L'approfondimento del ricercatore Luca Longo

(Quinta parte dell’analisi del ricercatore Luca Longo)

Il nuovo corso all’economia americana promesso da Trump avrà un’influenza decisiva sul prezzo del petrolio. La nuova presidenza perseguirà una politica isolazionistica che passa necessariamente per una sempre minore dipendenza energetica dall’estero. Trump ha percorso l’intera campagna elettorale rassicurando l’industria energetica nazionale, o meglio, promettendo sostegno al settore dei combustibili fossili a discapito delle energie rinnovabili.

Quando il petrolio viaggiava sopra i 100 dollari al barile, le tecniche di idrofratturazione idraulica (fracking) sono risultate determinanti nello sfruttamento intensivo dei giacimenti texani e hanno portato il più grande Paese consumatore di energia a diventare non solo autosufficiente, ma addirittura esportatore di petrolio e gas. I sauditi risposero nel 2014 invadendo il mercato con il loro petrolio. Se lo potevano permettere perché i loro costi di produzione oscillano fra i 2 e i 12 dollari al barile. Ma in questo modo hanno messo fuori mercato il petrolio estratto col fracking (queste tecniche portano il costo di produzione a superare i 60 dollari). Le azioni di Exxon Mobil, Chevron e Halliburton sono ora in crescita perché il mercato aspetta incentivi governativi all’industria estrattiva. Incentivi che andranno anche verso la ricerca di innovazioni tecnologiche che permettano di rendere più economiche le attuali tecniche di idrofratturazione.

Ma attenzione ai rapporti con la Russia: ora Mosca subisce i prezzi bassi del greggio, ma solo perché le sanzioni le impediscono di esportarlo. In queste condizioni, anche l’aumento del prezzo non le offrirebbe alcun beneficio. Ma se Trump darà la spinta decisiva all’eliminazione delle sanzioni, la Russia potrebbe non solo riprendere a vendere idrocarburi in tutto il mondo, America compresa, ma anche attrarre investitori e nuove campagne di esplorazione. Il vantaggio sarebbe quindi reciproco e il danno ricadrebbe sui Paesi Opec che, con il ritorno in campo di un esportatore di quelle dimensioni, incontrerebbero enormi difficoltà a far rispettare qualsiasi accordo sul prezzo.

In conclusione, è probabile che nel 2017 il prezzo del barile ritorni e si mantenga sui valori medi del 2016 – attorno ai 44 dollari. Il fattore decisivo di questa stabilizzazione è proprio la relazione fra Trump e Putin. Mentre Clinton avrebbe intensificato le pressioni sulla Russia in favore dell’Arabia Saudita, la rivoluzione che il nuovo presidente vuole imporre alla politica economica e alla politica estera americana non potrà che mantenere i prezzi bassi.

Prima parte

Seconda parte

Terza parte e quarta parte dello speciale

(5/continua)

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