Tu chiamale se vuoi sintonie. O, quantomeno, inaspettate coincidenze. Perché ci sono elementi che ritornano nelle dichiarazioni vecchie e nuove di Massimo D’Alema – le ultime sono quelle rilasciate nell’intervista di oggi ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera – e la perenne polemica di Beppe Grillo e del MoVimento 5 Stelle contro i media tradizionali, e i quotidiani in particolare. Una convergenza cui bisogna anche sommare il caso di Roma dove alcuni dalemiani – veri o presunti – sono entrati, o sono stati molto vicini ad entrare, nella giunta guidata da Virginia Raggi.

L’INTERVISTA A CAZZULLO

I rapporti di D’Alema con la carta non sono mai stati idilliaci ed anche oggi il leader maximo lo ha confermato. Una frase un po’ sibillina ma piazzata in apertura di intervista, per far capire subito come continui a pensarla sui quotidiani. A domanda sulle conseguenze del voto referendario dello scorso 4 dicembre, l’ex presidente del Consiglio ha prima snocciolato quelle che, a suo dire, sono le colpe politiche di Matteo Renzi. E, quindi, ha ironizzato da par suo sul trattamento riservatogli negli anni di governo dalla quasi totalità dei giornalisti: “Il favore, al di là di ogni ragionevole limite del sistema dell’informazione, almeno di quella ufficiale; che non mi pare abbia comunque avuto una grande influenza sull’esito finale del voto“. Come a dire, in pratica, che i giornali oggi non se li legge quasi più nessuno o che, comunque, non sono più in grado di orientare le preferenze della maggioranza degli elettori.

ALLE ORIGINI DEL RAPPORTO

Una posizione in linea con numerose sortite del passato nella quali D’Alema non ha mai nascosto la sua freddezza, per usare un eufemismo, nei confronti della stampa. La più antica – e probabilmente famosa – delle sue intemerate contro i giornali risale ad oltre 20 anni fa. Correva l’anno 1995: l’allora segretario del Pds rilasciò un’intervista di fuoco a Lucia Annunziata sul mensile Prima Comunicazione. Tanti gli attacchi, neppure troppo velati, di cui quella conversazione era costellata, il più duro dei quali è quasi passato alla storia del giornalismo: “I quotidiani? E’ un segno di civiltà lasciarli in edicola“. Uscita poi ritrattata molti anni dopo, ma non così convintamente pare ora di capire.

IL M5S E I GIORNALONI 

Un distacco, se non proprio un’ostilità, condivisa – com’è noto – dai pentastellati, quasi costitutivamente contrari alla stampa tradizionale. Di esempi, in questo senso, ce ne sono parecchi, alcuni anche molto recenti. Giornali e televisioni si sono concentrati, in particolare, sul post con cui Grillo ha difeso l’informazione via internet dall’accusa di essere al servizio della cosiddetta post-verità e ha attribuito a tg e e quotidiani la colpa di diffondere continuamente bufale. Ultimamente, il 14 gennaio scorso, sul blog del comico è comparso, però anche un altro post dedicato ai quotidianie passato inosservato sulla stampa. Un commento più neutro nei contenuti, ma altamente evocativo nel titolo: “L’inesorabile declino dei giornaloni“. Nell’intervento vengono integralmente pubblicati i dati sulle vendite relativi al mese di novembre: una fotografia nettissima, che evidenzia il crollo, più o meno intenso, subito dai quotidiani nell’ultimo anno (per fermarsi ai casi più eclatanti, Sole 24 Ore -22,22%, Corriere della Sera -18,96%, Repubblica -18%, il Giornale -16,61%, La Stampa -14,78%, Avvenire -12,47%). Come a dire, insomma, che i giornali oggi non se li legge più quasi nessuno: un messaggio, almeno un po’, dalemiano.

IL CASO ROMA

Dulcis in fundo le vicende romane della giunta pentastellata dalle quali non si può ritenere completamente sganciato D’Alema. Il perché sta in alcune nomine che Virginia Raggi ha effettuato o che avrebbe voluto effettuare in questi mesi in Campidoglio. In tal senso il primo caso da citare è quello dell’assessore alla Mobilità Linda Meleo, autrice nel 2013 di un articolo pubblicato da Italianieuropei, la fondazione dalemiana che edita anche una rivista con cadenza bimestrale: pubblicazione nella quale il non ancora assessore sosteneva, tra le altre cose, la necessità di introdurre un pedaggio per accedere a Roma. L’episodio più emblematico, però, è un altro e risale allo scorso giugno quando ancora i pentastellati non avevano trionfato a Roma. Raggi pensa di affidare l’assessorato alla Cultura allo storico dell’arte Tomaso Montanari, che però rifiuta. I giornali ne danno conto e raccontano un particolare in più: D’Alema ha telefonato a Montanari e gli ha consigliato di accettare la proposta grillina. Versione poi confermata dallo stesso professore universitario in un’intervista a Repubblica che ha fatto molto discutere dalle parti del Pd. Caso diverso, ma in fondo non così dissimile quello che riguarda l’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini: non un dalemiano, ma, certo, uomo indiscutibilmente di sinistra.

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