L'intervento di Gianfranco Polillo, già sottosegretario all'Economia

Dopo un lungo periodo di gestazione il Senato si appresta ad approvare la legge che istituisce una commissione d’inchiesta sulle Banche. Se si escludono quelle dei grillini, le proposte più recenti sono quelle relative al 2015. Ci sono voluti quindi più di due anni e non è detto che sia finita. Dopo il voto del Senato ci vorrà il semaforo verde della Camera in un clima sempre più condizionato dall’imminente fine della legislatura. Un lasso di tempo fin troppo lungo se si considera la rilevanza del tema. Che suona come ulteriore dimostrazione del sostanziale disinteresse con cui il Parlamento ha seguito l’evoluzione di un comparto così delicato per la vita dell’economia italiana e per la tutela del benessere delle famiglie.

Atteggiamento disdicevole. Com’è noto l’articolo 47 della Costituzione attribuisce alla “Repubblica” il compito di incoraggiare e tutelare il risparmio. Alla Repubblica e non alla Banca d’Italia o alla Consob. Ne consegue che il Parlamento non può tirarsi fuori, come invece è avvenuto, dal “sovraintendere”, in ossequio ad un preciso dovere costituzionale. Dove quel “sovraintendere”: non significa interferire con le funzioni che spettano ad altre istituzioni indipendenti. Che non si tratti di un principio di lesa maestà è dimostrato da una recente indagine di Transparency International – un’organizzazione non governativa anti-corruzione – che qualche imbarazzo ha creato alla stessa Bce di Mario Draghi. Tutto bene la difesa dell’euro – ha teorizzato – ma la banca centrale deve essere più trasparente. Ed esserlo soprattutto nei confronti del Parlamento europeo.

Ecco allora, sulla falsariga di questo ragionamento, la necessità di colmare quella lacuna di cui si diceva in precedenza. Il Parlamento italiano non può continuare ad essere un convitato di pietra. O limitarsi ad intervenire quando i buoi sono fuggiti dalla stalla. Come nel caso del recente decreto che ha stanziato i 20 miliardi per far fronte alla crisi bancaria. Deve dotarsi degli strumenti necessari per evitare che questi fulmini a ciel sereno possano piombargli tra capo e collo, per trasformalo nel semplice ufficiale pagatore “in ultima istanza”. C’é quindi un problema che è innanzitutto di natura democratica e che attiene al sistema diffuso delle responsabilità. Senza le quali le stesse Autorità indipendenti rischiano di trasformarsi in veri e propri mostri giuridici.

Ma nel caso delle banche, intervengono ben altri profili. In Italia la loro pervasività è dilatata al massimo. Non siamo né l’Inghilterra, né la Francia: Paesi caratterizzati da sistemi finanziari più complessi e da strutture produttive con un maggior tasso di autofinanziamento. Siamo, invece, un sistema, come si dice, “bancocentrico”. Vale a dire che gran parte delle nostre strutture produttive vivono solo grazie all’erogazione del credito. Dipendono, in altre parole, dallo stato di salute del sistema bancario. Se questo prende un raffreddore, il resto dell’economia, com’è avvenuto recentemente, rischia la polmonite. Discorso, ovviamente, reversibile. Se l’economia ristagna, i primi contraccolpi si hanno proprio sulle giunture creditizie.

La dimostrazione di quest’assunto è nell’andamento delle sofferenze bancarie: i cosiddetti “non performing loans“. Problema comune a tutti i Paesi europei, ma in una dimensione che non è certo quella italiana. La nostra economia, infatti, è pari a circa un sesto quella dell’Eurozona. Ma le sue sofferenze bancarie sono circa la metà. Uno squilibrio evidente, che riflette la peculiarità del “caso italiano”. A sua volta risultato delle politiche adottate a livello governativo. Nel maggio 2016, queste ultime ammontavano a circa 140 miliardi di euro: di cui circa il 50 per cento, derivanti dalla crisi dell’edilizia e delle costruzioni. Riflesso prevalente dell’eccesso di tassazione sugli immobili decisa dal Governo Monti.

Potevano forse intervenire la Banca d’Italia o la Consob, per bloccare preventivamente quelle decisioni? Certo che non potevano pronunciarsi. Il Parlamento è l’unico organo costituzionale che ha competenza generale. Arriva dove altri non possono arrivare. Ma se si disinteressa delle questioni fondamentali, se non è in grado di scorgere i legami sistemici tra i diversi comparti dell’economia o della società, alla fine, non resta che piangere sul latte versato. La Commissione d’inchiesta può quindi recuperare il ritardo finora maturato, a condizione che non si faccia trascinare nel semplice gioco delle reciproche denunce. Sovrapponendosi in tal modo ai compiti della magistratura.

Da questo punto di vista, la congiuntura politica non rappresenta un impedimento. La Commissione può avviare i lavori, che potranno concludersi nella prossima legislatura. Vorrà dire che le conclusioni finali saranno tratte da altri protagonisti, in una rapporto di continuità con il presente. Ma è propria questa la forza del Parlamento. Unico Organo a non essere intermittente, perché espressione della sovranità popolare e supremo depositario degli interessi della Nazione. Naturalmente ciò richiede una pre – condizione: che fin da ora i membri della Commissione, specie nelle figure dei propri vertici, abbiano profili tali, per quanto attiene all’accountability, da non ingenerare dubbi. Il requisito minimo per dimostrare che, forti dell’insegnamento del passato, si vuole per d’avvero voltare pagina.

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