Pubblicamente nessuno o quasi ne parla, ma all’interno dei partiti le discussioni, con annesse preoccupazioni, sono già cominciate da un pezzo. Volenti o nolenti, da inizio gennaio le forze politiche non hanno più diritto a ricevere alcun contributo pubblico. In parole povere, per la politica l’epoca del finanziamento pubblico – o del rimborso, che dir si voglia – (almeno per ora) è finita.

CHI HA PARTECIPATO AL SEMINARIO DELL’ASSOCIAZIONE LA SCOSSA SUL FINANZIAMENTO DEI PARTITI. LE FOTO

Il merito – o il demerito (a seconda di come la si pensi sull’argomento) – è di un decreto legge fatto approvare nel 2013 dall’allora governo guidato da Enrico Letta che decise di intervenire in materia dopo un interminabile dibattito (peraltro tuttora in corso) e a seguito delle pressioni dell’opinione pubblica da un lato e del MoVimento 5 Stelle dall’altro. Quel provvedimento è stato poi convertito nella legge numero 13 del 2014, la quale ha previsto che da inizio 2017 – dopo un periodo transitorio di graduale riduzione dei rimborsi durato circa tre anni – il finanziamento pubblico ai partiti venisse abolito del tutto. E così è andata, con il varo ufficiale del nuovo sistema basato sulle detrazioni fiscali delle donazioni private e sulla possibilità di destinare alle formazioni politiche il 2 per mille dell’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche).

A un mese di distanza dalla sua entrata in vigore, la legge può però già contare su una folta pattuglia di detrattori. Sia da un parte che dall’altra. Tra le forze politiche c’è infatti chi si dice convinto che non si possa prescindere da una qualche forma di finanziamento pubblico e chi, invece, vorrebbe una più decisa presa di posizione a favore di quello privato, con l’abbattimento dei tetti – attualmente fissati in 100.000 euro annui – e il varo di un sistema che faccia perno sulla massima trasparenza.

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Una fotografia che coincide in pieno con il quadro emerso durante il dibattito dal titolo “I costi della democrazia” organizzato dall’Associazione Nazionale Forense insieme al think tank La Scossa presieduto da Michelangelo Suigo ed al circolo Fitzcarraldo nella sede della Corte Civile di Appello.

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Nel corso dell’iniziativa erano rappresentate entrambe le posizioni: da un lato c’era il deputato Pd Sergio Boccadutri -, mentre dall’altro l’esponente del centrodestra Daniele Capezzone che ha appena lanciato con Raffaele Fitto il movimento Direzione Italia (nato dall’esperienza degli ultimi anni come Conservatori e Riformisti).

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La politica non può prescindere dal finanziamento pubblico. La legge che lo ha eliminato non mi convince“, ha dichiarato Boccadutri. “Sono contrario a ogni forma di finanziamento da parte dello Stato. Non esiste denaro pubblico, ma solo denaro dei contribuenti“, gli ha fatto eco Capezzone con una citazione di Margaret Thatcher.

I due, però, si sono detti entrambi convinti della necessità di una modifica perché, altrimenti, – con il nuovo, ma in fondo già vecchio sistema – c’è il rischio che il quadro degeneri. A mettere a fuoco i problemi è stato il deputato fittiano per il quale l’addio al finanziamento pubblico, la presenza di limiti stringenti a quello privato e l’esistenza di collegi elettorali territorialmente molto ampi sono destinati a produrre il caos già a partire dalla prossima campagna elettorale.

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Che qualcosa sia da cambiare lo ha detto anche il professore di Diritto costituzionale – e firma di Formiche.netAlfonso Celotto il quale ha però, in primis, puntato il dito contro la scarsa qualità della legislazione italiana. “Troppe leggi e scritte anche male“, ha affermato Celotto. Con la conseguenza in molti casi – pare di capire anche a proposito del finanziamento della politica – di dover mettere nuovamente mano a leggi appena approvate. Dunque il Parlamento varerà una modifica entro la fine di questa legislatura? “Non esistono le condizioni politiche perché ciò accada“, ha risposto senza troppi giri di parole Boccadutri che – nel perorare la causa del finanziamento pubblico – ha fatto riferimento in particolare a un criterio: “Occorrono chiare regole d’inerenza per capire con certezza cosa rientri e cossa non rientri nella spesa sostenuta per il compimento dell’attività politica“.

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Altro tema in questo senso molto rilevante – tanto più se non venisse ripristinato il finanziamento pubblico – è costituito dalla regolamentazione dell’attività di lobbying nel nostro Paese. D’altronde – se l’unica fonte di sostentamento dei partiti diventano i privati – è evidente che sia ancor più importante disciplinare i rapporti intercorrenti tra politica e gruppi di interesse. Una necessità sottolineata da Suigo e riconosciuta anche da Capezzone che si è dichiarato a favore del sistema in vigore negli Stati Uniti: “Smettiamola di demonizzare l’attività di lobbying e alziamo i tetti del finanziamento privato. In questo senso c’è solo un valore da cui non si può prescindere: la trasparenza. Deve essere noto quali aziende o gruppi finanziano chi e con quali somme in modo che i cittadini siano pienamente informati e possano scegliere di conseguenza al momento del voto“.

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Il modello Usa – ha però, infine, precisato Celotto – è sostanzialmente minoritario a livello globale: “Due terzi degli Stati mondiali prevedono il finanziamento pubblico dei partiti o comunque qualche forma di rimborso. Oppure un sistema misto come accade anche, ad esempio, in Francia e in Germania“.

L’Italia proseguirà su questo sentiero o tornerà, almeno in parte, al passato?

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