Le imprese italiane hanno un problema. Sentono sempre più parlare dell’Industria 4.0, senza tuttavia assaporarne i frutti. Che succede? Federmanager e Confapi, i primi rappresentanti i dirigenti, i secondi la piccola industria, se lo sono chiesto ieri pomeriggio nel corso di una tavola rotonda presso l’auditorium di Via Veneto, alla presenza del ministro del Lavoro Giuliano Poletti, dedicata alle sfide che la tecnologia pone alle imprese italiane. D’altronde la posta in gioco è alta. Perdere il treno dell’industria 4.0 vorrebbe dire sprofondare in una sorta di medio evo industriale.

TANTE IMPRESE (POCHI) MANAGER

Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager, ha un’idea precisa sul perché la cosiddetta quarta rivoluzione industriale rischia seriamente di rimanere una chimera. “L’Italia è la patria delle imprese, ma in poche decidono di affidarsi a un manager. Che grazie alle sue competenze potrebbe traghettare le aziende verso il futuro. Ed è un vero peccato, perché ci sono piccole realtà aziendali splendide, se vogliamo un po’ di nicchia. Eppure, senza un manager si rischia di non agganciare l’innovazione e i vantaggi che essa comporta”. C’è dunque, secondo Cuzzilla, un problema di governance poco aggiornata, sintetizzato con una dose di sarcasmo. “La verità è che se noi ora usciamo qui fuori a Via Veneto, e diciamo 4.0, la gente pensa al bus che passa sulla via”.

L’ITALIA E QUEI RITARDI SULL’INDUSTRIA 4.0

“L’Italia arriva molto in ritardo rispetto ad altri Paesi”, ha rincarato Cuzzilla, “e nel contesto del 4.0 mostra specificità tutte sue. Le caratteristiche del tessuto produttivo italiano, fatto da piccole e piccolissime imprese, richiedono interventi tagliati su misura. Altrimenti rischiamo di vanificare l’effetto degli investimenti, pubblici e privati, che stiamo mobilitando”. Di qui, la proposta dei manager. “Per non disperdere il nostro ricco patrimonio industriale è bene che imprenditori e manager lavorino insieme, e che i primi si affidino alle competenze manageriali per affrontare le sfide di Industria 4.0. D’altronde i nostri dati confermano che il 65% delle Pmi ritiene di avere bisogno di figure manageriali per essere più competitiva e innovativa. La tecnologia è il mezzo, non il fine. Per questo dobbiamo concentrarci sul capitale umano, che è la nostra vera forza e che, nell’ambito delle relazioni industriali, dispiega il proprio valore aggiunto a beneficio del sistema”.

SE IL GOVERNO CI SENTE (SOLO DA UN’ORECCHIO)

Maurizio Casasco, bresciano, presidente di Confapi, ha affrontato poi la questione dei rapporti tra politica e tessuto industriale. Tra le appunti di Casasco mossi direttamente al vicino di sedia Poletti, quello relativo alla scarsa capacità di ascolto del governo. “Noi imprese abbiamo l’impressione che l’esecutivo ci senta solo da una parte, quella della grande industria. Ma alle piccole imprese, chi glielo spiega che cosa è l’Industria 4.0? Non si può pensare che, solo noi associazioni possiamo farci carico di illustrare le potenzialità dell’innovazione e della tecnologia. Credo che ci sia un problema di ascolto delle esigenze delle piccole imprese da parte di chi deve invece traghettarle nella quarta rivoluzione industriale”.

ACCELERARE SULLE POLITICHE ATTIVE

Il responsabile del Lavoro ha rispolverato per l’occasione il suo cavallo di battaglia, ovvero le politiche attive. “L’unico modo per andare realmente incontro alle esigenze dell’industria e delle imprese”, ha spiegato Poletti. “Penso all’alternanza scuola-lavoro. Oppure a quello che abbiamo fatto oggi (ieri per chi legge, ndr), dove nel carcere di Opera abbiamo creato il primo centro impiego per i detenuti. Anche questa è industria 4.0 e anche questa è una forma di ascolto delle esigenze della nostra società”, ha spiegato Poletti, per poi lasciare la sala per partecipare alla vertenza Alitalia, presso il ministero dello Sviluppo Economico.

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