L'analisi di Gianfranco Polillo

Quelli che sono alle nostre spalle sono stati 10 anni vissuti pericolosamente. Un decennio che ha visto un drastico mutamento dei rapporti di forza della nostra economia e della nostra società nel contesto europeo. Per avere un idea di quanto sia stato profondo il cambiamento, basti ricordare gli anni ’80. Erano quelli della presidenza di Bettino Craxi. Ed all’improvviso, seppure per pochi mesi, il Pil italiano superò quello inglese. Legittimo orgoglio da un lato, sarcasmo da parte dell’opposizione rappresentata soprattutto dal partito comunista di Enrico Berlinguer.

A distanza di tanti anni quel primato non solo è venuto meno, ma nel 2016, secondo i dati del FMI, il Pil inglese sopravanza del 28 per cento quello italiano. Una distanza che deve far riflettere. Soprattutto se si considera ch’essa maturata soprattutto nel periodo 2007-2016. Anche gli inglesi ne hanno subito, al pari di tutti gli altri Paesi europei con la sola esclusione della Germania e dell’Irlanda, gli effetti della crisi. Ma alla fine contano i differenziali. Ed essi mostrano tutto il baratro italiano.

Siamo un Paese impoverito: ormai collocato nella parte bassa della classifica, costituita dai principali Stati europei, con una popolazione superiore ai 10 milioni di abitanti. Ed il cui reddito pro-capite si dimostra superiore solo a quello della Spagna, del Portogallo e della Grecia. Con una distanza siderale non solo nei confronti di Germania, Inghilterra e Francia (dal 27 al 40 per cento); ma anche rispetto ad Olanda e Belgio, per non parlare dell’Irlanda: una volta antico Paese di emigrazione, recentemente colpito da una crisi devastante alla cui soluzione anche noi italiani abbiamo contribuito. Nel decennio appena trascorso la politica italiana si è occupata di tutto, ma ha trascurato il problema principe del Paese: quello dello sviluppo economico, che rappresenta ancora – non bisogna essere necessariamente marxisti – il fondamento oggettivo che sorregge il sistema dei diritti. Senza quella base materiale la loro dilatazione, nelle migliori delle ipotesi, rimane esclusivo appannaggio dei ceti più abbienti. Nelle peggiori, come diceva Giorgio Gaber a proposito della libertà, “soltanto un’ astrazione”.

Naturalmente la crisi non è stata la “livella” di Totò. Ha colpito in modo differenziato. Si dice in proposito che il peso delle disuguaglianze sociali sia fortemente cresciuto. C’è naturalmente del vero, ma anche una certa approssimazione, in questa tesi. Seppure confermata dal dato internazionale. La globalizzazione, infatti, ha profondamente modificato le mappe della distribuzione del reddito. Pochi paperoni e tanta sofferenza. In Italia, tuttavia, i cambiamenti sono stati più complessi, come mostrano gli studi compiuti da Banca d’Italia sulla sui “bilanci delle famiglie italiane”. Purtroppo gli ultimi dati si riferiscono al 2014. E da allora il reddito pro-capite italiano è ulteriormente (meno 14 per cento) diminuito. Anche con questi limiti, tuttavia, il confronto con il 2006 offre più di un insegnamento.

Che cosa è successo, quindi, nel corpo vivo della società italiana? La prima risposta è, purtroppo, inquietante: non ci ha guadagnato nessuno. Nel 2006 il reddito dei più benestanti (il 2,2 del campione) superava i 143 mila euro all’anno. A distanza di otto anni, la caduta è stata del 22 per cento, anche se la percentuale di famiglie è passata al 2,7 per cento. Dati che dimostrano come il picco della piramide si sia abbassato e la base leggermente allargata. Fenomeno che si è manifestato anche per le due classi di reddito immediatamente sostanti: interrompendosi solo sulla soglia dei 55 mila euro a testa. Che, tuttavia, nel 2006 era leggermente più alta (57.267). Nei restanti casi si assiste ad una riduzione del reddito pro-capite e ad una scalettatura verso il basso. La crisi della classe media, in altre parole, si manifesta con una perdita progressiva di reddito ed una retrocessione. Hanno meno risorse e scendono nella gerarchia sociale. Finendo per alimentare il grande bacino della povertà. Gli ultimi passano dal 26 al 26,9 per cento. Ed il loro reddito pro-capite scende da 12.218 a 11.336 euro. A descrivere una piramide con una base sempre più larga ed un tetto sempre più basso.

Siamo quindi di fronte ad una società che, nel suo complesso, regredisce. L’ascensore sociale non solo si è bloccato, ma scende in picchiata. Se il fenomeno si è manifestato durante il periodo 2006-2014, quando il reddito pro-capite era comunque aumentato di un modesto 5 per cento, immaginiamo cosa possa essere successo negli ultimi due anni, quando la sua caduta, come si è già detto, è stata del 15 per cento. Ecco allora il perché del ribollire di una rabbia, che si è manifestata soprattutto sul terreno politico. Se si cerca qualche spiegazione ai risultati del recente referendum costituzionale, è lì che bisogna cercare. L’ampia partecipazione popolare altro non è che un grido disperato contro un establishment che sembra aver smarrito ogni lucidità. Che parla di un Paese che non esiste se non nella rappresentazione di comodo di chi non sa vedere. E scambia lucciole per lanterne.

Tanta rabbia quindi. E tanta protesta. Lo dimostra la sostanziale stabilità dei sondaggi a favore dei cinquestelle. Che hanno buon gioco nello sfruttare la loro qualifica di outsider. Beppe Grillo non interpreta solo le periferie abbandonate. Il suo blocco di riferimento è interclassista. Costituito da tutti coloro che, per un motivo, o per un’altro hanno subito, comunque, un declassamento. Il giovane che non trova lavoro, certamente; ma anche il professionista rimasto senza clienti o il piccolo imprenditore strozzato dalla crisi. Avesse anche in serbo una proposta, per arrestare la china, ci troveremmo di fronte ad un cambiamento fisiologico. Sennonché è proprio questo l’anello mancante.

L’unica proposta avanzata – quella del salario di cittadinanza – non è potabile. In una società che non solo ristagna, ma regredisce, il relativo onere può essere solo posto a carico delle famiglie. In una discesa senza fine verso l’inferno.
Attenti, quindi, a non premere il piede sull’acceleratore del “voto al voto”. Le forze politiche italiane non sono pronte. Lo sono forse dal punto di vista della tattica elettorale. Ma quanto ad elaborare uno straccio di progetto, che affronti i nodi reali della crisi italiana, la notte è ancora lunga.

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