È slittato a oggi, 24 marzo, il voto alla Camera sulla proposta del Partito Repubblicano americano per eliminare e sostituire l’Obamacare (la riforma sanitaria costruita in anni di sforzi da Barack Obama per permettere a chiunque di avere una copertura assicurativa), la cui modifica è diventata nel tempo uno dei principali pallini dei conservatori. La votazione, positiva, sarebbe dovuta arrivare giovedì 23 marzo, ieri, ma la riforma repubblicana – prende il nomignolo di “Ryancare” perché è stata studiata dallo speaker Paul Ryan, che ci sta lavorando da mesi e mesi e ha trovato l’appoggio dell’amministrazione – ha alcuni aspetti controversi che non piacciano a diversi deputati del Grand Old Party, e così per evitare una figuraccia in parlamento si è preferito rimandare di 24 ore la votazione. Al momento della stesura di questo pezzo, non è ancora affatto scontato che la proposta ottenga luce verde (per la sicurezza matematica mancano una dozzina di voti, a quanto pare).

A parte commi secondari, con la riforma presentata il 6 marzo non sarà più obbligatorio procurarsi una copertura sanitaria (con l’Obamacare a questa obbligatorietà si abbinava comunque la possibilità di accedere a una copertura per milioni di persone che non l’avevano mai avuta prima), i sussidi federali saranno trasformati in detrazioni sulle tasse (non oltre i 4000 dollari), e il programma Medicaid che copre i più poveri subirà una contrazione. Il problema del Ryancare è che trova opposizione tra tutte le varie correnti interne del Gop. Principalmente, i radicali del Freedom Caucus la ritengono troppo soft e troppo simile all’Obamcare, mentre i moderati temono che possa comportare sconvolgimenti, lasciare persone in situazioni complicate e senza copertura sanitaria, e dunque temono di perdere appoggio nei propri collegi elettorali. Alla Camera i repubblicani hanno un vantaggio di 44 rappresentati, dunque per far passare il disegno di legge possono permettersi di perdere solo 22 voti, visto che di democratici che voteranno contro l’Obamacare non ce ne dovrebbero essere: gli ultimi calcoli dicono invece che ci sono una trentina di deputati pronti a non votare il Ryancare.

Con questi presupposti il successivo passaggio al Senato sarebbe ancora più critico (visto che la maggioranza repubblicana è fatta solo da 4 senatori), dimostrando una delle cose che un durissimo editoriale del Wall Street Journal di pochi giorni fa diceva: senza una collaborazione con il partito il presidente Donald Trump soffre. Scott Pelley della CBS ne ha fatto una lettura chiara: Trump, che si autoproclama un grande negoziatore (“The art of the deal” è il titolo del suo libro più famoso, per esempio), non ha le capacità e il capitale politico per muovere le anime del suo partito – forse complice della situazione anche il bassissimo tasso di consensi che il presidente ha, appena dopo due mesi dall’insediamento.

Secondo le fonti dei media americani Trump, sfinito e scocciato delle dinamiche politiche a cui non è avvezzo, ha dato un ultimatum ai legislatori repubblicani: o si vota oggi, oppure salta l’intero piano di modificare la sanità, perché  l’amministrazione non ci tornerà più sopra. Considerando che è uno dei pochi punti di contatto tra partito e Trump, fin dai tempi della campagna elettorale, il messaggio è piuttosto forte. Trump dal punto di vista politico è impantanato: il rischio che la riforma non passi non è solo una figuraccia che gli farebbe perdere l’aura (auto)dipinta di uomo-forte-che-fa-le-cose, perché trovandosi a rispettare la minaccia del non cambiare l’Obamacare, farebbe saltare una delle sue più grandi promesse elettorali. Il direttore di Vox Ezra Klein ha già definito la situazione “l’Iraq di Trump”.

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