferito alla gente comune l’immagine di una leadership solitaria, nata per rottamare il potere, che è finita per incarnare un potere identico e superiore a quello che voleva abbattere.

Di qui emerge il decisivo spunto di riflessione, monito, non a caso, che la grande scuola democristiana non si è fatto mai sfuggire: il potere è impopolare, va gestito morigeratamente e senza arroganza. Oltretutto questa prudenza risulta vera specialmente quando, come nel caso di Amintore Fanfani, Bettino Craxi o Renzi appunto, non esistono antagonisti di rilievo sul campo, e il popolo stesso rischia di diventare l’unica opposizione sovrana pronta a decretare, con i suoi sentimenti contrastanti e irrazionali, un simbolico e reiterato plebiscito negativo.

Per Tommaso, in effetti, l’antidoto unico alla trascendenza del potere era la sola resistenza passiva dei sudditi. Mentre oggi, in una dinamica democratica attiva, indipendentemente dalla strada che prenderà Sergio Mattarella, conosciamo quale sia l’unico rimedio al discredito delle istituzioni: il ricorso repentino alle urne.

L’avversione infatti a Renzi è temporanea, certamente, come lo è del resto quasi tutto in politica; ma l’impopolarità è esplosa quando il suo esecutivo è stato associato, nell’immaginario collettivo, ad un potere oligarchico incontrollato e strabordante, sganciato dagli elettori e analogo ai tre Governi che lo hanno preceduto.

Alla fine si torna alla considerazione iniziale: l’unica maniera di evitare che lo Stato, assieme al governo e alla classe politica ed istituzionale che lo caratterizzano, appaia sotto forma di nuova tirannide, reale o presunta che sia, è andare speditamente a votare, anche, malauguratamente, senza una buona legge elettorale. Ciò vale a maggior ragione, dato che comunque, prima e dopo le elezioni, vi sarà una situazione di permanente ingovernabilità, determinata dalla suddivisione tripolare del consenso.

In ultimo vale la pena tener presente che il nostro sistema costituzionale, con tanta gelosia protetto dagli elettori, implica che la democrazia si sveli nel pluralismo del Parlamento e non in Governi monocratici. Preciso e ripeto: un parlamento reso legittimo e non tirannico non tanto dalla fissità o dal vincolo formale di mandato, ma esclusivamente da elezioni libere che abbassino di continuo la casta di nominati a rappresentanza, sia pure eterogenea e parziale, del popolo sovrano.

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