L'analisi del ricercatore Luca Longo

(seconda parte dell’approfondimento di Luca Longo; la prima parte si può leggere qui)

In Siria, in Afghanistan e con le ripetute manovre al largo della Corea, gli americani mostrano che ora per mostrare i muscoli non si ricorre alla combinazione di diplomazia, freni commerciali, sanzioni e dimostrazioni di forza militare ma solo a queste ultime. Queste azioni rischiano non di intimidire ma di forzare un avversario notoriamente squilibrato ad azioni altrettanto aggressive, di fatto vanificando la teoria stessa di deterrenza. Anziché ricordare che si dispone di armi e che in passato si è dimostrato di saperle usare, ora le si agitano direttamente davanti agli occhi del nemico. Inoltre, il fatto stesso di portarle davanti all’avversario implica la necessità di un dispiegamento di forze e di supporti logistici necessari per sostenere la minaccia stessa. In questo caso è la squadra navale guidata dalla portaerei Carl Vinson che – in modo un po’ tortuoso – sta trovando la strada verso le acque coreane.

Oggi si sta identificando la deterrenza con l’esclusivo uso di azioni muscolari. Azioni che comportano non solo credibili minacce, ma il dispiegamento concreto di uomini e mezzi. Con tutti i rischi che questo comporta.

Ma osserviamo due principali differenze rispetto alla politica di deterrenza americana delle precedenti amministrazioni.

Prima di tutto, in passato sono stati evitati guai seri perché gli Stati Uniti hanno puntualmente deciso di non accettare le frequenti provocazioni e sparate propagandistiche nordcoreane. Questi ultimi si sono rivelati pronti ad azioni di rappresaglia e di inasprimento degli scontri e sono stati bloccati solo dal fatto che le loro provocazioni non avevano suscitato risposte militari tali da giustificare le ritorsioni già pianificate.

Ma il fatto più grave è che ora l’amministrazione USA lascia trapelare che il Pentagono è pronto a lanciare attacchi preventivi in risposta a non meglio definite provocazioni nordcoreane. Includendo fra queste anche azioni non direttamente violente come il test di missili o di bombe nucleari fatte esplodere nel sottosuolo. Questo è un cambio di paradigma: dal 1953 ad oggi gli Stati uniti non hanno mai minacciato azioni armate unilaterali. Rappresaglie mille volte, ma mai attacchi preventivi.

La convinzione del Pentagono che la deterrenza ora risieda non più nelle azioni commerciali e diplomatiche, ma nella dimostrazione di forza muscolare, si collega alla convinzione americana che qualsiasi cosa succeda, la colpa sarà di Kim Jong Un. Si dà per scontato che, se ci sarà un errore di calcolo nell’interpretare un segnale aggressivo dell’avversario prendendolo per un vero attacco, questo sarà colpa dei nordcoreani e non degli americani.

Questa strategia di vittoria non è, in sé, un modo per fare scoppiare una guerra. Ci sono contesti in cui la dimostrazione di potenza militare di una nazione può convincere avversari che prima dubitavano della sua assertività o di quella dei suoi alleati, oppure dove dimostrazioni militari sono una abitudine consolidata e non possono venire interpretate come atti di guerra, o infine dove gli avversari mancano del tutto della capacità bellica necessaria per azioni di rappresaglia.

Ma nessuno dei tre casi si applica allo scontro fra Stati Uniti e Corea del Nord: la strategia di vittoria di Kim è sostanzialmente identica a quella di Trump, e non gli manca certo la capacità di combinare qualche grosso guaio.

(2.continua)

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